La par condicio arranca in tv, dove gli spazi sono finiti, e non regge sul web, dove sono, per definizione, infiniti. Occorre ripensare il modello, prima che il legislatore decida di "chiudere" Internet sotto elezioni. A garantire il pluralismo e il diritto a "conoscere per deliberare" dei cittadini non può più essere il contingentamento paternalistico dei canali di informazione.

azzollini grandeAnche in occasione di questa tornata elettorale, la legge volta a garantire la par condicio a tutti i partecipanti alla contesa politica – per l'elezione dei componenti italiani del Parlamento europeo, nel caso di specie - non manca di produrre incertezze applicative e polemiche di contorno. I fatti sono noti, così come i soggetti interessati, sì che su di essi non serve soffermarsi: eventi e protagonisti avrebbero potuto essere altri, non sarebbe mutata la sostanza. Invece, può giovare qualche considerazione sulla regolamentazione cui si faceva riferimento, riguardo alla quale il "modus operandi" del legislatore nazionale ha trovato ancora una volta conferma: da detto "modus" occorre, dunque, prendere le mosse.

Chi è preposto a emanare disposizioni normative, così come chi in via secondaria deve attuarle, ha talora la pretesa di disciplinare puntigliosamente il vario estrinsecarsi delle espressioni umane nel settore di volta in volta considerato, al fine di prevederne minuziosamente ogni dettaglio. Risulterebbe, di certo, più agevole ed efficace il ricorso a principi generali di chiara comprensione, alla cui sfera di applicazione ricondurre fattispecie concrete diverse, ma accomunate da identica "ratio". Invece, il legislatore, le cui sfumature di paternalismo virano in maniera costante tra l'accudente e l'invadente, persegue l'ambizioso quanto astratto intento di dettare discipline così particolareggiate da insinuarsi in ogni piega di una realtà sempre più complessa.

Il Parlamento tesse così fitte reti di prescrizioni teoricamente idonee a garantire che niente possa sfuggire tra maglie di regole sempre più stringenti, spesso senza neanche effettuare preventivamente un'adeguata analisi di impatto, volta a verificare che i benefici attesi non siano sopravanzati dai costi, di qualunque genere, connessi. Il risultato che talora ottiene è quello opposto. Un sistema di disposizioni dettagliate al punto tale da risultare oltremodo invasive e limitanti è destinato al fallimento: perché le molteplici sfaccettature delle varie manifestazioni della vita umana non possono essere racchiuse entro i confini angusti di precetti destinati a essere superati da una realtà che evolve sempre più rapidamente.

La tecnologia, rispetto alla quale la burocratica produzione normativa non può e non saprebbe stare al passo, ha reso tutto ciò ancora più evidente. Peraltro, una regolamentazione strutturata secondo le modalità sopra indicate finisce per tradursi in una congerie complessa di adempimenti puntigliosi che altrettanto puntigliosamente dovranno essere verificati ed eventualmente sanzionati: il costo che ciò comporta è molto alto. Infine, uno Stato che ambisca a essere onnipresente, mediante disposizioni di dettaglio, nel progredire costante di una società che cambia nel tempo, rischia di comprimere, rallentare e, di certo, condizionare il progressivo divenire del senso individuale e collettivo al contempo.

L'evoluzione comune si compie pienamente in maniera spontanea se non costretta entro paletti rigidamente posti da chi pretende di governarla oltre quanto funzionale al mantenimento della civile convivenza. Appare chiaro, dunque, da quanto fin qui rilevato, che una regolazione per principi generali, atti a conformarsi a un contesto che muta continuamente, risulterebbe più adeguata.

Nella materia in esame - la par condicio pre-elettorale - quanto sopra rilevato emerge palese nella sua portata. La legge n. 28/2000 ("Disposizioni per la parità di accesso ai mezzi di informazione durante le campagne elettorali e referendarie e per la comunicazione politica") è stata emanata con l'intento di assicurare la più completa espressione sui media del pluralismo delle voci presenti nel panorama pre-voto.

Detta legge ha riguardo, oltre ai cosiddetti messaggi autogestiti, da un lato, alla "comunicazione" politica, in relazione alla quale stabilisce, mediante precisi criteri di "riparto degli spazi tra i soggetti politici", che venga "assicurata parità di condizioni nell'esposizione di opinioni e posizioni politiche nelle tribune politiche, nei dibattiti, nelle tavole rotonde, nelle presentazioni in contraddittorio di programmi politici, nei confronti, nelle interviste e in ogni altra trasmissione nella quale assuma carattere rilevante l'esposizione di opinioni e valutazioni politiche" (art. 2, c. 3).

