giustizia

Il monopolio della forza in capo allo Stato di diritto tutela il debole, il fragile, il disarmato, la vittima e il criminale. L'anarchismo delle "pistole facili" - magari in mano a qualche politico/sceriffo razzista e (s)fascista - colpisce sempre, invece, l'emarginato, lo squilibrato, il diverso, lo straniero, con l'effetto di duplicare il "crimine" e di far transitare le "vittime" tra i "Caino".

La recente notizia relativa alla "giustizia fai da te" difesa - come da copione - dalla destra leghista è strettamente connessa al dibattito sulla riforma della Giustizia - promossa dalla Ministra Cartabia - e sui referendum radicali che si "aggiungono" al processo normativo. Al di là, infatti, delle legittime posizioni pro o contro che arricchiscono il confronto, è giusto segnalare politicamente le scelte compiute e distinguere gli approcci, le sottoscrizioni, gli appoggi interessati, le decisioni estemporanee. Si può essere garantisti, credere nell'imperio della legge, rifuggire arbitrio e violenza (anche di Stato) e, allo stesso tempo, giustificare l'anarco-individualismo dei pistoleri, della "difesa sempre legittima"?

Si può - giustamente - chiedere maggiore responsabilità in capo ai magistrati, a chi esercita pubblici poteri e, allo stesso tempo, coltivare l'ideologia dell'irresponsabilità per chi abusa della reazione sproporzionata all'offesa, abbattendo, come un animale, chi sbaglia, chi delinque, con il processo sommario delle proprie ragioni? Fanno bene i Radicali a non andare per il sottile, a non mettere paletti in ordine alle motivazioni e ai fini degli occasionali compagni di strada, ed è senz’altro conforme al pensiero liberale accettare le sottoscrizioni e l'appoggio della Lega e di Salvini per i referendum promossi, a prescindere delle reali intenzioni. Ed è anche importante, allo stesso modo, però, "inchiodare" le forze politiche e spingerle all'intransigenza sulle conseguenze che derivano dalle decisioni prese.

È un paradosso deflagrante infatti - tutto interno alla destra leghista - appoggiare il Governo Draghi, la "Riforma Liberale" della Cartabia, i referendum "pannelliani" - tutte "politiche" tese all'applicazione dell'art. 111 della Costituzione sul Giusto Processo e sulla ragionevole durata dello stesso - e pretendere, allo stesso tempo, di legittimare il ricorso alla giustizia privata, rincorrere ideologicamente la riattualizzazione del diritto barbaro alla rappresaglia, alla vendetta sbrigativa.

Anche ai dirigenti della sinistra - in tutte le sue sfaccettature - va imputata un'eguale dose di contraddizioni, non meno pericolose. Non si può difendere lo Stato di Diritto contro l'arbitrio dei singoli, contro la diffusione di strumenti mortiferi tra la popolazione, capaci di annullare ogni mediazione razionale e ogni necessità di "prove" e conferme e, allo stesso tempo, balbettare sulla bontà o meno dei Referendum radicali, sulla compiuta affermazione del "processo accusatorio" fondato sulla dialettica - alla pari - tra inquirenti e difensori e sulla centralità del dibattimento governato dal "giudice terzo".

Non si possono censurare - giustamente - i politici "sceriffi" e, insieme, tollerare i tentativi di riportarci - contro la mediazione raggiunta nel CDM - alla "controriforma" giustizialista di Bonafede, con la previsione distopica della "violenza" di un "Processo eterno", quello in cui non ci sono innocenti, ma colpevoli non ancora dichiarati. Le donne e gli uomini di sinistra, lo ha ben compreso il democratico Bettini, avrebbero dovuto "firmare" per primi i referendum sulla Giustizia e, anzi, avrebbero dovuto "rilanciare" nel senso delle garanzie e dei diritti.

Il PD, a mio parere, ha perso in tal senso un'occasione epocale anche per mettere definitivamente in crisi lo strumentale "appoggio" da parte dei leghisti. Mancano, infatti, ai "quesiti radicali" altri quesiti fondamentali che avrebbero davvero completato l'offerta referendaria. Non solo andavano sottoscritti, quindi, i referendum depositati ma ne andavano proposti altri, ad esempio su questi punti:

1. sulla abrogazione delle residue norme criminogene in tema di droghe, nel solco dell'antiproibizionismo e seguendo l'impostazione della Corte Costituzionale che ha bocciato la famigerata legge Fini-Giovanardi, quella che ha riempito le nostre carceri di drogati e di emarginati, realizzando propriamente una "giustizia di classe", quella che piace a Salvini, per l'appunto;

2. sulla richiesta ai cittadini di pronunciarsi per abrogare, o meno, "l'ergastolo ostativo", uscendo definitivamente - in caso di vittoria - dall'obbrobrio incostituzionale che prevede il "fine pena mai", a prescindere da qualsiasi valutazione concreta e soggettiva sul diritto a benefici alternativi, a distanza di decenni dal fatto commesso, confermando così le censure contro l'Italia espresse - sul punto - dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, che ha compreso come non sia sempre possibile "collaborare" con la Giustizia, denunciando correi e complici, quando si ha paura per l'incolumità della propria famiglia.

Questo rilancio - che spero davvero presto possa entrare nel dibattito pubblico - avrebbe messo un po' d'ordine tra le frettolose decisioni di questo o quel politico, contribuendo a orientare gli elettori nel voto, nel discrimine tra civiltà e barbarie.