Khamenei 1 grande

Nell’ultima settimana è continuata la decapitazione di ciò che resta della leadership iraniana. Un raid israeliano nella notte tra il 17 e il 18 marzo ha ucciso a Teheran Ali Larijani, segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale e vero regista del dopo Khamenei, insieme al figlio Morteza, al suo vice per la sicurezza Alireza Bayat e a Gholamreza Soleimani, comandante delle forze Basij. Poche ore dopo Teheran ha confermato anche la morte del ministro dell’Intelligence Esmail Khatib, terzo alto funzionario ucciso in circa 24 ore.

Dopo l’uccisione di Ali Khamenei, Larijani era considerato l’uomo che teneva insieme i pezzi: mediatore tra le grandi famiglie della cleptocrazia iraniana, gestore della guerra con Israele e Stati Uniti, interfaccia tra il clero e i Pasdaran, auspicato uomo forte da parte delle cancellerie occidentali. La sua eliminazione, sommata alla lunga lista di comandanti già uccisi – da Ali Shamkhani a Mohammad Pakpour, da Abdolrahim Mousavi allo stesso Khatib – lascia l’Iran con una prima linea di comando cancellata e una seconda linea gravemente decimata. Il regime non è crollato con la morte della Guida Suprema; è sopravvissuto, come era stato progettato per fare, ma al prezzo di una crescente frammentazione del potere da cui i Pasdaran stanno cercando di uscire non come semplici garanti dell’ordine, bensì come veri vincitori del dopo‑Khamenei.

Mojtaba Khamenei è stato nominato nuovo Rahbar dall’Assemblea degli Esperti all’inizio di marzo. A quasi tre settimane dalla successione, non si è mai fatto vedere in pubblico. La sua prima dichiarazione ufficiale è stata letta da un presentatore televisivo e i messaggi successivi, compreso il cordoglio per Larijani, sono arrivati per iscritto, mentre fonti occidentali ne descrivono lo stato di salute come gravemente compromesso. In un sistema teocratico in cui la legittimità è sempre passata attraverso la presenza fisica del leader – dalle folle che accolsero Khomeini nel 1979, alle adunate oceaniche degli anni rivoluzionari, fino alle grandi marce dell’anniversario della Repubblica islamica e alle preghiere del venerdì guidate da Ali Khamenei, trasformate in veri e propri raduni di regime – questa invisibilità equivale a paralisi politica.

Mojtaba arriva al vertice senza passato elettorale, senza peso teologico autonomo, senza incarichi pubblici alle spalle. La sua forza era la rete tessuta in anni come gestore dell’ufficio del padre: legami con i Pasdaran, con l’intelligence, con la milizia Basij. Ma oggi quella rete è stata tagliata ai nodi principali. Il nuovo Rahbar dipende dalle Guardie più di quanto le Guardie dipendano da lui.

Nell’immaginario collettivo i Pasdaran appaiono come un blocco monolitico. In realtà sono un universo stratificato, e le perdite degli ultimi mesi ne hanno accelerato le fratture interne. Al vertice c’è un comando centrale che controlla missili, intelligence strategica e Forza Qods, ma i suoi uomini migliori non ci sono più. Sul territorio operano comandi regionali con ampia autonomia, ora potenzialmente tentati di comportarsi come feudi. All’esterno la Forza Qods coordina i proxy – Hezbollah, milizie irachene, Houthi, Hamas – ma senza una leadership centrale forte rischia di agire per inerzia o su input locali. Nelle città la milizia Basij, rimasta senza il suo comandante Soleimani, resta lo strumento di controllo di strada, ma con una catena di comando spezzata.

La guerra sta accentuando le linee di frattura all’interno di questo vero e proprio “Stato nello Stato”, che – a differenza di ciò che si continua a ripetere in Occidente – non coincidono con lo schema radicali contro pragmatici ma sono piuttosto linee di faglia tra differenze generazionali e funzionali: comandanti ancora legati al linguaggio della rivoluzione, altri che ragionano soprattutto in termini di potere e affari, altri ancora che vedono l’Iran come uno Stato‑caserma da amministrare più che una Repubblica islamica da difendere. C’è chi guarda al Pakistan come modello di regime securitario e chi, più ambiziosamente, immagina un’evoluzione verso un ibrido tra oligarchia militare e capitalismo politico sul modello cinese. È su questo mosaico che Mojtaba dovrebbe esercitare la sua autorità. Se mai ne avrà la forza.

