Curdi grande

Bashar al-Assad non è caduto, ormai più di un anno fa, perché l’Occidente ha finalmente deciso di far valere i propri principi, né per un’improvvisa epifania di democrazia nel deserto. È caduto, molto più prosaicamente, perché i suoi padroni sono rimasti senza soldi e senza proiettili.

Nel dicembre 2024, la fine del regime non è stata il trionfo dei valori liberali, ma il banale esito di un’insolvenza strutturale: la Russia, logorata dal fango ucraino, e l’Iran, soffocato dalle proprie crisi sistemiche, non potevano più permettersi di mantenere in vita un fantoccio costoso. La caduta di Assad fu anche il certificato di morte di quindici anni di politica estera occidentale basata sul wishful thinking, su quel desiderio infantile che le cose si sistemassero da sole mentre noi restavamo a guardare dal balcone della nostra presunta superiorità morale, illudendoci che firmare una delega in bianco a Putin ci avrebbe garantito la sicurezza a costo zero e senza conseguenze dirette sulle nostre democrazie.

Bisognerebbe smetterla di raccontarci che l’intervento russo in Siria del 2015 sia stato un imprevisto o un atto di forza unilaterale. Fu, al contrario, un regalo che l’amministrazione Obama confezionò per il Cremlino. Rinunciando a far rispettare la linea rossa sull’impiego delle armi chimiche, Washington non scelse la pace bensì la delega; affidando a Putin la gestione del Levante l’Occidente scelse il disimpegno.

Da quel momento, l’Occidente e l’Europa si sono ridotti in Siria a comparse di un dramma che pure li colpiva nelle viscere, tra minacce terroristiche, flussi migratori epocali e massicce violazioni dei diritti umani. Quella che per anni è stata spacciata come prudenza diplomatica era solo un vuoto di leadership che ha permesso a Mosca di dettare legge in Medio Oriente, almeno finché la realtà della guerra in Ucraina non ha presentato il conto alla logistica russa, rivelando che l’impero dello zar era un gigante dai piedi di argilla alimentato solo dalla ignavia occidentale.

Eppure, in Siria l’Occidente continua a fare da comparsa ancor’oggi, prigioniero di vecchi riflessi che ci impediscono di vedere la realtà oltre i soliti pregiudizi. Da un lato, una destra terrorizzata dal fantasma del Califfato non riesce a capire che HTS è diventata una forza di governo pragmatica, attenta ai risultati più che all’ideologia. Dall’altro, una sinistra che rimpiange il finto laicismo di Assad e le avventure oltreconfine del compagno Putin confonde la violenza di un regime di polizia con la stabilità e la sicurezza. Nel mezzo emerge la Siria vera, capace di spiazzare tutti con un pragmatismo feroce. Una realtà che sfida i nostri pregiudizi, troppo spesso abituati a negare ai siriani il diritto al proprio destino e a considerarli soltanto come minacce da contenere o cavie per i nostri esperimenti politici.

Questa nuova Siria impone un realismo figlio di un equilibrio inedito, che segna il tramonto definitivo dell’epoca dei protettorati: quel tempo in cui la sopravvivenza di Damasco era legata esclusivamente alla cleptocrazia finanziaria di Teheran, ai bombardieri russi e al narco-stato di Hezbollah. Il crollo del regime nel 2024 non ha generato un vuoto di potere pronto per essere colmato da un nuovo padrone straniero, ma ha forzato la nascita di un patto di necessità interna. In questa nuova architettura dello Stato, la questione curda compie un salto di qualità geopolitico: smette di essere la variabile secessionista e potenzialmente dirompente, o l’appendice umanitaria da proteggere, per diventare il pilastro centrale della stabilità nazionale.

I Curdi hanno cessato di essere una minoranza bisognosa di tutela internazionale, trasformandosi invece nei garanti ultimi della tenuta e della sovranità della nuova Siria; smettendo di essere una “questione da risolvere” sono diventati la soluzione stessa. Questa metamorfosi non è un accidente della storia, ma l’espressione di una maturità politica che affonda le radici nella profondità millenaria di un popolo che ha la geopolitica nel proprio DNA.

