I giganti, i nani, la politica e le grida manzoniane, da Davos a Cutro
Istituzioni ed economia

Se il Novecento, com’è stato ormai detto e ridetto, ha sofferto di ipertrofia politico-ideologica, dal crollo del muro di Berlino in poi – la fine del secolo breve – abbiamo assistito alla liquefazione della modernità.
La surrogazione della figura dell’ideologo in quella dello spin doctor o comunque del comunicatore è, in tal senso e nella dimensione politica, paradigmatica: nella tirannia del presentismo, non serve affatto una visione, servono piuttosto il marketing la performance; non serve fidelizzare a un credo ideologico che nel Novecento fu spesso e volentieri perfino… escatologico: tanta fu l’ipertrofia cui si accennava da degenerare in una vera e propria teologizzazione della politica; non serve fidelizzare, si diceva, serve intrattenere – intrattenere ininterrottamente, infinitamente: serve, insomma, un Infinite Jest; a trent’anni esatti dalla pubblicazione de “l’Ulisse del post-modernismo”, come lo ha definito qualcuno, la profezia wallaciana si realizza nello scrolling infinito “dal lato della domanda”, mentre da quello dell’offerta, e più specificamente dell’offerta di politico-partitica, si realizza nelle performance in tv e nel flusso di “contenuti” (definizione molto antifrastica: è un flusso di vuoto pneumatico) online, dirette sulle varie piattaforme, anche in corso di calamità, incluse.
Il web, in particolare, è un’infrastruttura di comunicazione pubblica «drammaticamente ostile allo stile analitico» (Siegmund Ginzberg): v’imperversano le emozioni a buon mercato, il “pensiero” liofilizzato in card e caroselli e, soprattutto, il registro umoristico/parodistico: bisogna fare gli spiritosi, bisogna stereotipizzare continuamente (di qui la predilezione per una visione conflittuale e polarizzante e per le lenti macro-categorizzanti e semplificanti: uomini vs. donne, fascisti vs. comunisti, gen. z vs. millennials etc. – con una ormai inflazionatissima generalizzazione e messa alla berlina dei vezzi degli uni e degli altri).
La tirannia del presentismo, dunque, è anche e soprattutto tirannia dell’intrattenimento, e avanza parallelamente alla crisi dello Stato-nazione come principale teatro dello svolgimento degli eventi rilevanti – e segnatamente di quelli politici ed economico-finanziari. Essendo ormai l’orizzonte di tali eventi inevitabilmente transnazionale, negli ultimi trent’anni (almeno) abbiamo assistito a una sostanziale “amministrativizzazione” della politica nazionale: con i dovuti distinguo e le dovute proporzioni ed eccezioni, quasi ovunque primeggiano in agenda questioni di ordine pubblico (e più spesso questioni globali ridotte a mere questioni di ordine pubblico, vedi ad es. politiche migratorie), questioni per dir così urbanistiche (manutenzionismo vs. grandeoperismo) e questioni di “ingegneria istituzionale” – il tutto mentre l’indirizzo politico propriamente detto si esprime quasi esclusivamente nelle scelte di politica estera.
Per restare a casa nostra, vediamo opporsi da un lato un po’ di securitarismo a buon mercato appiattito sulla cronaca – come faceva notare Serena Sileoni su La Stampa dell’altro ieri, diversi decreti legge del governo Meloni vengono addirittura definiti con le vicende da cui prendono origine: Cutro, Caivano… – e di postberlusconismo appunto “istituzionale”, tra premierato e separazione delle carriere; dall’altro progressismo postmaterialista, terzomondismo radicale e antifascismo di maniera, nella nostalgia della stagione d’oro in cui una collocazione politico-ideologica servibile c’era ed era fin troppo solida.
Sembrano tutti o quasi amministratori e consiglieri d’opposizione di un grande ente substatale che, incapaci d’elaborazione ideologica, pagano agenzie di comunicazione perché sfornino reel e card – “contenuti” bassamente propagandistici e spiritosi, si diceva – che li facciano quantomeno restare a galla mediaticamente; e che, alle prese con una discrezionalità politica ormai ridimensionata in discrezionalità amministrativa, per darsi uno straccio d’identità spendibile entro un perimetro che sul piano “quantitativo” è ancora nazionale riesumano dal seminterrato Brigate rosse e squadracce fasciste, Tolkien e Pasolini.
La crisi dello Stato-nazione come principale teatro dello svolgimento degli eventi rilevanti e, soprattutto, quella del multilateralismo (che potremmo definire “finzione istituzionale con cui l’unipolarismo euro-atlantico ha tentato di mostrare il proprio volto migliore prima che venisse hackerata nel suo ventre molle antioccidentalista”), questa duplice crisi, si diceva, ha fatto sì che lo scenario di emersione di nuove visioni del mondo fosse appunto transnazionale o comunque proiettato al di fuori degli angusti confini dello Stato-nazione, a prescindere dalle dimensioni di quest’ultimo.
