Ha vinto Bibi-sitter. Sì, proprio Netanyahu, dato ormai al tramonto dai media e dai sondaggisti di tutto il mondo, ha ottenuto la vittoria più inaspettata della storia elettorale d'Israele. Si è presentato in uno spot elettorale come il baby sitter degli israeliani, l'unico in grado di garantire la sicurezza dei loro figli e gli israeliani gli hanno, ancora una volta, prestato fiducia.

Netanyahu vince

D'altronde la campagna elettorale si era giocata sullo slogan dei laburisti in cui dichiaravano: "O noi o lui" e Bibi aveva ovviamente contraccambiato: "O loro o me". Gli israeliani non hanno avuto dubbi, hanno scelto lui, ancora una volta, dandogli la possibilità di diventare il premier più longevo di sempre e di superare Ben Gurion.

In un paese che sente di essere sempre in guerra, la carriera militare conta qualcosa, e quella di Netanyahu parla da sé. Per questo gli israeliani si identificano in lui, perché è un uomo coraggioso, con una famiglia legata alla storia d'Israele, che ha il coraggio di difendere in ogni luogo e in ogni situazione.

Non per questo sono mancate critiche, che continueranno nei prossimi anni. Gli israeliani in fondo sono così, anche con lui: ne vogliono mal dire, ma non ne vogliono mal sentire. Ha resistito anche agli attacchi per interposta consorte, che ieri sera Bibi si è portata sul palco, a testimoniare di essere più forte di ogni attacco e dimostrando che in fin dei conti, se per attaccare l'avversario politico devi colpire sua moglie, gli argomenti politici decisamente scarseggiano.

Ci ha provato, Herzog, anche lui proveniente da una famiglia gloriosa fatta da presidenti d'Israele e capi rabbini, riuscendo a dare al partito laburista un'identità che fino ad oggi non aveva. Si è alleato con la Livni e ha provato a convincere gli israeliani, più che con la promessa di ricucire lo strappo con Obama, con il sogno di diminuire la diseguaglianza sociale, ma non è bastato.

I risultati delle elezioni, che assegnano 30 seggi al Likud e 24 all'Unione Sionista, dimostrano come Israele sui temi di politica estera sia sempre più un paese rivolto a destra. Lo stesso Herzog sul nucleare iraniano aveva provato a convincere gli elettori che, in fondo, non la pensava in maniera troppo differente da Netanyahu e l'alleanza con la Livni non era altro che una forma di garanzia delle sue posizioni. Ma è il centrodestra ad aver vinto, perché se si sommano i seggi dei vari partiti di Bennet, Kahlon, tutti fuoriusciti dal Likud, insieme a quelli dei partiti religiosi e di Lieberman, si comprende che la maggioranza degli israeliani sta, ormai da anni, stabilmente a destra, senza l'intenzione di cambiare idea e tornare indietro.

A sorprendere e a creare problemi sarà invece la Lista Araba Unita. Ciò che da una parte rappresenta un grande segnale di democrazia dove le minoranze votano e siedono in parlamento, dall'altra indica un problema politico non indifferente, visto il rifiuto arabo a collaborare con i partiti sionisti.

Il vero centro della campagna elettorale, che riguardava Israele in quanto tale, è stato sottovalutato da commentatori interni, che hanno creduto che la partita si giocasse solo in termini economici e quindi che avrebbe prevalso Herzog, e da analisti internazionali prevalentemente persuasi che lo strappo con Obama e l'isolamento d'Israele avrebbero portato gli israeliani a una strategia diversa.

Con tutti i difetti e le critiche che gli israeliani gli hanno rivolto, Netanyahu è riuscito però a dare ciò che gli altri non sono stati in grado di fornire: una risposta chiara alla domanda fondamentale, cioè una visione di paese. Israele non è uno Stato qualunque; si fonda sull'idea che gli ebrei debbano avere un luogo in cui sentirsi a casa, uno Stato che li protegga, che li accolga e che permetta loro di sentirsi ebrei. Dopo quasi sessant'anni c'era il rischio che qualcuno pensasse che il sogno sionista si fosse esaurito. Era nato uno Stato e gli ebrei godevano di una relativa tranquillità.

La minaccia dell'Iran e gli attentati in Europa sono serviti a ricordare che l'idea di uno Stato ebraico, che va difeso come tale, è tanto più valida e attuale, quanto più è minacciata da chi la ritiene offensiva, anacronistica o "antidemocratica", o abbandonata da chi pensa che non si possa "morire per Gerusalemme". Questo è un tema che non ha a che fare con la paura degli israeliani, ma con l'identità e l'esistenza stessa di Israele.

Bibi è riuscito a ricordare che Israele non è un sogno raggiunto, né uno Stato come un altro, dove qualche punto d'inflazione decide le elezioni. Israele è un miracolo del cielo per cui bisogna combattere ogni giorno. Per questo Netanyahu, dopo gli attentati a Parigi e a Copenhagen, ha ricordato che Gerusalemme non è solamente il luogo a cui gli ebrei rivolgono le loro preghiere, ma la capitale della casa degli ebrei di tutto il mondo.

Obama dovrà farsene una ragione, gli israeliani non hanno scelto l'isolamento; sanno bene che gli Usa sono un alleato prezioso e lo sa anche Netanyahu, che ha bisogno dell'appoggio dello storico alleato per difendere Israele. Il fatto è che gli israeliani non si sentono vittime, né credono che tutti ce l'abbiano con loro. È solo che le sinagoghe attaccate in Europa e la minaccia nucleare iraniana ricordano in maniera terribile lo spettro del nazismo negli anni trenta.

La differenza qual è? Che oggi esiste uno Stato ebraico e che gli ebrei di tutto il mondo hanno imparato che quando la loro esistenza è minacciata affidarsi alle promesse altrui non è di troppa garanzia. Settant'anni fa non è andata bene, meglio cambiare strategia.