La piazza tradita. L’anelito democratico iraniano dal 1906 al collasso del 2026
Istituzioni ed economia

Le manifestazioni di piazza che hanno ripreso vigore in Iran nelle ultime settimane rappresentano un caso unico nel panorama del Medio Oriente e del mondo islamico: un popolo che ha scelto la piazza come istituzione permanente per esigere democrazia, sovranità e diritto. E sebbene queste spinte popolari siano state costantemente accompagnate dall’ombra del tradimento delle élite, capaci di sequestrare l’energia della strada per instaurare e restaurare forme diverse di assolutismo, la storia politica dell’Iran moderno può essere letta e interpretata come un lungo secolo costituente.
Il percorso inizia con la Rivoluzione Costituzionale del 1906, un evento che segna una maturità civile precoce e quasi unica rispetto ai vicini regionali. Mentre altrove le riforme erano concessioni delle élite imperiali, a Teheran la piazza, unificando i mercanti del Bazar, l’intellighenzia laica formata in Europa e il clero sciita più illuminato, impose all’assolutismo monarchico dello Scià di Persia una forma di costituzionalismo di stampo occidentale con la creazione del primo Parlamento e nella stesura di una Legge Fondamentale che trasformava il monarca da vicario di Dio a sovrano limitato dalla volontà della nazione. Fu il tentativo modernista di conciliare la tradizione imperiale persiana con il primato della legge, stabilendo che nessun atto d’imperio potesse più prescindere dal consenso dei rappresentanti eletti.
Tuttavia, con il passare del tempo, questo anelito democratico fu sistematicamente snaturato. Il processo di erosione iniziò con i tentativi di restaurazione assolutista dello Scià Mohammad Ali Qajar, sostenuto da Gran Bretagna e Russia, preoccupate di perdere l’accesso e il controllo delle riserve di petrolio del Paese. Ma la vera mutazione avvenne con l’ascesa di Reza Shah Pahlavi negli anni '20: pur mantenendo la cornice della Costituzione per motivi di facciata, egli ne svuotò il contenuto politico, trasformando il Parlamento in una camera di ratifica per un autoritarismo centralizzatore e militare. La piazza aveva chiesto una cittadinanza fondata sul diritto; le élite dinastico-militari le restituirono una sudditanza modernizzata, dove lo Stato non era più espressione della legge popolare, ma strumento di controllo di un unico uomo forte.
Questa tensione tra piazza e potere tornò a esplodere nel 1953 con l'esperienza di Mohammad Mossadegh, un momento che cristallizza perfettamente il legame tra il desiderio di democrazia e la sovranità nazionale. Mossadegh non era un rivoluzionario populista, ma un giurista di estrazione aristocratica che incarnava l'eredità della rivoluzione del 1906: la sua politica si fondava sul rigore del diritto e sulla nazionalizzazione del petrolio come strumento di emancipazione post-coloniale. Egli cercò di spostare il baricentro del potere dallo Scià al Parlamento, tentando di sanare quel processo di snaturamento della Costituzione iniziato nei decenni precedenti. Tuttavia, il suo operato si concluse con il drammatico putsch dell’agosto 1953 (Operazione Ajax), orchestrato dai servizi segreti britannici e americani con la complicità di settori reazionari interni che si concretizzò nella dittatura militare basata sulla repressione del dissenso e sulle camere di tortura della famigerata polizia politica dello Scià.
Il 1979 rappresenta il punto di massima espansione fisica della piazza e, contemporaneamente, il più brutale e metodico dei tradimenti operati da un’élite. La rivoluzione che abbatté lo Scià non nacque monolitica, ma fu il risultato di una complessa e contraddittoria convergenza di filosofie politiche. Da un lato vi era l’intellettualismo di Ali Shariati, il vero architetto ideologico della rivolta, che attraverso una sintesi tra marxismo, esistenzialismo e sciismo militante aveva trasformato la religione in ideologia della liberazione. Shariati offrì alla piazza il mito degli oppressi (Mustazafin), seducendo tanto i giovani quanto i diseredati. Dall’altro lato, la componente laica e liberale vedeva nella rivoluzione il completamento del sogno del 1906. Tuttavia, questo mosaico pluralista fu sistematicamente sequestrato dall’élite clericale guidata dall’Ayatollah Khomeini.