La prima novità a emergere quasi naturalmente è stata quella multipolare, nelle sue molteplici declinazioni, tutte più o meno “tucididiane”. La declinazione trumpiana ha magnetizzato molte elaborazioni (ipo- o post-)ideologiche “in cerca d’autore” ormai da qualche decennio (tecno-feudalesimo, accelerazionismo, nichilismo tecnologico etc.); quella russa s’è sviluppata sulla base della quarta teoria politica duginiana; quella cinese su una forma di cesaropapismo leniniano e revanscista – e via discorrendo.
Almeno da un lustro a questa parte nessuno s’incarica di occupare il “polo opposto” a quello multipolare – se non con l’implicita e ottusa ostinazione ad attendere una sorta di spontaneo e taumaturgico ripristino dello status quo ante. Il discorso del Primo ministro canadese Mark Carney e quelli di Volodymyr Zelens'kyj (segnatamente l’anno scorso e quest’anno) al forum di Davos e diversi interventi di Mario Draghi (l’ormai arcinoto rapporto, il discorso all’Università di Leuven) sono annoverabili come promettenti – e sospirati – tentativi di riempire quel vuoto.
I due ex banchieri centrali hanno provveduto a battezzare da sé la visione del mondo proposta.Il primo, citando il Presidente della Finlandia Alexander Stubb, ha parlato di «realismo basato su valori»: la protezione di questi ultimi, venuti meno “i dispositivi multilaterali” e preso atto della brutale archiviazione degli stessi da parte delle grandi potenze, va approntata mediante la cooperazione fra potenze medie che li condividono e incentivi/disincentivi di natura economica politica reputazionale etc. (tutti meccanismi “realisticamente” mutuati dalla teoria dei giochi). Carney si sofferma molto fugacemente su quale sia effettivamente l’apparato valoriale da difendere («sovranità e integrità territoriale, diritti umani» etc.), ma tanto basta per comprendere che si tratta del medesimo apparato valoriale universalistico che rappresenta l’architrave di quello che potremmo generalmente definire occidentalismo.
Mario Draghi – il focus del quale è, inevitabilmente, europeo – ha invece parlato di «federalismo pragmatico»: «pragmatico perché dobbiamo compiere i passi attualmente possibili, con i partner attualmente disponibili, nei settori in cui è possibile compiere progressi. Ma federalismo, perché la destinazione è importante. L'azione comune e la fiducia reciproca che essa crea devono alla fine diventare il fondamento di istituzioni con un reale potere decisionale, istituzioni in grado di agire con determinazione in tutte le circostanze». Su una brusca e ineludibile accelerazione del processo di sovranazionalizzazione – anche a costo di lasciare indietro i riluttanti e gli oppositori di veti, come lascia intendere l’ex premier – vengono versati fiumi d’inchiostro ormai da diverso tempo (ultimamente: F. Giavazzi sull’idea di creare un “Delaware europeo” per le aziende dei Paesi-membri, lo scorso 2 febbraio sul Corriere della Sera; il giorno prima su Il Sole 24 Ore Sergio Fabbrini – instancabile sovranazionalista – abbozzava ragionevolissime per quanto “radicali” proposte di riforma della farraginosa struttura istituzionale europea per migliorarne la capacità decisionale).
Quanto infine a Volodymyr Zelens'kyj, se l’anno scorso è stata sorprendente la sua allusione… ordoliberista (e dunque autenticamente europeista) riguardo la regolazione dei tecno-titani («gli algoritmi di TikTok sono già più potenti di alcuni governi. Il destino dei piccoli Paesi dipende più dai proprietari delle aziende tecnologiche che dalle loro leggi»); quest’anno è stata altrettanto sorprendente – per l’ampio respiro – la chiave di lettura universalizzante che ha adottato per leggere la Resistenza opposta dalla sua Ucraina all’imperialismo russo, scelta tanto più alta quanto più fango e sangue potrebbero comprensibilmente esercitare pressioni al ribasso della concretezza sul suo punto di vista: «la linea di conflitto più profonda è questa: la Russia combatte per svalutare la persona umana, per rendere possibile che un dittatore distrugga chi vuole» (ha citato, a tal proposito, anche i ragazzi e le ragazze iraniane e, come “dato empirico”, la Bielorussia – “strigliando” l’Ue per la sua inerzia, rimbrotto che solo con una forma molto grossolana di malafede potrebbe essere letto come dichiarazione d’ingratitudine e non come pungolo antifatalista).
Se le visioni del mondo novecentesche erano, come si accennava in apertura, “sovrasistematizzate” e perciò si sono spesso irrigidite dentro una corazza di dogmatismo – a spese del loro coefficiente di permeabilità alla realtà – quelle appena visualizzate a volo d’uccello, sull’uno e sull’altro polo, soffrono di converso di un eccesso di pragmatismo e di “sotto-strutturazione”, ma abbozzano linee di frattura al di qua e al di là qualunque leader politico sarebbe bene si posizionasse… anziché insistere a fare il pagliaccio di fronte una telecamera (foss’anche quella frontale dello smartphone) e sguazzare in grida e contro-grida manzoniane.






