etichetta vino

La ragione per cui storicamente sulle etichette delle bevande alcoliche non si siano mai riportati gli ingredienti non è particolarmente chiaro e del resto storicamente gli alimenti che non riportavano l’elenco degli ingredienti erano diversi. Il motivo per cui però anche a partire dalle prime norme europee sull’etichettatura degli alimenti le bevande alcoliche contenenti più dell’1,2% di alcol siano state esentate dall’obbligo di riportare l’elenco degli ingredienti lo è ancora meno.

È dal 1982 che se ne parla e regolamento dopo regolamento, direttiva dopo rirettiva, deroga dopo deroga siamo arrivati alla fase attuativa del Reg 1169/2011, entrato in vigore nel 2014, una di quelle norme che l'Unione Europea definisce "di armonizzazione" e che creano invece diversi attriti e dissapori. Il Regolamento riunisce tutte le indicazioni per l’etichettatura e la designazione degli alimenti e introduce l’obbligo, oltre che della lista degli ingredienti, anche delle informazioni nutrizionali. L’obiettivo è di aumentare il livello di protezione del consumatore in materia di informazione sugli alimenti, permettendogli di fare scelte consapevoli.

Per le bevande alcoliche è presente, come sempre, una deroga - della durata, per cominciare, di tre anni - in attesa che la Commissione analizzi la questione tenendo conto del parere di tutte le parti in causa e quindi prenda una decisione, che spieghi finalmente al Parlamento perché sull’etichetta delle bevande alcoliche dovranno o non dovranno essere riportati gli ingredienti e le indicazioni nutrizionali.

La relazione della Commissione Europea sugli esiti dell’approfondimento viene pubblicata il 14 marzo scorso e la conclusione, tenuto conto di tutto - quello che chiedono i consumatori, quello che sostengono le ONG, l’OMS e gli studi e anche di un presunto cambiamento di posizione dei produttori e dei loro rappresentanti - è che… niente, "non ci sono ragioni oggettive che giustificherebbero l’assenza di informazioni nutrizionali e sugli ingredienti delle bevande alcoliche o un trattamento differenziato per alcune di esse" e che l’industria è invitata a presentare entro un anno una proposta di autoregolamentazione per l’intero settore.

 

Questi i fatti, veniamo alle reazioni. 

Nell’ottobre 2016, in previsione del pronunciamento della Commissione la FIVI, la Federazione Italiana dei Vignaioli Indipendenti, emana un comunicato stampa nel quale, riportando la posizione assunta insieme ai colleghi vignaioli europei e trasmessa alla Commissione Europea, si definisce contraria all’introduzione della lista degli ingredienti in etichetta. “Chiediamo l'esenzione dall’obbligo di riportare in etichettta la lista degli ingredienti e i valori nutrizionali perché riteniamo che per il settore del vino, e in particolare per noi piccoli produttori – commenta Matilde Poggi, presidente FIVI – sarebbe un inutile aggravio sia in termini di tempo che economici. Il vino non ha una ricetta, cambia di anno in anno, sulla base della stagione e delle condizioni fitosanitarie dell'uva. Noi produttori dovremmo quindi farci carico di far analizzare il vino ad ogni nuova vendemmia, e cambiare di conseguenza anche l'etichetta”.

A parte l’ultima affermazione che confonde la composizione di un prodotto con l’uso di ingredienti e additivi che in quanto utilizzati nel processo non richiedono di essere analizzati, in effetti la posizione dei vignaioli che definisce l’intervento un inutile aggravio burocratico, potrebbe essere condivisibile dal momento in cui a partire dal 2012, con l’introduzione del “contiene solfiti” in etichetta e poi nel 2014 delle indicazioni sugli altri possibili allergeni, i produttori hanno ristampato già le etichette almeno un paio di volte in pochi anni e che il settore da tempo lamenta una pesantezza burocratica crescente e spesso ridondante. Ma tutto il mondo dell’agroalimentare è fatto di tante piccole imprese, non solo nel settore vitivinicolo e allora potrebbe essere condivisibile anche la posizione del casaro di montagna che alza la mano e dice “e allora io?”.

D’altronde l'Unione Europea sta chiedendo ai produttori di fare le loro proposte e senza scendere negli aspetti tecnici vengono in mente ad esempio le etichette elettroniche, i QR code o qualsiasi soluzione che non imponga la ristampa a ogni variazione climatica.

Poi ci sono le reazioni che dicono no alle nuove etichette perché inutili e perché ai consumatori non servono, come quella di Confagricoltura che sostiene che “la tabella nutrizionale e l’etichetta degli ingredienti non rientrano fra gli elementi di scelta di un vino”. E in effetti come potrebbero dal momento in cui non ci sono?

In realtà le indagini riportate dalla relazione della Commissione dicono esattamente il contrario e uno studio svolto su più di 5000 intervistati in sei Stati membri della Comunità riporta che il 69% dei consumatori sarebbero molto interessati a ricevere per le bevande alcoliche le stesse informazioni nutrizionali di cui dispongono per gli altri alimenti e che per la lista degli ingredienti la percentuale sale al 74%.

Ma come si spiega che quando si parla di origine e provenienza, quando si tratta di riportare che un vino o un barattolo di pelati sono prodotti nel tal comune, particella, luogo e soprattutto che sono italiani, per le nostre associazioni di categoria l’informazione del consumatore viene prima di tutto e quando invece si applica un principio che entra nella sostanza di un processo di lavorazione, la trasparenza diventa improvvisamente inutile?