Subito dopo la nomina, la Guardia rivoluzionaria ha diffuso dichiarazioni formali di lealtà che ci dicono più sulla forza dell’IRGC che su quella della nuova Guida. È il corpo militare che si è scelto un comando, non il contrario. Ora, con quel corpo colpito ai vertici, la lealtà resta condizionata: finché Mojtaba non mette in discussione lo spazio dei Pasdaran, i Pasdaran non metteranno in discussione Mojtaba. Ma con una Guida invisibile, un ministro dell’Intelligence ucciso e i quadri intermedi falcidiati, il rischio concreto è che i comandi territoriali e la Forza Qods inizino a operare come centri di potere sempre più autonomi, coordinati più da interessi locali che da una strategia centrale.

Ciò che sta prendendo forma è un lento scivolamento piuttosto che un collasso del sistema: il centro politico perde capacità di guida, mentre gli apparati coercitivi mantengono il controllo in modo frammentato e potenzialmente conflittuale. Le proteste degli ultimi anni – da “Donna, vita, libertà” alle rivolte contro il carovita – hanno eroso la legittimità della Repubblica islamica, ma non hanno prodotto un’alternativa organizzata. Il clero è diviso e screditato. Il Parlamento è ridotto a cassa di risonanza. La presidenza di Masoud Pezeshkian è marginalizzata. In questo vuoto, l’unica struttura che funziona è l’apparato di sicurezza, ma con una catena di comando decapitata.
La vera partita, per capire dove va l’Iran, si gioca nei rapporti di forza interni ai Pasdaran. Ci sono almeno quattro segnali da osservare.

Il primo è la gestione dell’assenza di Mojtaba. Se nelle prossime settimane non ci sarà una sua apparizione pubblica credibile, il vuoto sarà colmato di fatto da un governo collettivo dei comandanti superstiti. Il secondo è la rotazione dei comandi territoriali: una rapida sequenza di avvicendamenti ai vertici delle Guardie regionali indicherebbe che il centro tenta di prevenire la nascita di feudi autonomi, mentre la continuità sarebbe un segnale di perdita di controllo. Il terzo riguarda la gestione dei proxy: una maggiore libertà d’azione concessa a Hezbollah, alle milizie irachene e agli Houthi sarebbe il sintomo di un sistema che preferisce esportare la crisi perché non ha più un comando in grado di calibrarla. Il quarto segnale è l’uso del Basij nelle città. Con il comandante ucciso, la milizia può reagire irrigidendo il controllo per dimostrare di funzionare, oppure frammentandosi a sua volta; e i segnali che prevalga la prima ipotesi sono già evidenti, tra l’intensificarsi delle esecuzioni capitali legate alle proteste di gennaio e la retorica esemplare che le accompagna, e le ondate di arresti di presunte spie e cellule filomonarchiche accusate di lavorare per Stati Uniti e Israele.

In questo scenario, una repressione capillare anche di proteste minori non sarebbe una novità, ma la conferma che il regime ha scelto la paura come unica forma di legittimazione. L’Iran del dopo Khamenei non è ancora il “nuovo Iran” che in molti auspichiamo, ma non è più la Repubblica islamica che abbiamo conosciuto per cinquant’anni. È una Repubblica monca e mutilata, che sopravvive per inerzia, tenuta insieme da un corpo militare che non ha più bisogno del mito rivoluzionario per giustificare il proprio potere e che oggi deve decidere se stringersi attorno a una Guida che non si vede, o iniziare a fare i conti solo con se stesso.

In questo quadro, la domanda chiave non è se la Repubblica islamica sopravviverà intatta alla guerra e alla morte del suo Leader, ma quale forma assumerà il potere che ne uscirà. Con una Guida invisibile, una classe politica svuotata e una società stremata, l’unico attore che dispone ancora di uomini, armi e denaro sono i Pasdaran, ma è un attore decapitato ai vertici, attraversato da fratture generazionali e territoriali, costretto a scegliere se ricompattarsi in una nuova architettura autoritaria o frammentarsi in una costellazione di potentati armati.

È in questa zona grigia – tra la tentazione della giunta militare e l’incapacità di tornare alla vecchia teocrazia – che si decide il futuro dell’Iran e la qualità della minaccia che il paese continuerà a rappresentare per i suoi cittadini, per la regione e per l’Europa.