Il No al referendum è un problema soprattutto per il Partito Democratico
Istituzioni ed economia

Alla fine, il riformista referendario è rimasto isolato, nella solitudine del merito. Il voto ha veicolato una caratterizzazione politica importante: quasi il 30% di chi si è recato ai seggi ha interpretato il voto come l'esternazione di un segnale politico generale. Lo dimostrano le indagini degli istituti di ricerca, a partire dalle rilevazioni di YouTrend.
La spaccatura ha assunto i connotati manichei di una forbice intrappolata tra convinzione ed evocazione, lasciando ben poco spazio alla sostanza del quesito. Questa politicizzazione, al pari delle strumentalizzazioni fuori dalla lettera del referendum, si inserisce in una dinamica da campagna ideologica di basso livello; Augusto Barbera ha addirittura parlato di "falsificazione" rispetto alle azioni e alle tecniche del fronte del No (comunicativamente molto efficaci, per l'immediatezza richiesta dalla contemporaneità, ma altrettanto scarsamente ancorate alla realtà).
La riforma non era sicuramente perfetta, aveva i suoi difetti e limiti di costruzione ed elaborazione successiva, ma averla trasformata e interpretata in un polarizzato voto politico di valutazione nei confronti del Governo, dei suoi eccessi, come dei suoi limiti - anche a causa di una classe dirigente presente nell'esecutivo che ha commesso gravi errori di gestione della partita, a partire dal livello comunicativo, e che Meloni ha rapidamente congedato nel post voto - perdendo di vista l’impianto complessivo, è quanto di più lontano da una radice sanamente riformista.
Nel suo principio, la riforma era semplicemente applicativa della stessa Costituzione e figlia di un riformismo liberale e radicale e più della cultura progressista che di quella conservatrice e di una destra, come quella di governo, nata e cresciuta giustizialista, anche nel passaggio tra la Prima e la Seconda Repubblica.
Se il No sembra essere stata spinto su larga scala dalla tutela della sacralità della Costituzione – che lo stop a una riforma coerente e auto-applicativa del principio del giusto processo possa essere festeggiato come una "vittoria antifascista" appare invero contraddittorio – e da segnali di continenza e misura allo stesso Governo Meloni, trarre conseguenze politiche dal successo referendario è rischioso e potrebbe creare un problema di prospettiva.
Il trionfo del No rischia infatti di spostare il baricentro del Campo Largo che si è intestato la vittoria ancora più a sinistra. Per il Partito Democratico ciò si tradurrebbe nel consegnarsi alla rincorsa della linea di Giuseppe Conte, in particolare nell’ottica delle primarie. Il tentativo di chiudere con il riformismo condannerà il Pd a restare minoritario: attaccare i riformisti che si sono spesi nella campagna non è sinonimo di maturità politica, assomigliando piuttosto a una noiosa replica della degenerazione e degli errori del massimalismo, pronto a bollare riformismo, cultura liberal-democratica e centrismo come eresie destrorse e dunque rivali dell'altra barricata. Un abbaglio per altro del quale la storia sa già tutto, ma che allo stesso tempo sembra ripetersi in maniera continuativa.
L'idea "campolarghista" di una alternativa reale nel concreto non esiste, non passando ancora per proposte di politiche pubbliche utili, produttive e veramente sostenibili, dal mercato del lavoro, alla sicurezza, passando per la visione industriale, senza citare i vergognosi silenzi e le titubanze sull’Ucraina e più in generale le debolezze dimostrate nelle analisi di politica internazionale. Per questo, anche davanti a un riformismo in difficoltà, resta non solo utile, ma ancora decisivo confrontarsi, ascoltarsi e tentare una sintesi con chi è più centrale e centrato e che può per questo aiutare nel bilanciamento.
Per intercettare e incanalare il malcontento socioeconomico diffuso, continua a non bastare accusare gli altri di una presunta natura antidemocratica. In ogni caso, la sfida culturale agli eccessi delle corporazioni e alla difficoltà di riformare questo Paese a partire dalle fondamenta, spesso straboccanti di potere costituito – avendo in testa di voler fare qualcosa per i più, rispetto all'agire contro qualcuno - rimane appannaggio di minoranze, pur con riferimenti forti. Queste sembrano però avere spazi gregari in un'Italia dove il progressismo stagnante è una forma di conservazione e il conservatorismo (che pure sarebbe, nei suoi principi, del tutto rispettabile) di immobilismo amichettista.
La sensazione è di impotenza, davanti alla volontà di riformare un'Italia in stasi imperitura e cambiare un Paese per definizione conservativo, con pochissima voglia di immaginare e costruire un futuro diverso, anche quando, come in questo referendum, a sorprendere è proprio un'elevata partecipazione giovanile.
L'Italia del Gattopardo evidenzia la crisi strutturale del riformismo, nelle dimensioni e nel radicamento, e quindi nel consenso. Ma solo dal riformismo, al tempo stesso, si può ripartire, quando la battaglia è quella per scardinare il bipopulismo schizofrenico senza soluzioni. Chi ha una residuale volontà di afferrare il futuro, stia ancora lì, con tutte le riserve auree di ottimismo della volontà ancora in dote. La durata è e resta la forma delle cose.