Dall'altro lato la legge considera i programmi di "informazione" politica più in generale, riguardo ai quali dev'essere garantita "la parità di trattamento, l'obiettività, la completezza e l'imparzialità " (art. 5, c. 1). "Chiamate ad applicare la normativa sono, per la RAI, la Commissione parlamentare di vigilanza e, per le televisioni e le radio private, l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, che si avvale dei Comitati regionali per le Comunicazioni / Comitati regionali per i servizi radiotelevisivi, per quanto riguarda l'emittenza radiotelevisiva locale" (sito AGCom).

In occasione delle consultazioni elettorali, la Commissione e l'Autorità emanano distinti atti applicativi della legge n. 28/2000, previa consultazione tra loro e ciascuna nell'ambito della propria competenza. Sugli obiettivi reali della normativa primaria - finalizzata alla "parità di accesso", ma elaborata con il concreto intento di arginare l'eventuale sovraesposizione del noto politico proprietario di reti televisive - poteva nutrirsi qualche dubbio; ugualmente, destavano perplessità le modalità mediante le quali essa intendeva conseguire il fine previsto, cioè attraverso criteri dal funzionamento complicato. Tuttavia, è in base alle norme di attuazione che la disciplina inerente la presenza dei politici nei media nel periodo pre-voto diviene più invasiva e controversa.

Si considerino, al riguardo, il regolamento dell'AGCOM (Delibera n. 138/14/CONS) e il provvedimento della Commissione di vigilanza Rai (1^ aprile 2014), da ultimo emanati per le elezioni europee del prossimo 25 maggio, aventi analogo contenuto per la gran parte. Essi dettano "una griglia fitta di criteri numerici (l'equiredistribuzione dei tempi di comunicazione) e politici (la ponderazione equa degli spazi di informazione)".

Se, in relazione ai programmi di comunicazione politica, il farraginoso meccanismo risultante dall'applicazione di parametri rigorosi è verificabile con notevole dispendio di tempi e risorse; se con riferimento ai notiziari la "completezza dell'informazione" e "l'esposizione della pluralità dei punti di vista" può essere, sia pur onerosamente, accertata; per i programmi di approfondimento, connotati da una certa libertà editoriale e caratterizzati il più delle volte da una conflittualità tra partecipanti tale da rendere arduo misurarne gli interventi, la valutazione del rispetto dei criteri previsti dalla legge e dalle disposizioni secondarie appare particolarmente difficoltosa, nonché arbitraria. Infatti, risultando ancorabile con difficoltà a dati oggettivi, la verifica viene per lo più svolta in termini equitativi, controversi per definizione.

Da quanto fin qui esposto, appare evidente come la formalistica applicazione delle normative suddette, resa necessaria da regole oltremodo dettagliate, oltre a risultare molto complessa, rischia di essere facilmente elusa e di dar luogo se non a contenziosi, a polemiche di certo, nel caso di sanzioni comminate per opinabili violazioni. L'esito desiderato – la par condicio nell'accesso ai media nella fase pre-elettorale – non garantisce la bontà delle disposizioni emanate, in presenza di costi di entità tale da vanificare i benefici attesi.

Al riguardo, i principi costituzionali rappresentano un punto di riferimento importante, e non solo in termini di gerarchia delle fonti: essi sono funzionali, da un lato, a calibrare l'intervento dei poteri pubblici, perché non costituisca un appesantimento eccessivo; dall'altro, a svolgere per taluni profili la sopra menzionata analisi di impatto, volta valutare se la normativa in questione sia idonea alla loro valorizzazione o non finisca piuttosto per mortificarli. Particolare rilievo rivestono, soprattutto, la libertà di espressione e d'informazione, presidio importante della democrazia del Paese e garanzia di progresso individuale e sociale. Ne scaturisce, quale naturale conseguenza, la tutela del pluralismo nella manifestazione del pensiero, perché ogni apporto individuale possa concorrere all'arricchimento collettivo così come alla crescita personale, nonché alla formazione di una solida consapevolezza della realtà circostante, ivi compreso il variegato panorama delle voci che costituiscono la politica nazionale.

La normativa in esame, se pure teoricamente tesa a realizzare i principi costituzionali suddetti, come la sua intitolazione dichiara esplicitamente, si risolve nel loro opposto. Infatti, la par condicio nell'accesso ai media, nell'attuazione che a essa si è data, si traduce in una questione di burocratico bilanciamento di presenze e ossessivo cronometraggio degli interventi secondo criteri dettagliati, anche in contesti ove ciò non è agevole affatto, come in precedenza evidenziato. Le libertà sopra richiamate risultano rigorosamente contenute in discipline minuziose, anziché valorizzate in un ambito in cui ciò sarebbe, invece, oltremodo importante.

