Milei, Sturzenegger e la proprietà come confine del potere
Istituzioni ed economia

L’Argentina non è povera per mancanza di risorse o per incomprensioni dei mercati. È povera perché, spiegano Javier Milei e Federico Sturzenegger, per decenni il potere politico ha trattato la proprietà come una materia negoziabile: da ridiscutere, limitare, sospendere. Quando le regole diventano flessibili, l’economia si inceppa. E con essa arretra la libertà.
Il loro intervento, pubblicato alcuni giorni orsono su Infobae, quotidiano online internazionale argentino, con il titolo “No la dejes ir, no la dejes ir”, va letto per quello che è: un atto d’accusa contro un metodo di governo fondato sull’arbitrio. Controlli presentati come temporanei, eccezioni trasformate in sistema, diritti degradati a concessioni revocabili. Non una sequenza casuale di errori, bensì una logica coerente, ripetuta nel tempo, che ha fatto dell’incertezza uno strumento politico. In un quadro così delineato, la proprietà smette di delimitare il potere e diventa una variabile da comprimere ogni volta che la politica rifiuta di riformare sé stessa.
Su questo punto gli stessi Milei e Sturzenegger sono espliciti. Il declino argentino non viene spiegato con shock esterni o fatalità storiche, è invece ricondotto a una scelta precisa: sacrificare la certezza delle regole per preservare la discrezionalità della politica. L’esito è noto: meno investimenti, meno lavoro, meno crescita. Quando le regole possono essere riscritte a posteriori, chi produce non commette errori di valutazione: riduce il rischio o si ritrae.
A quel punto cade anche la retorica della “giustizia sociale”. Nella pratica, mostrano i già citati esponenti del governo argentino, essa ha operato come giustificazione dell’arbitrio. In suo nome sono stati compressi diritti, congelati contratti, ristrutturati debiti, colpiti risparmi. L’obiettivo non era costruire un ordine più equo, era ampliare in realtà il margine di manovra del potere politico. La proprietà è diventata così il bersaglio naturale: non perché ingiusta, ma perché rappresentava un limite.
Lo schema si ripete sempre uguale: l’emergenza legittima l’eccezione, l’eccezione si stabilizza, la regola non torna indietro. In siffatto contesto, la giustizia smette di essere un criterio e diventa un pretesto operativo. Serve a spostare ricchezza evitando il costo politico delle riforme, della riduzione della spesa, della delimitazione dell’intervento pubblico. Il paradosso è solo apparente: più “giustizia” proclamata, meno sicurezza giuridica effettiva.
Il valore del contributo sta anche nel profilo degli indicati autori. Milei scrive da capo di un governo che ha scelto la discontinuità, assumendosene il rischio politico. Sturzenegger scrive da economista che conosce istituzioni, mercati e costi reali dell’incertezza. Insieme tracciano una linea di confine: senza proprietà certa non esiste redistribuzione sostenibile, perché viene meno la base stessa su cui redistribuire.
La proprietà non è una politica pubblica né uno strumento di compensazione sociale. È un limite. Quando viene oltrepassato, tutto diventa negoziabile: contratti, risparmi, lavoro, futuro. È questo il punto che il Premier argentino e il suo Ministro della deregolamentazione e della trasformazione mettono sul tavolo senza attenuanti: uno Stato che sospende la proprietà in nome della giustizia smette di fare da arbitro e diventa parte. E quando il potere perde vincoli, le disuguaglianze non si correggono: si producono, si irrigidiscono, si perpetuano.
Per questo “non lasciarla andare” non è uno slogan, è un criterio di giudizio. Dove la proprietà è certa, il potere è costretto a scegliere, riformare, rinunciare. Dove è revocabile, il potere non rinuncia a nulla e scarica i costi sulla società. La linea di confine è tutta qui. Superarla non significa cambiare modello economico. Significa cambiare regime.






