Rutte Trump grande

Il sollievo che ha accolto il cosiddetto “Compromesso di Davos” tra Donald Trump e Mark Rutte è il sintomo di un sonnambulismo politico che rischia di essere fatale per l’ordine liberale europeo. C’è una colpevole illusione tra sedicenti pragmatisti e sovranisti nostrani, convinti che aver scambiato la “vendita” della Groenlandia con una più accettabile “sovranità funzionale” sulle basi militari sia un successo della diplomazia del possibile.

Al contrario, questo scenario è infinitamente peggiore della cessione territoriale: è una de-escalation tattica che maschera la sospensione sistemica della legalità internazionale, trasformando l’Artico in un laboratorio di ingegneria giuridica volto a normalizzare e istituzionalizzare - con l’avallo della NATO e dell’Occidente meloniano - l’impunità. Laddove la vendita è un atto definitivo ma regolato da trattati, che comporta responsabilità giuridiche e costituzionali, la sovranità funzionale è un framework che scinde l’autorità dal territorio, creando zone grigie e “black sites” giurisdizionali, veri e propri spazi fisici definiti non dai loro confini geografici, bensì dalle leggi deliberatamente sospese per permetterne l’uso al di fuori della legge e senza la responsabilità del diritto.

Questa forma di Colonialismo 2.0 recupera i modelli più oscuri dell’imperialismo del XIX e XX secolo per proiettarli nel cuore dell’architettura di sicurezza atlantica ed europea. L’evocazione dei modelli di Guantanamo o delle enclavi sovrane britanniche a Cipro come template per la rimodulazione dell’Accordo di Difesa Stati Uniti – Danimarca del 1951 scopre la vera natura del Compromesso di Davos e mette in luce la natura rivoluzionaria ed eversiva della nuova NATO sognata da Trump e dal movimento MAGA. In questo disegno sovversivo non si cercano partner, ma scatole nere strategiche sottratte al controllo delle corti nazionali ed europee.

Si tratta, infatti, del ritorno alla definizione legale e giuridica di realtà extragiudiziali dove i diritti fondamentali cessano di esistere e dove – direbbe Hannah Arendt – si perderebbe il “diritto di avere diritti”, replicando su suolo europeo le logiche aberranti di Camp Liberty o della rimozione forzata della tribù degli Inughuit – proprio in Groenlandia – per consentire l’espansione della base dell’aviazione militare americana di Thule.

Ciò che rende questo scenario una minaccia imminente è il suo legame organico con l’attuale politica interna statunitense, caratterizzata dalle azioni aggressive dell’ICE e dai rimpatri extragiudiziali che ignorano i vincoli del contratto sociale. Gettare le basi legali e diplomatiche perché si possano legalmente istituire simili “laboratori dell’illegalità” in Europa significa fornire uno sbocco logistico a un sistema globale di sospensione del diritto, rendendo possibili detenzioni arbitrarie e deportazioni sommarie direttamente sul suolo alleato, ma rendendole legalmente invisibili e tecnicamente incontestabili.

La mutazione della NATO sarebbe definitiva e agghiacciante: l’alleanza atlantica verrebbe smantellata dall’interno per essere trasformata in un impero di vassalli, dove il territorio degli alleati non è più suolo sovrano da proteggere, ma una collezione di colonie da sfruttare, espropriare e mutilare strategicamente.

Washington non vede più negli alleati dei soci in una symmachia (unione di pari), ma dei tributari costretti a pagare un phoros in terra e legalità in cambio di una protezione che assomiglia sempre più a un racket.

In questo contesto, appare patetica e pericolosa la cecità dei leader europei e della NATO, a partire dal governo italiano. Per pura piaggeria e affinità ideologica, Meloni e Salvini blandiscono Trump e il suo isolazionismo aggressivo, incapaci di capire che l’espropriazione della sovranità altrui è il preludio alla loro stessa fine.

Da una parte, la Premier si affanna in equilibrismi diplomatici, salutando con un sollievo il ritiro dei dazi come se fosse una vittoria e non il prezzo di un ricatto andato a segno; dall’altra, Salvini agisce da megafono sguaiato della dottrina MAGA, celebrando la fine dell’ordine multilaterale e chiedendo mani libere per le forze di polizia italiane, forse sullo stile ICE. Sperano, con un servilismo che spacciano per realismo, di essere risparmiati o di diventare gli scherani di questo nuovo ordine imperiale che non riconosce più la dignità dello Stato ma solo la gerarchia della forza.

Se l'Europa non imporrà pilastri non negoziabili di continuità giurisdizionale e supervisione della Corte EDU, l’Artico sarà solo la prima cella di un’architettura globale di impunità che inghiottirà il diritto europeo nel gelo dell’eccezione.