Il raggiungimento di convinzioni politiche fondate sembra essere reso più difficoltoso da paletti limitanti, anziché venire agevolato dal supporto di quanti più contributi diversi, come sarebbe invece auspicabile. Probabilmente, se il legislatore avesse reputato la collettività quale insieme di individui maturi e coscienti, in grado di selezionale gli input proposti, di scegliere con oculatezza, di fare comparazioni adeguate, in tema di par condicio avrebbe elaborato una normativa diversa, idonea a sostanziare pienamente i principi costituzionali suddetti, prevedendo occasioni di contrapposizione fra le forze in campo ordinate, ma non costrette fra vincoli complicati, con risultati maggiormente efficienti e costi applicativi più contenuti.

Confronti effettuati in maniera organizzata – ma non iper-regolamentata al punto tale da imbrigliare i politici interessati – avrebbero costituito metodo adeguato a conferire chiara rappresentazione delle opinioni dei partecipanti. "Format" realizzati secondo il metodo suddetto in Paesi diversi (negli USA, ad esempio, ove tra l'altro, sempre al fine della "trasparenza" comunicativa, il politico dichiara apertamente i costi della campagna in atto, nonché chi la finanzia) avrebbero potuto costituire un utile punto di riferimento. Invece, come spesso accade, da un paternalismo assai invadente nei riguardi di una società giudicata forse non sufficientemente adeguata a compiere in autonomia valutazioni coscienti, è scaturita una regolamentazione che misura con parametri dettagliati ogni espressione politica sui media. In sintesi, la par condicio, da garanzia di accesso per qualunque presenza nel panorama pre-voto, a tutela della democrazia del Paese, si è risolta in una questione di stime comparative meramente formali fra i soggetti in campo: essa ha così finito per mortificare dibattiti, scambi e confronti e, dunque, una "concorrenza" qualitativamente migliore fra i partecipanti alla contesa, al fine di convincere l'elettorato. Del resto, difficilmente poteva essere diverso l'esito di una normativa a valenza "erga omnes", ma concepita per contrastare un caso singolare, e che ha penalizzato chiunque, in ultima istanza.

Ai regolatori nazionali, tuttavia, ciò non è bastato. Hanno evidentemente considerato che la comunicazione politica diviene sempre più "raffinata", tendendo a coinvolgere l'immaginario, a destare emozioni individuali e collettive. Hanno cioè osservato come essa perda il suo connotato di "veicolo" di contenuti e programmi, per diventare "visione" funzionale a dare impulso al cambiamento, negli ultimi anni sempre più sentito. Ma soprattutto hanno compreso che essa travalica le modalità individuate e disciplinate dalle leggi e dalle regolamentazioni esistenti, innestandosi nelle espressioni più diverse delle interrelazioni sociali. Si pensi a Renzi, la cui comunicazione programmaticamente straborda dal solco politico in senso stretto e invade spazi teoricamente diversi, ma in concreto correlati comunque, perché qualificati nella sostanza da chi se ne rende protagonista. Il caso recente della "partita del cuore" di Firenze o l'annunciato ritorno ad Amici, su una rete peraltro di proprietà di un concorrente elettorale, rappresentano chiari esempi di come l'immagine del personaggio politico possa essere costruita e alimentata attraverso i canali più vari.

Il legislatore, come si accennava, ne ha preso atto, mosso come sempre dall'intento di normare ogni aspetto. Con l'art. 7, c. 6, del regolamento AGCom e l'art. 4, c. 7, del provvedimento della Commissione di Vigilanza è stato così disposto che, nel periodo pre-votazioni, alle trasmissioni radiotelevisive diverse da quelle di comunicazione politica, dai messaggi politici autogestiti e dai programmi di informazione non è ammessa, ad alcun titolo, la partecipazione di candidati o di esponenti politici ed altri soggetti collegati, né possono essere trattati temi che riguardino, tra l'altro, vicende o fatti personali a essi inerenti.

Se, come esposto in precedenza, con riguardo a comunicazione e informazione politica, il legislatore ha arginato le libertà costituzionalmente previste in un contenimento forzato, formalmente dettato dalla necessità di garantire a tutte le forze politiche in campo parità di accesso, con riferimento a eventuali fattispecie dal connotato "emozionale", riguardanti ambiti diversi ma a valenza latamente politica comunque, è andato oltre, sospendendo le libertà suddette per il periodo indicato.

