Serve un nuovo equilibrio tra risorse e diritti, con un'attenzione realistica alla sostenibilità finanziaria e alle esigenze della crescita, in un contesto economico rivoluzionato dai processi di globalizzazione. È una sfida che nel vecchio continente è possibile affrontare solo in una prospettiva sovranazionale. Ma la resistenza all'integrazione delle politiche sociali e del lavoro viene proprio dagli Stati membri e dalla loro indisponibilità a cedere sovranità all'Ue e a mettere in discussione condizioni ed aspettative ormai divenute insostenibili.

Cazzola

Come ebbe a dire Robert Schuman, l’Europa non verrà creata tutta in una volta e secondo un unico progetto generale, ma sarà costruita attraverso realizzazioni concrete dirette a creare solidarietà reali. La considerazione, quasi una profezia, di uno dei Padri fondatori della Comunità si è rivelata, a mio avviso, corretta e giusta per un lungo arco temporale, ma non duratura e non al riparo dagli effetti di cambiamenti come quelli che si sono succeduti nell’ultimo decennio.

Nonostante l’intuizione visionaria del Manifesto di Ventotene e la buona volontà dei movimenti federalisti, la prospettiva di un’Europa (più) unita è venuta avanti al traino dell’economia, a partire dalla grande idea di Jean Monnet di mettere in comune, nella Ceca, quelle risorse del carbone e dell’acciaio – allocate dall’Onnipotente sui confini tra la Francia e la Germania – per il cui possesso erano state combattute due guerre mondiali, con decine di milioni di morti.

Poi l’Europa ha proseguito il suo cammino sulla via dell’integrazione economica, fino al Trattato di Maastricht del 1992 e al Patto di Lisbona 2000, quando gli Stati si diedero l’obiettivo di trasformare il Vecchio Continente nella ‘’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale."

I processi che sono intervenuti successivamente sono noti per quanto riguarda sia i successi (la moneta unica, l’allargamento ad est) sia i fallimenti, tanto sul piano politico (come la rinuncia ad una Costituzione europea, l’inadeguato rafforzamento degli organi di governance), quanto su quello economico (l’insabbiamento della direttiva Bolkestein, l’incapacità di individuare politiche e strumenti comuni per fronteggiare la crisi). Proprio qui sta uno dei punti principali del declino che ora attraversa l’idea-forza dell’Unione: non essersi preparata adeguatamente a reagire al venir meno di quelle opportunità economiche che ne gonfiavano le vele consentendo una tranquilla navigazione.

È stata la dimensione sociale, nelle politiche dell’Unione, a camminare adagio, costretta a muoversi, come vedremo, all’interno degli spazi piuttosto angusti che gli Stati nazionali erano disposti a cedere in questa delicata materia ai generosi tentativi di un’iniziativa comune di spessore sovranazionale. Ed è stato, a mio avviso, l’accanimento degli Stati a voler difendere le proprie prerogative in materia di diritti sociali e del lavoro a togliere quel respiro di prospettiva che le riforme avrebbero dovuto e potuto avere e a consegnare i singoli governi nelle mani di opinioni pubbliche orientate per tanti motivi alla conservazione della realtà esistente piuttosto che alla ricerca di innovazione.

L’affermazione compiuta di una dimensione sociale comunitaria non poteva passare attraverso la difesa della sovranità degli Stati nazionali in materia di diritti sociali e del lavoro ma dalla conquista, dall’affermazione di una migliore capacità di intervento dell’Europa, mettendo in conto pure momenti di vero e proprio dirigismo a livello dell’Unione e delle sue istituzioni.

Sono consapevole dell’impopolarità (a sinistra e a destra) – soprattutto in questa fase di riflusso – della mia tesi: una tesi che è stata assolutamente minoritaria anche nell’Unione dei giorni sereni (ho rappresentato per quattro anni il mio Paese nel Comitato di protezione sociale della Ue e ho potuto constatare da vicino la ritrosia conservatrice e le reticenze delle delegazioni, quando si affrontava qualche delicato problema sociale). Ma è la crisi del vecchio modello sottoposto a potenti spinte centrifughe e alle scorribande delle forze sovran-populiste che mi induce a sparigliare i tradizionali canoni del dibattito (che immancabilmente portano l’Unione sul banco degli imputati), innanzitutto ricordando i passaggi salienti della ricerca di una dimensione sociale che non può prescindere da una messa in discussione, attraverso le riforme, di un modello sociale europeo di cui continuiamo ad essere fieri difensori, ma che a mio parere - e questo è un altro punto di differenza nel dibattito - era divenuto insostenibile nel nuovo contesto della globalizzazione.