Basti pensare che Saladino, l’uomo che prese Gerusalemme e unificò l’Islam contro i Crociati, era curdo: un esempio ancestrale di capacità di comando e sintesi di potenza. Quella stessa attitudine alla mediazione di forza è riemersa negli anni ‘90, quando i Curdi sono diventati l’asset strategico fondamentale per gli Stati Uniti e Israele in funzione anti-Baath e anti-iraniana. I curdi non sono mai stati semplici combattenti di montagna, ma un cuneo strategico inserito nel cuore delle ambizioni egemoniche regionali.

Oggi, il nuovo equilibrio si fonda sul fatto che i Curdi sono l’unica forza organizzata capace di offrire al nuovo regime di Damasco non solo protezione militare, ma una legittimazione territoriale che impedisce alla Siria di frantumarsi definitivamente. Senza di loro, lo Stato siriano sarebbe un guscio vuoto; con loro, diventa un organismo capace di dialogare con l’Occidente e di bilanciare le pressioni turche e iraniane. È la Siria che si riprende la propria terra attraverso un compromesso storico tra il centro e la periferia, espellendo le influenze parassitarie per costruire una stabilità che nasce dal basso e non sulle baionette di Mosca o Tehran.

L’accordo siglato il 30 gennaio 2026, i cui effetti stiamo vedendo proprio in queste ore con l'ingresso delle truppe di Damasco ad Al-Hasakah e Qamishli, segna l’atto di nascita di questo equilibrio. L'integrazione del Rojava nel nuovo Stato siriano non è dunque una resa, ma un raffinato quanto drammatico patto di sovranità che traduce in pratica il cambio di paradigma teorizzato da Abdullah Öcalan. Il passaggio dal separatismo conflittuale al “confederalismo democratico” permette oggi alla leadership curda di dimostrare una maturità politica che farebbe arrossire molte cancellerie europee.

Rinunciando alla chimera di uno Stato etnico isolato e perennemente sotto assedio, i Curdi hanno scelto di diventare il perno della nuova nazione. È l’applicazione pratica di una lezione storica: i Curdi non sono più l’incudine tra i regimi, ma il martello che ha contribuito a frantumare le influenze parassitarie di Russia e Iran. Accettando di convivere all’interno di una cornice nazionale rinnovata, hanno nazionalizzato il proprio destino, trasformando un’autonomia di fatto in un elemento costitutivo della resilienza siriana contro ogni revanscismo esterno.

Proprio di fronte alla spietata concretezza di queste scelte, cade il velo di ipocrisia di una certa intellighenzia occidentale che ha tentato di sovrapporre la causa curda a quella palestinese in un’astratta narrazione anticoloniale. È un’analogia fallace e tossica: mentre la causa palestinese è stata spesso sequestrata da derive antiamericane e venature antisioniste che ne hanno paralizzato il pragmatismo, la leadership curda ha saputo muoversi con un realismo opposto.

I Curdi non hanno mai scambiato la propria sopravvivenza con l’odio ideologico per l’Occidente o Israele; hanno compreso che la sovranità si costruisce attraverso alleanze strategiche e non attraverso il vittimismo militante. Chi oggi critica il patto tra Curdi e nuova Siria perché troppo vicino agli interessi di Washington o di Gerusalemme, dimostra di preferire i Curdi come martiri del Terzomondismo piuttosto che come attori di una stabilità levantina che non passa più nel colonialismo parassitario russo e iraniano.

Davanti a questo nuovo corso, il vero limite dell'Occidente è quello di confondere la propria immobilità per superiorità morale. Abbiamo assistito alla distruzione totale della Siria senza muovere un dito, limitandoci a sanzioni che hanno colpito solo la popolazione civile e ora guardiamo con sospetto una ricostruzione che non comprendiamo perché non segue i nostri manuali di governance preconfezionata.

È tempo di fare ammenda. Invece di restare arroccati sui propri pregiudizi, l’Occidente deve oggi lavorare per rafforzare reciprocamente gli attori siriani che hanno scelto la via del realismo. Solo attraverso un sostegno pragmatico a questo nuovo patto nazionale potremo trasformare la Siria in un argine contro il caos, accettando finalmente che la storia si scrive con la realtà del potere e non con i desideri di una coscienza infelice.