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Quarantacinque docenti dell’Istituto di Istruzione superiore “Cravetta-Marconi” di Savigliano, in provincia di Cuneo hanno sottoscritto un appello pacato ma fermo indirizzato al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, chiedendo di sospendere e riconsiderare l'attuale percorso di revisione degli Istituti Tecnici. Non è solo una questione di burocrazia, ma di visione. Il documento scoperchia il vaso di Pandora di una riforma che, secondo i firmatari, è stata “calata dall’alto” e rischia di snaturare la funzione stessa della scuola pubblica.

Al centro del documento che abbiamo promosso con i nostri colleghi c’è il desiderio di partecipare attivamente a un cambiamento che segnerà il destino delle prossime generazioni, evitando che la fretta burocratica offuschi la qualità della proposta formativa.

L’incognita del tempo e l’addio alla trasparenza

La prima critica mossa dai docenti è metodologica. Gli insegnanti denunciano un paradosso temporale: per mesi hanno presentato l’offerta formativa alle famiglie dei futuri iscritti basandosi sul vecchio ordinamento, per poi trovarsi a metà marzo a dover gestire nuovi quadri orari ancora incompleti.

«Entro fine marzo dobbiamo inoltrare scelte per il primo anno senza avere elementi su cui riflettere compiutamente», spiegano i docenti. Il timore è che l’urgenza burocratica stia calpestando la qualità della programmazione didattica, obbligando gli istituti a corse contro il tempo su un terreno scivoloso: quello della riduzione del monte ore complessivo.

Formare persone, non solo profili

Il cuore del documento sottoscritto dai 45 docenti, tocca la filosofia dell’istruzione tecnica: non si nega l'importanza del legame con il mondo produttivo, si chiede invece che questo non diventi l'unico faro guida della scuola.
«La missione educativa non può essere subordinata alle sole esigenze temporanee del mercato», scrivono. La preoccupazione è che una riduzione del monte ore o una specializzazione precoce possano indebolire quel "sapere critico" — fatto di storia, lingua e scienze — che rende i giovani cittadini liberi e consapevoli. Una solida base culturale, sostengono i firmatari, è proprio ciò che permette a un professionista di evolvere e di portare "ossigeno" a un sistema produttivo oggi in profonda mutazione e crisi se è vero, com’è vero che è la ricerca che permette in ogni ambito, di apportare innovazioni e quindi accrescere le possibilità di sviluppo con riflessi anche economici.

Esperti in cattedra e titoli di serie B

Due i punti di frizione più caldi: l’ingresso di esperti provenienti dalle imprese per l’insegnamento curricolare e il sottinteso probabile accorciamento dei percorsi (il cosiddetto 4+2).
«L’apertura alle aziende rischia di minare la libertà di insegnamento e la continuità didattica», avvertono i firmatari. La preoccupazione è che il diploma tecnico venga svalutato, trasformandosi in un titolo di «serie B» che preclude o rende difficoltoso l’accesso all’università. «Il sistema ha bisogno di investimenti per edilizia e laboratori, non di sperimentazioni che gravano su una scuola già fragile».
«Il merito si costruisce offrendo strumenti per comprendere il mondo, non solo per viverlo professionalmente», si legge nel documento. L’invito rivolto al Ministro è quello di trasformare questa fase di transizione in un’opportunità di ascolto reale: un tavolo di confronto dove chi "vive" la scuola ogni giorno possa dare il proprio contributo concreto.

L’appello si chiude con una sintesi che è anche una promessa di impegno: lavorare insieme per una scuola che formi persone complete, capaci di integrare competenze tecniche e spessore umano. Come recita l’ultima riga del documento: «La scuola è di chi la fa. Ascolti chi la vive».