Senza risalire alla meritoria azione di un grande europeista come Jacques Delors e senza soffermarsi più di tanto sul protocollo sociale allegato al Trattato di Maastricht, che pure ebbe un’importanza fondamentale nel ridefinire le nuove regole decisionali su materie riguardanti la dimensione sociale, la sfida dell’Europa attenta a queste problematiche conobbe un momento di svolta con il vertice di Lisbona del 2000, dopo che nel 1997 aveva avuto avvio il cosiddetto processo di Lussemburgo e dopo che il Trattato di Amsterdam aveva conferito una dignità nuova e anche un rilievo giuridico compiuto al tema dell’occupazione, annotando all’art. 126 del Titolo VIII che gli Stati membri consideravano la promozione dell’occupazione come una materia prioritaria comune e che avrebbero subordinato le loro azioni a quell’obiettivo.

Però, come abbiamo ricordato, fu il Consiglio, nella riunione tenuta nella capitale portoghese, a varare un programma qualificato tra l’altro da precisi target per quanto riguardava i livelli di impiego da raggiungere entro il 2010 (paradossalmente in quell’anno si verificò il picco della crisi). Il tasso di occupazione sarebbe dovuto salire mediamente dal 61% al 70%, con particolare attenzione al lavoro delle donne, dal 51% al 60%, e degli anziani, dal 38% al 50%. In quest’ultimo caso l’obiettivo era stato studiato in conseguenza delle note tendenze demografiche che stavano sconvolgendo, sconvolgono e continueranno a sconvolgere la struttura della popolazione e del mercato del lavoro per quanto riguarda il rapporto tra giovani e anziani e il tasso di dipendenza degli anziani dalla popolazione attiva.

Il dibattito nell’Unione verteva ancora sul mancato raggiungimento di tali prospettive, quando nel 2010, trascorso un decennio dal primo progetto, si decise di rilanciare la posta, con un programma declamatorio, di nuovo presentato a Lisbona, traguardato al 2020 ed ispirato ad un precedente rapporto, del 2004, dal titolo “Affrontare la sfida” redatto dal gruppo di alto livello coordinato da Wim Kok, ex premier olandese.

In sostanza si trattava di un’ampia rimessa a punto della strategia di Lisbona 2000 per elevare i tassi di crescita e di impiego e per sostenere la coesione sociale, aprendo il mercato dei servizi che già allora rappresentava il 70% delle attività economiche europee, coinvolgeva il 68% dell’occupazione complessiva ed era ritenuto in grado di offrire le maggiori opportunità per l’ulteriore crescita dei posti di lavoro nell’ambito di quell’economia della conoscenza evocata dal programma di Lisbona 2000. Ma non basta: era proprio l’esigenza di una maggiore competitività del settore manifatturiero a dipendere sempre più dalla fornitura di servizi moderni e flessibili, dal momento che l’efficacia dei servizi alle imprese rappresentava un fattore cruciale nella localizzazione delle società multinazionali, mentre le persistenti rigidità tendevano a scoraggiare gli investimenti diretti esteri.

Nonostante tali considerazioni, in appena due anni, la prospettiva del mercato interno dei servizi si era talmente logorata da diventare una delle tante “speranze deluse” subìte dalla causa dell’Europa unita, nel corso del suo divenire.

Per capire come sarebbe finita non era necessario attendere il triste destino della (ex) direttiva Bolkestein. Bastava interpretare il caveat contenuto nel rapporto Kok, laddove orgogliosamente si prendevano le distanze dal modello americano affermando che la strategia di Lisbona non era un tentativo di imitare gli Stati Uniti, ma puntava a realizzare “la visione che l’Europa ha di ciò che essa vuole essere e di ciò che vuole conservare”, tenuto conto del rafforzamento della concorrenza mondiale, dell’invecchiamento della popolazione e dell’allargamento dell’Unione allora a 25 Paesi. Salvo poi dover riconoscere le migliori performance dell’economia americana, eccezion fatta per la speranza di vita, i tassi di mortalità infantile, la disuguaglianza dei redditi e la povertà, settori in cui l’Europa registrava, per fortuna, dei risultati migliori degli Stati Uniti.

Ma l’Europa non pareva altrettanto consapevole di dover affrontare nel contesto della concorrenza internazionale la duplice sfida lanciata da un lato dall’Asia (India e Cina in particolare) e dagli Stati Uniti dall’altro. Persino i Paesi dell’allargamento, osservati con sospetto per l’incombente minaccia di dumping sociale, inducevano visibili preoccupazioni (chi non ricorda il fantasma dell’idraulico polacco in giro per l’Europa a rubare il lavoro ai colleghi dei Paesi più ricchi?) perchè la loro fiscalità vantaggiosa e i loro salari poco elevati attiravano gli investimenti provenienti dal resto dell’Europa, con il rischio di crescenti frizioni.