I regolatori nazionali così intendono forse tutelare un bene "superiore", consistente nel preservare da ogni possibile condizionamento chi si avvale dei media, come se si trattasse di un minus habens manipolabile psicologicamente con facilità e da chiunque. Essi hanno, dunque, la presunzione di disciplinare anche l'impatto emozionale che può eventualmente indurre una politica condotta con altri mezzi e in sedi diverse da quelle tradizionali: ma, non potendo misurare detto impatto in termini di minuti, equa presenza o con criteri diversi, lo impediscono tout court e così chiudono il cerchio.

Dal paternalismo statale al delirio di onnipotenza normativa il passo è breve. Su queste basi, un altro rischio si affaccia, forse peggiore: le sedi e i mezzi differenti da quelli usati in passato, cui si faceva cenno, nei quali viene praticata la politica attuale non sono solo le variegate rappresentazioni emozionali messe in scena attraverso i media più popolari: è il web ad aver introdotto la vera innovazione nella comunicazione, qualunque sia l'ambito considerato. Social network quali Facebook e Twitter, ad esempio, travalicano gli spazi ormai angusti di TV, radio e stampa, consentendo interazioni fra soggetti interessati e forme innovative di "propaganda" che oltrepassano inevitabilmente i limiti imposti dalle griglie della par condicio. Su internet, diversamente dai palinsesti radio e tv, gli spazi sono comunque infiniti e dunque non possono essere "equiripartiti".

La disciplina della par condicio oggi non si applica al web, ma il fervore normativo già si palesa al riguardo, mediante dichiarazioni e auspici sul tema: non è pertanto infondato, ritenere che, in occasione di prossime votazioni, si potrà giungere a disciplinare anche l'uso della rete. Il legislatore sembra non considerare la circostanza che il mare aperto del web, più che un rischio da contenere, è un'opportunità cui non si può rinunciare. Esso è idoneo, infatti, a consentire confronti diretti e trasparenti tra cittadini e partecipanti alla contesa, nei quali l'assenza dell'ansia da sforamento dei minuti imposti o dello sbilanciamento di calibrate presenze giova al dibattito, all'informazione e, conseguentemente, alla maturazione di opinioni fondate.

Peraltro, il potenziale elettore, nei riguardi del quale il politico di turno abbia assunto direttamente precisi impegni via social network, può essere così indotto a sentirsi personalmente investito dalla responsabilità di verificarne l'attuazione, ciò a vantaggio della società nel suo complesso. La libertà che caratterizza l'interazione digitale può agevolare la crescita, la consapevolezza e la capacità di valutazione di chi vi prenda parte. Un altro pluralismo è possibile. Ma il legislatore nazionale è abitualmente assistenzialista, come visto: forse, anziché favorire il metodo della conoscenza, fondato tra l'altro sulla sperimentazione delle risorse individuali attraverso il dialogo e confronto con quelle di altri – nel caso di specie, di chi partecipa al web, politici compresi – preferirà iper-regolamentare. Dunque, ergendosi a tutore delle scelte della popolazione, ponendo filtri e paletti con la pretesa di offrire un mondo ordinato ove gli individui possano muoversi garantiti, prima o poi finirà per imbrigliare anche il dibattito in rete, che nella libertà trova l'elemento essenziale.

Controllare internet significherebbe, peraltro, compiere sforzi smisurati finalizzati a verifiche dai costi elevati in vista di risultati mai soddisfacenti. Essendo, quindi, per molti versi, arduo che detto strumento possa essere "contenuto" in regolamentazioni dettagliate che prevedano valutazioni rigorose come per i media tradizionali, finirà forse per essere anch'esso tout court vietato a chi è impegnato nella contesa elettorale, come si è fatto per quelle manifestazioni politico-emozionali, dall'impatto non misurabile a priori, cui si faceva riferimento in precedenza?

La par condicio nell'accesso ai media si tradurrà così nell'allestimento di un ambiente ancor più asettico di quanto non lo sia al momento, ove la fase pre-voto possa svolgersi senza "contaminazioni" di sorta? Da quanto fin qui esposto, appare evidente che le conseguenze sarebbero aberranti: perché le contaminazioni suddette, mediante dialoghi, confronti e anche scontri – il web lo insegna – giovano alla libertà di opinione, come alle altre costituzionalmente previste. Sono irrinunciabili, dunque, in politica specialmente. "E' la democrazia, bellezza. E tu non ci puoi far niente! Niente!" (semicit.). Chissà se il legislatore ne prenderà atto, finalmente.

@vitalbaa