Nonostante le semplificazioni giornalistiche di casa nostra, i dati affermano che in Germania i minijob hanno ridotto la disoccupazione senza incidere sul numero dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato. Un modello da seguire?

 

Negli ultimi mesi della campagna per le elezioni federali tenutesi il 22 settembre scorso in Germania, nel nostro paese si è assistito a un fuoco incrociato di diversi organi di stampa contro i cosiddetti minijob tedeschi. Il ragionamento sotteso alla critica virulenta che ha unito media di ogni colore politico, da Il Sole 24 Ore a Il Manifesto, dal Fatto quotidiano a La Repubblica, è semplice: la Germania non è affatto un modello cui ispirarsi, dal momento che avrebbe fondato tutto il proprio successo economico su salari bassi che precarizzano i rapporti di lavoro e deprimono la domanda interna. Ragion per cui, lottare contro Berlino e i suoi diktat economico-finanziari sarebbe vieppiù giustificato. Si tratta però di una semplificazione che non tiene conto della realtà, e che rischia di piegare i fatti alle esigenze, non sempre nobili, della politica di casa nostra. Se si avesse avuto la pazienza di analizzare i dati, la situazione rappresentata sarebbe apparsa assai meno tragica di quanto si è voluto dare ad intendere.

I minijob rientrano tra le forme di lavoro subordinato etichettate con il nomen iuris di geringfügige Beschäftigung, ossia di lavori atipici, conosciuti nell'ordinamento tedesco sin dal 1977. Il successo dello strumento si deve ad una modifica legislativa del governo rosso-verde tra socialdemocratici ed ecologisti e precisamente alla seconda delle quattro leggi Hartz, volute dalla commissione insediata dal Cancelliere Gerhard Schröder all'inizio del suo secondo mandato. Dal 1 aprile 2003, infatti, i cosiddetti minijobber incominciarono a guadagnare 400 euro mensili indipendentemente dal numero di ore settimanali lavorate. Prima di allora, invece, lo schema era fisso e poco flessibile, dato che il compenso previsto per lavoretti di ogni natura era di 325 euro al mese per un massimo di quindici ore settimanali. Oggi i dati ci dicono che il 35 percento dei minijobber lavora fino a dieci ore e il 38 percento dalle dieci alle venti ore settimanali. Solo il 15 percento lavora più di trentadue ore.

A ciò si deve aggiungere che con la legge Hartz II i datori di lavoro hanno incominciato a pagare contributi di natura pensionistica e sanitaria, in proporzione superiore a quella per i lavori tipici. Permane invece l'esclusione di versamento dei contributi sociali a carico del lavoratore. O meglio, a partire dal 1 gennaio 2013, dopo una riforma del governo cristiano-liberale, che ha peraltro innalzato il tetto massimo del salario a 450 euro al mese al fine di adattarlo all'aumento dei salari medi degli ultimi dieci anni, anche il lavoratore è tenuto a pagare i contributi all'assicurazione pensionistica, a meno che non scelga espressamente di essere liberato dall'obbligo. La critica diffusa per cui i minijobber avrebbero salari orari da fame, a volte perfino inferiori ai 2 euro l'ora, è quantomai demagogica. Come raccontava ai primi di ottobre la Frankfurter Allgemeine Zeitung, si tratta di casi limite, che si verificano più che altro nell'Est della Germania e contro i quali l'Agenzia federale del lavoro (BA) sta combattendo con un certo successo, viste le recenti pronunce dei tribunali del lavoro che hanno definito sittenwidrig, ossia contrario al buon costume, un salario così basso.

