Calenda Schlein grande

L’applauditissimo discorso di Pina Picierno alla direzione del PD è stato giustamente molto rilanciato dai social. Si è trattato di un intervento di raro coraggio e di chiarezza, che ha messo finalmente in luce la preoccupante mancanza di pluralismo all’interno del partito, del tutto inedita in questa forma: a beneficio dei nostalgici del PCI, si potrà osservare come in un PD che avesse a modello il vecchio centralismo democratico anziché il settarismo dei gruppi antagonisti, la Picierno, Gori, Delrio avrebbero la considerazione che un tempo era riservata a Ingrao e Napolitano, entrambi su posizioni di minoranza ma ascoltati e rispettati.

Ma la vicepresidente del Parlamento Europeo ha avuto anche il merito, oltre a insistere sull’Ucraina come fa da quattro anni, di stigmatizzare alcune recenti trovate che gareggiano con Fratelli d’Italia sul terreno della menzogna comunicativa (vedi referendum) e su quello della povertà dei riferimenti culturali (vedi il recupero di Tolkien: mirabile la replica della Picierno, che ha invitato piuttosto a recuperare Piero Gobetti). Ha poi toccato un punto importante, forse non troppo valorizzato dai resoconti giornalistici e nel dibattito pubblico: ovvero il profondo disagio che dirigenti locali e iscritti hanno vissuto negli ultimi anni e che si sta manifestando in un lento, silenzioso ma inesorabile abbandono del partito.

Poiché io sono tra questi, mi permetto di testimoniare il profondo sconcerto per questo vortice autolesionistico di abdicazione ai valori fondanti di una sinistra di governo, che finora ha prodotto l’unico risultato tangibile di non riuscire a proporre una credibile alternativa a Giorgia Meloni, come del resto hanno già denunciato i padri nobili del PD, Prodi, Veltroni e Gentiloni.

L’elefante nella stanza, che non può più essere taciuto, è senz’altro l’alleanza elettorale con il M5S, che assomiglia piuttosto, ormai da anni e a tutti i livelli, a una sindrome di Stoccolma, ma anche il legame sempre più incestuoso con il think thank di opinionisti TV e intellettuali-influencer che hanno assunto, per esprimerci in termini gramsciani, l’egemonia culturale del Campo largo. Recidere questo legame è una responsabilità storica di cui il maggior partito della sinistra dovrebbe farsi carico di fronte ai tempi nuovi che stiamo affrontando.

È una responsabilità storica che passa innanzi tutto per la difesa della democrazia occidentale, come ha giustamente ricordato Ezio Mauro in un recente editoriale su Repubblica. Ed è per questo che Carlo Calenda ha ragione: i due attuali schieramenti, in egual misura, rappresentano due populismi contrapposti e destinati a radicalizzarsi sempre di più. Ne consegue uno strabismo che non permette di vedere, o fa vedere male, quello che a Teheran e a Kyiv è sotto gli occhi di tutti.

Se parlo più della sinistra che della destra è perché, da liberale di sinistra, ho a cuore il destino della mia parte politica. Un destino che non può essere inseguire i vessilliferi di Putin o baciare la pantofola alla dottrina Albanese – la quale Albanese, dopo tutte le infamie dei mesi scorsi, ha trovato il tempo di passare per il Parlamento italiano prima di partecipare in Qatar a un convegno di Al Jazeera con il capo di Hamas all’estero Khaled Meshaal e con il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi: non proprio due progressisti. Il destino (o la mia speranza) è, al contrario, vedere convergere socialisti, liberali e popolari, come avviene in Europa, nella difesa nostra casa comune nel momento in cui la libertà è minacciata e la democrazia è esposta, come mai prima, alle interferenze della guerra ibrida: lo vedremo bene nella prossima campagna elettorale, e sarebbe il caso di prendere consapevolezza della necessità urgente di uno scudo democratico, come ha proposto ancora Calenda.

Potrà chiamarsi maggioranza Ursula, fronte repubblicano, coalizione dei volenterosi, ma la sostanza è quella di una coesione sui principi valoriali degli Stati Uniti d’Europa, del diritto internazionale e della difesa della democrazia liberale. La posta in gioco è altissima: se cadrà l’Europa, ultima frontiera della libertà come l’abbiamo conosciuta dal 1945 a oggi, non ci saranno salario minimo, spesa sociale, sanità pubblica, pensioni, parità di genere, difesa dell’ambiente, crescita industriale che tengano. Nell’ansia di contrastare il fascismo dove non c’è, ripetendo stancamente un paradigma retorico già utilizzato troppe volte in passato, non lo si riconosce e talvolta lo si ammira, incredibilmente, dove invece c’è, ovvero nell’imperialismo russo che fa strame del diritto internazionale dal 2014 e nelle autocrazie sempre più aggressive nei confronti dell’Europa e dei paesi che aspirano alla libertà. Sarà con questi temi che dovremo confrontarci nel futuro, non certo con i fantasmi novecenteschi di un paese che non riesce mai a diventare adulto.

Questi tempi nuovi richiedono di aggiornare le nostre pigre categorie mentali e persino la nostra geografia politico-sentimentale. Non si tratta di negare che esistano una sinistra e una destra, e neppure che – in tempi normali – possano e debbano trovarsi in competizione tra di loro, ma di riconoscere il fatto che, oggi, ci sono delle sinistre e delle destre con le quali nessun dialogo è possibile: la sinistra mélenchoniana, la destra lepeniana, salviniana e vannacciana, i trumpiani e i putiniani di ogni risma e di ogni colore. Non sarà un caso che, sempre più spesso, i rappresentanti di queste famiglie politiche si trovino a votare in modo concorde a Strasburgo e nei parlamenti nazionali.

Prendiamone atto: la Seconda Repubblica, nella quale i due schieramenti bipolari se le davano di santa ragione all’interno di valori condivisi (Europa, collocazione atlantica, democrazia liberale), è stata messa definitivamente in soffitta dal virus populistico che ha dilagato e infettato i sistemi politici occidentali ormai da più di 10 anni. La Brexit, l’invasione russa dell’Ucraina e due elezioni di un presidente americano sempre più autoritario e pericoloso hanno inaugurato un tempo nuovo in cui non è più possibile fingere che tutto sia come prima.

Questo significa necessità di accelerare in direzione della federazione europea, verso il superamento dell’unanimità, mettere in atto il rapporto Draghi sulla competitività, perseguire politiche energetiche non ideologiche, riarmo e deterrenza. Sono questi i perimetri di un nuovo bipolarismo all’interno del quale è auspicabile che gli schieramenti politici trovino rapidamente un nuovo assetto, perché non si potrà fuggire dalla realtà ancora per molto tempo. Se tornassero gli anni ’90 sarebbe tutto più semplice, saremmo più giovani e, certo, saremmo in un mondo infinitamente più libero e più ottimista. Ma la storia non va dove vogliamo noi e soprattutto non si ferma mai ad aspettarci.