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Il prossimo 29 maggio la città di Taranto ospiterà una tappa del Festival dello Sviluppo Sostenibile dedicata al cosiddetto “goal 12”, uno degli obiettivi definiti dal Development Programme delle Nazioni Unite. Se si tratta di tracciare le linee guida per modelli di produzione sostenibile e responsabile, la scelta della città dell’Ilva per ospitare l’evento è particolarmente evocativa, anche se oggi potrebbe esserlo in negativo.

Quasi 1500 chilometri più a nord, la città austriaca di Linz è la dimostrazione “in vivo” di come la produzione dell’acciaio possa essere sia sostenibile che responsabile: fino a qualche anno fa era la città più inquinata dell’Austria, oggi è diventata - grazie a investimenti mirati e politiche di risanamento ambientale incisive - la seconda città più pulita del paese, nonostante la presenza delle immense acciaierie Voestalpine.

Invece è difficile capire cosa succederà dell’Ilva - e quindi della città di Taranto - ora che la soluzione prospettata dal Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda è stata respinta dai sindacati (essenzialmente UIL e CGIL) e quindi si rischia anche il recesso del vincitore del bando di gara di ri-privatizzazione Arcelor-Mittal.

Più che a quella di Voestalpine, la storia di Ilva somiglia a quella di Alitalia del 2008. Anche in quell’occasione una proposta di vendita già definita (ad Air France) è saltata dopo che i sindacati hanno respinto il piano industriale definito con l’acquirente, anche in quell’ocasione il motore del fallimento della trattativa è stato innescato dalla politica e dalla previsione del cambio di maggioranza e di governo: allora fu Berlusconi a promettere ai sindacati un trattamento di favore rispetto alla soluzione prospettata dal governo Prodi, oggi è l’arrivo del nuovo azionista di maggioranza del governo, il movimento 5 Stelle con le sue posizioni anti-industriali e iper-assistenzialiste - oltre che l’anomalo referente pugliese dei 5 stelle, il Governatore Emiliano -, a giocare il ruolo chiave.

Ma se all’epoca, con Alitalia, il costo del fallimento dell’intesa con Air France è stato pagato (e continua ad essere pagato ancora oggi) “solo” dai contribuenti, oggi il conto più salato rischia di cadere direttamente sulla città di Taranto e sui suoi abitanti, sia in termini di evaporazione, in assenza di investitori adeguati, delle prospettive di un incisivo risanamento ambientale della città (sono 5 i miliardi di euro messi in cantiere da Arcelor-Mittal), sia per quanto riguarda le prospettive occupazionali: Ilva oggi occupa solo a Taranto 12.000 persone (ma si arriva facilmente a 20.000 se si considerano le imprese dell’indotto).

Le alternative? Non ce ne sono, come non ce ne erano all’epoca per Alitalia. I mesi e gli anni che verranno si incaricheranno di dimostrarlo a noi contribuenti e alla città di Taranto. Quello che è certo è che non esiste sviluppo sostenibile che non sia ancorato saldamente al principio di realtà (sviluppo sostenibile e responsabile, sottolinea il goal12 delle Nazioni Unite). Sarà utile ricordarlo a Taranto, a fine mese, quando si parlerà proprio di questo.