A differenza di quanto propagandato dalla stampa nostrana, va sottolineato che, a dieci anni dalla riforma socialdemocratica, non vi è stato alcun boom dei minijob. Il numero di coloro che vivono soltanto di un minijob è rimasto pressoché costante dal 2003 fino ai giorni nostri (4,9 milioni) e appare oggi persino in leggero calo. Ad essere aumentato, o meglio ad essere pressoché raddoppiato è il numero dei cd. nebenjobber, ossia di coloro che uniscono ad un lavoro a tempo determinato o indeterminato anche un minijob. Si tratta di circa 2,7 milioni di persone. Il motivo di un aumento così rapido, oggi in via di stabilizzazione, è ancora oggetto di indagine da parte degli economisti del lavoro. Semplificando, si può dire che vi sono buone ragioni per credere che in questo raggruppamento non vi siano soltanto lavoratori tipici che considerano troppo basso il proprio salario, ma anche lavoratori che cercano forme più flessibili e meno onerose per arrotondare la busta paga o la pensione. Dal momento che i minijobber non pagano contributi sociali, per un lavoratore è spesso molto più vantaggioso scegliere un lavoro atipico aggiuntivo anziché fare qualche ora di straordinario e pagare una quota spropositata di tasse all'erario. In totale, quindi, si possono annoverare poco più di 7 milioni e mezzo di lavoratori atipici, tutti rientranti nel novero del cosiddetto Niedriglohnsektor, il settore dei salari a meno di nove euro e mezzo l'ora del quale fanno parte anche diversi lavoratori part-time, il quale rappresenta circa il 22 percento di tutta la forza lavoro, una percentuale in aumento dal 1998 (17 percento), ma del tutto costante dal 2003, anno della modifica legislativa di cui si sta parlando.

Se è dunque vero che non vi è stato alcun boom dei minijob, ad esclusione della variante che prevede una combinazione tra lavoro tipico e atipico, perché allora si è soliti affermare che il minijob è stato uno strumento di successo? La risposta è piuttosto semplice e si deduce osservando i dati riguardanti la popolazione in età attiva (15-64 anni): i minijob, al pari del lavoro interinale e del lavoro part-time, hanno notevolmente contribuito a ridurre la allarmante disoccupazione tedesca, offrendo una risposta flessibile e vantaggiosa ai lavoratori meno qualificati, ma senza per questo erodere la quota dei lavoratori con salari superiori ai nove euro e mezzo e con rapporti a tempo indeterminato, che anzi sta significativamente aumentando ormai dal 2006. Secondo dati dell'Institut der deutschen Wirtschaft (IW) di Colonia, dal 2006 al 2012 sono infatti stati creati più di due milioni di nuovi posti di lavoro, soltanto 300.000 dei quali atipici. Anche recenti indagini demoscopiche realizzate in Germania confermano che i minijob sono un esempio positivo, utilizzato in particolare da casalinghe, pensionati e studenti. Secondo un sondaggio dell'ufficio federale di statistica, infatti, è falsa la credenza secondo la quale i lavoratori vorrebbero a tutti i costi un lavoro a tempo pieno. In buona maggioranza, chi sceglie il minijob lo fa per ragioni di flessibilità o come soluzione-ponte dopo un periodo di disoccupazione e si dice del tutto felice della propria situazione. C'è insomma chi guida taxi-cart per le vie dei centri storici delle città tedesche, chi svolge servizi di assistenza sociale a domicilio, chi fa il commesso o la commessa in un supermercato per tappare qualche buco. Il segreto sta tutto nell'assenza di contributi sociali da pagare e nella flessibilità offerta tanto ai lavoratori quanto ai datori di lavoro.

A distanza di dieci anni dalle riforme Hartz, l'opposizione rosso-verde, che in queste settimane è separatamente chiamata ad intavolare trattative con la CDU/CSU della signora Merkel, ha in programma di tornare indietro, disfacendo una buona parte dell'opera che ha permesso alla Germania di eliminare la piaga della disoccupazione di lungo periodo. L'idea riguardante i minijob difficilmente verrà realizzata in una coalizione con la Cancelliera, ma non è escluso che se ne possa almeno parlare nel corso dei negoziati. Per socialdemocratici e verdi, la quota priva di contributi andrebbe limitata a soli 100 euro. Tutti i guadagni superiori verrebbero assoggettati ad imposte e contributi sociali. Il rischio è di tornare a confinare al mercato nero decine di migliaia di lavoratori.