Le proposte contenute nel rapporto Kok erano molto articolate e suggestive (dall’indicazione del potenziamento della ricerca e della tecnologia, dei processi formativi nell’ottica dell’economia della conoscenza, del rafforzamento del mercato interno). Ma, oltre a qualche accorato invito agli Stati membri, gli strumenti a disposizione per alzare il tono della sfida restavano quelli, invero modesti, forniti dal metodo del coordinamento aperto, ovvero i processi di coordinamento politico fondati sui Naps (National Action Plans) e la cosiddetta sorveglianza multilaterale. Non era più sufficiente ribadire in continuazione il primato del modello sociale europeo, che era poi nient’altro che il modello di solidarietà dell’Europa del Nord e continentale, senza chiedersi se esso fosse sostenibile o meno.

Gli obiettivi dell’adeguatezza dei trattamenti, della sostenibilità dei sistemi e della loro modernizzazione, parte integrante della giaculatoria che l’Unione era solita declinare quando affrontava le questioni del welfare, non erano di per sé conciliabili in nome di un’astratta e volontaristica presa di posizione politica, sempre più somigliante ad un atto di fede se non addirittura a uno scongiuro.

Nel mondo moderno, nelle economie sviluppate, la difesa delle prerogative acquisite non passa soltanto dalle norme o dagli ordinamenti, ma anche e soprattutto dalla capacità di assicurare un contesto di crescita e sviluppo che sappia conciliare le esigenze di competizione con l’intelaiatura di un qualificato standard di diritti. È una ricerca, questa, che si muove lungo un crinale angusto sospeso tra il declino e il progresso.

La domanda inquietante che avrebbe dovuto assillare noi europei e alla quale continuiamo a dare risposte più improntate all’ottimismo della volontà che al pessimismo dell’intelligenza è sempre la stessa: il modello sociale europeo è una malattia cronica, con la quale è necessario convivere contenendone il più possibile gli effetti invalidanti, oppure è una risorsa, un punto di forza da far valere nella battaglia della globalizzazione? È possibile che abbiano un futuro dei Paesi le cui strutture e politiche pubbliche drenano ed impiegano la metà del prodotto interno lordo?

L’Europa non è stata in grado di cambiare radicalmente i propri standard di vita, ma, nonostante la demagogia dei sovran-populisti, non può neppure continuare a vivere al di sopra delle possibilità che le sono consentite, come ha fatto fino ad ora. Occorreva trovare un equilibrio possibile mediante le riforme sociali e del lavoro, con un occhio attento all’allocazione delle risorse. In sostanza, un equilibrio tra risorse e diritti, in un contesto economico che si è profondamente trasformato rispetto a quello del secolo scorso.

Io, lo dico subito, sono contrario ad un allentamento dei vincoli. L’esperienza ha dimostrato che quando gli Stati non sono più riusciti a tenere sotto controllo gli addendi, per la difficoltà di realizzare le riforme fiscali e sociali del mercato del lavoro, le regole sui saldi, che sono poi gli unici vincoli del patto di Maastricht, non hanno tenuto. Non si dimentichi mai che l’obiettivo era quello del pareggio di bilancio, mentre oggi si stenta a restare all’interno del 3% di deficit e viene concentrato un attacco forsennato al Fiscal Compact. È necessario andare oltre il principio della sussidiarietà e il metodo del coordinamento aperto (dove l’ultimo fa tana per tutti). Non possiamo più accontentarci di ‘’una somma che fa il totale’’.

L’Unione, se riuscirà a reggere l’assalto dei movimenti antieuropeisti (dall’Olanda e dalla Francia sono arrivati segnali confortanti), deve acquisire poteri decisionali anche in materia di riforme, estendendo ad esse, mutatis mutandis, la logica del Trattato di Maastricht, con obiettivi da conseguire e sanzioni da erogare in caso di violazione degli stessi. L’Ue deve poter disporre di fondi per lo sviluppo da destinare direttamente a politiche anticicliche nei momenti di congiuntura sfavorevoli, insieme con strumenti di protezione sociale.

L’esperienza dimostra che i processi di Lisbona, proprio perché la loro realizzazione era affidata agli Stati, hanno subito un’importante battuta d’arresto ogniqualvolta insorgevano difficoltà economiche che ogni Paese doveva affrontare per suo conto. Ecco perché, se dovessi riassumere il mio pensiero in uno slogan, potrei dire: più Europa per maggiori riforme economiche, finanziarie, fiscali, sociali e del lavoro. L’Europa e le sue regole vengono sempre più spesso indicate come un impedimento alla crescita e un ostacolo allo sviluppo. Io credo che questa considerazione sia un alibi opportunistico per chi non vuole o non può fare le riforme.

Quanto ha scritto il grande storico Eric Hobsbawm ne “Il secolo breve” resta a fare da monito: “Se l’umanità deve avere un futuro nel quale riconoscersi, non potrà averlo prolungando il passato o il presente. Se cerchiamo di costruire il terzo millennio su questa base, falliremo. E il prezzo del fallimento, vale a dire l’alternativa ad una società mutata, è il buio”.