renzimattarella

Ormai ci sono politici che dicono 'gli italiani devono poter votare!' con la stessa corriva condiscendenza con cui i genitori cui andrebbe tolta la potestà genitoriale dicono 'i bambini devono potersi divertire', mentre questi armeggiano con le prese della corrente o si arrampicano sul davanzale della finestra. Come se del voto o del gioco non contassero né le regole, né le possibili conseguenze.

Come se il voto, e il gioco non dovessero servire a qualcosa, ma a nient'altro che a far sfogare l'energia repressa e a sfiatare la pentola a pressione della noia e del malcontento. A "tenerli buoni", come si dice dei bambini, e ormai si pensa degli elettori, cioè a prenderli per il culo dando ragione alle loro intemperanze, per non prenderne sul serio le ragioni, che stanno fuori di loro - nel modo in cui sono trattati - ma anche dentro di loro - nel modo in cui pretendono di essere trattati, nel cortocircuito della diseducazione permanente.

Nella politica italiana, come in troppe famiglie, non c'è quasi più nessuno disposto a dire e a dirsi "i no che aiutano a crescere", cioè a scommettere su un progetto, che può essere sbagliato, ma almeno ambisce a essere giusto e non stare a rimorchio dei "sentimenti popolari" (che sono anch'essi un prodotto politico, non psicologico) e nell'inerzia dell'ordalia antipolitica, dell'invidia sociale, del sovranismo impotente e quindi ancora più incattivito, del miracolismo e del santonismo e della guerra civile come sola possibile igiene della politica.

Il No al referendum si presta a letture complesse, ma una lettura possibile, onesta, e non indulgente fotografa la prevalenza di due "minoranze minori" (quella grillina e quella forza-leghista) sulla "minoranza maggiore" (quella che possiamo definire renziana, ma che non è "di Renzi") persuasa della necessità e della possibilità di un progetto riformatore, non solo in materia costituzionale. Una minoranza che l'esecutivo uscente può avere illuso e deluso, ma non ha disamorato di sé fino al punto da farla passare nel campo delle altre due Italie, che sommate nei voti hanno prevalso nelle urne, ma che non faranno mai somma politica, mai un governo insieme, ma un progetto comune.

Speravamo e speriamo che Renzi e il PD rimangano fedeli a questa lettura - che segna anche l'alternativa tra un'Italia del governo e una del non governo e del "voto contro" come cifra culturale e ideologica - e si ingegnino per fare in modo che la legge elettorale che porterà l'Italia alle urne drammatizzi questa alternativa e renda possibile la rivincita di quel 40% sconfitto non solo sulla base del pallottoliere elettorale, ma della concreta possibilità di governo. Questo tentativo comporta il contrario di un'attesa inane della sentenza della Consulta sull'Italicum e la necessità di compromessi parlamentari sulla legge elettorale, che finiranno sicuramente nel mirino dei professionisti dell'anti-inciucio.

Preferire evitare questo tipo di attacchi e acconciarsi a votare con quel che dirà la Consulta - nell'illusione che dica qualcosa di risolutivo - e quindi predisporsi a un'elezione proporzionale con preferenze primo-repubblicana, senza correttivi, senza salvaguardie, senza nulla che si ponga il problema del dopo-voto, è la cosa più irresponsabile e autolesionista che il "partito del Sì" potrebbe fare, dopo un'intera campagna referendaria trascorsa a spiegare l'importanza di istituzioni ordinate e efficienti. Il rischio oggi è che per evitare di votare con una legge elettorale che porti Grillo o chi per lui a Palazzo Chigi, si vada a votare con una legge che possa consentire a Grillo di vincere le elezioni, ma di non dovere governare, e privi di fatto il Parlamento della possibilità di esprimere qualunque governo, posto che l'unico ipoteticamente possibile nello schema del Consultellum - quello tra PD e Forza Italia - sarebbe improbabile nei numeri e ancora più politicamente indigeribile e inattendibile dell'attuale governo con Alfano e Verdini. Questo spettro, inoltre, aleggerebbe per l'intera campagna elettorale, spingendo a una possibile scissione del PD e all'esplosione dei consensi per Grillo e Salvini, come interpreti del purismo anti-inciucio.

Se quindi il PD e Renzi vogliono riportare al governo l'Italia del 41% devono prendersi dei rischi d'impresa; quello di riconoscere onestamente che è anch'essa un'Italia plurale (anche se non articolata in un pluralismo partitico) e neppure del tutto coincidente con le forze politiche di maggioranza, ma non è "cosa loro"; quello di scommettere su di un governo di continuità con il ritorno al Mattarellum al centro dell'agenda parlamentare in modo chiaro, sfidante per tutti (dalla minoranza PD al M5S) e coerente con la sfida referendaria. Poi, a partire da questo principio, si possono valutare aggiustamenti o alternative e concessioni, pure sul tema della durata della legislatura.

L'alfa e l'omega della strategia del premier e del partito di maggioranza non può però essere quella che, se i vincitori del referendum vogliono votare subito, allora il PD deve anch'esso dimostrare di non temere le urne. Votare subito, con il Consultellum, significa votare per niente, incassare una quasi sicura seconda sconfitta "ai punti" da parte del M5S e mettere il Capo dello Stato dopo il voto in una situazione anche peggiore di quella che deve affrontare oggi. Un'altro trionfo per Grillo e per Salvini, un'altra debacle per Renzi e per il PD, un altro infarto istituzionale per l'Italia.

@carmelopalma