Chi ha deciso che per il consumatore sia interessante conoscere la posizione della vite sul filare o il nome della mucca ma che non debba importargli del fatto che il vino fa anche ingrassare? In quanti sanno (pur probabilmente non utilizzando l’informazione come criterio di scelta) che il contenuto calorico di un vino secco, e cioè privo di zuccheri residui, con 13° alcol V/V è di circa 75 Kcal/100 ml di prodotto (e che quello della più nota bevanda gassata zuccherata è invece di 41 Kcal/100 ml)? O forse il loro diritto di conoscere e di informarsi finisce dove comincia il nostro mercato?

Perché nel momento in cui la Commissione chiede a tutti gli stakeholders di sedersi intorno a un tavolo per portare le loro ragioni, non si pensa che i produttori portino quelle dei consumatori che sono già rappresentati, ma che parlino per quanto li riguarda, e allora ok l’aggravio burocratico e i costi ma cosa c’entrano i criteri di scelta di un vino?

Tra l’altro nel documento della Commissione si dice che se in passato i settori economici interessati hanno espresso la loro opposizione a un sistema di etichettatura obbligatorio, oggi il settore è pronto e che in molti anche nell’industria riconoscono il diritto dei consumatori a sapere cosa bevono, avendo anche attivato iniziative volontarie per informare il pubblico sulle caratteristiche nutrizionali del vino.

Ma allora a chi è diretta quest’alzata di scudi? Perché i casi sono due, o intorno a quel tavolo i rappresentanti dei produttori di vino che manifestavano la loro opposizione non sono stati ascoltati (e non mi stupirebbe dal momento in cui se a produrre vino in Europa siamo in cinque o sei, a produrre birra sono tutti gli altri) o che le associazioni di produttori e gli agricoltori italiani stiano sbagliando la sede dove esprimere le loro ragioni (e anche questo non mi stupirebbe, la storia tra l’Italia e Unione Europea è disseminata di casi simili).

 

Cosa troveremo sulle etichette dei vini?

Per quanto riguarda i costituenti potenzialmente dannosi per la salute umana le etichette degli alcolici riportano già le indicazioni necessarie e cioè il contenuto in alcol e la presenza di eventuali allergeni (per il vino i solfiti e alcune proteine di origine animale utilizzate come chiarificanti come l’albumina d’uovo o la caseina e i caseinati del latte e il lisozima). L’elenco degli ingredienti non fornisce al consumatore informazioni aggiuntive sulla salubrità del prodotto perché qualsiasi ingrediente o additivo autorizzato per il settore degli alimenti e del vino è già stato vagliato da EFSA per tutti gli aspetti di sicurezza alimentare.

Gli ingredienti, secondo il Regolamento, che andranno ad alimentare la lista sono “qualunque sostanza o prodotto, compresi gli aromi, gli additivi e gli enzimi alimentari, e qualunque costituente di un ingrediente composto utilizzato nella fabbricazione o nella preparazione di un alimento e ancora presente nel prodotto finito, anche se sotto forma modificata; i residui non sono considerati come ingredienti”. Non vanno nella lista degli ingredienti invece i coadiuvanti, sostanze utilizzate nel corso della trasformazione ma che vengono poi eliminati e che quindi non finiranno nel bicchiere o nel piatto.

Gli additivi alimentari sono riportati con la loro funzione tecnologica di coloranti, emulsionanti, gelificanti, ecc. in una lunga lista (sono in tutto 329) in un altro regolamento europeo e sono quelli che si trovano indicati da un numero preceduto dalla lettera E.

Per il vino però non si possono utilizzare tutti perché esiste una regolamentazione specifica e più restrittiva che istituisce un’altra lista positiva di prodotti e pratiche ammesse. Attualmente (Reg 606/2009) nella lista sono presenti 43 voci tra additivi, coadiuvanti e trattamenti di tipo fisico. Per il vino biologico, perché non si pensi che tutto questo non lo riguarda e che il mosto d’uva sia il suo solo ingrediente, esiste un altro regolamento (Reg 203/2012) con un’altra lista un pochino più corta.

Per il vino l’unico ingrediente è per definizione stessa il mosto d’uva e nella lista (che si badi bene non fornisce la composizione di un alimento) andrà riportato insieme agli additivi utilizzati tra cui ad esempio l’anidride solforosa, l’acido tartarico quando utilizzato per correggere l’acidità, la gomma arabica se aggiunta per stabilizzare i vini al momento dell’imbottigliamento e alcuni altri.

 

Nel mondo del vino (ma non solo), in quello scritto e postato più che in quello reale, è divenuto popolare l’assunto per cui l’intervento tecnologico, che andrebbe secondo alcuni a detrimento della naturalità dei vini, sia indicatore di cattivo comportamento produttivo, mentre il non utilizzo di prodotti e tecniche frutto di innovazione e aventi lo scopo di migliorare la qualità dei prodotti, sia invece un comportamento virtuoso ed eticamente superiore.

I sostenitori di questa corrente che hanno salutato con entusiasmo l’introduzione degli ingredienti in etichetta sostenendo che questa dia finalmente modo di capire chi lavora bene e chi lavora male (??), tuttavia resteranno delusi in quanto molte delle pratiche più condannate come caratteristiche di un’enologia industriale e globalizzante, come i trucioli di legno o i lieviti selezionati, che sono coadiuvanti e non ingredienti né additivi, purtroppo per loro non ci saranno.

Perché lo scopo del legislatore non è sicuramente quello di dividere produttori in buoni e cattivi, discriminandoli in funzione della lunghezza della lista degli ingredienti: dall'Unione Europea possiamo aspettarci un provvedimento normativo - se vogliamo inutile o complesso - ma non accetteremmo certo un intervento moralizzatore.