L’operazione non fu solo politica, ma profondamente dottrinale: Khomeini operò un innesto senza precedenti, innestando sullo sciismo più conservatore la filosofia politica di Platone. Attraverso la teoria del Velayat-e Faqih (la Tutela del Giurista), egli trasfigurò la figura platonica del Re-Filosofo in quella del Giurista-Guida, trasformando una rivoluzione che aspirava alla libertà in una teocrazia organica. In questo schema, la sovranità non apparteneva più al popolo, ma alla divinità, ed era esercitata in terra da un’oligarchia clericale che si poneva come unico interprete infallibile della volontà suprema, tradendo così l’anima democratica e pluralista della piazza e ribaltando la tradizione sciita classica per instaurare una tutela assoluta del clero sulla nazione. Il tradimento si consumò attraverso la radicalizzazione indotta della piazza e l’eliminazione fisica e politica di ogni voce dissenziente. Il concetto di sovranità popolare fu svuotato e sostituito da una sovranità divina amministrata da un’oligarchia clericale, sancendo lo scippo ideologico di una rivoluzione nata pluralista.
Il XXI secolo ha segnato il momento in cui la piazza iraniana, dopo decenni di ibernazione sotto il dogma teocratico, ha iniziato a metabolizzare i fallimenti del passato, riemergendo con una consapevolezza post-ideologica che ha trasformato il dissenso in un processo di rigetto sistemico. Tuttavia, questo risveglio non è stato lineare, ma si è articolato attraverso scosse sismiche con identità e basi sociali profondamente diverse che hanno progressivamente smantellato la legittimità del regime. Il Movimento Verde del 2009 è stato l’ultimo, grande tentativo di agire dentro la cornice della Repubblica Islamica: una protesta guidata dalla classe media urbana che, al grido di “Dov’è il mio voto?”, cercava ancora una legittimità legale e faceva proprio il concetto di democrazia religiosa elaborato dal filosofo iraniano Abdolkarim Soroush.
Ma il tradimento del 2009, consumatosi attraverso una repressione feroce, ha spostato definitivamente l’asse della rivolta. Le ondate del 2017 e del 2019 hanno segnato una rottura antropologica e sociologica fondamentale: per la prima volta, a scendere in piazza sono stati i diseredati delle province. Queste rivolte non erano solo un grido contro il carovita, ma un esplicito rigetto della dottrina dell’Asse della Resistenza. Al grido di “Né Gaza, né Libano, la mia vita per l’Iran”, la piazza denunciava il paradosso di un regime che investiva miliardi per finanziare Hamas, Hezbollah e milizie sciite in Yemen e in Iraq mentre le classi medie iraniane sprofondavano nella povertà. Infine, il movimento “Donna, Vita, Libertà” del 2022 che ha saldato queste diverse anime, quella civile del 2009 e quella economica del 2017/19, sotto un’unica egida esistenziale.
Qui la base filosofica è tornata all’idea di Iranshahri teorizzata dal filosofo e politologo iraniano Javad Tabatabai: l’Iran come nazione-civiltà che rivendica la propria identità laica contro un’anomalia storica. A differenza delle Primavere Arabe, spesso evaporate nel caos jihadista, la resilienza iraniana del XXI secolo risiede proprio in questa stratificazione: una società civile che, attraverso ogni fallimento, ha compreso che non esiste riforma possibile senza il collasso integrale di un sistema che sacrifica il benessere dei propri cittadini sull'altare di un’egemonia regionale dogmatica.
Arriviamo così a gennaio 2026. Dopo gli shock bellici di giugno 2025 e il definitivo crollo del Rial, il regime ha perso la capacità di comprare la lealtà dei suoi difensori giungendo ad un collasso sistemico. Non siamo di fronte a una crisi passeggera, ma alla fase terminale di un processo iniziato nel 1906 e che ha progressivamente accelerato il suo moto inarrestabile. Si tratta di una tensione costante tra una piazza costituente, depositaria di un anelito democratico profondo e autoctono, e un’élite traditrice che ha sistematicamente sequestrato la mobilitazione popolare per consolidare oligarchie e teocrazie.
La stabilità dell’Iran post-teocratico dipenderà dal rispetto per la maturità politica di un popolo che ha pagato un secolo di tradimenti. L’Iran non ha bisogno di modelli importati, né deve temere la frammentazione se la transizione rimarrà autoctona e laica. Solo permettendo che l’anelito nato nel 1906 si traduca in istituzioni orizzontali e trasparenti, la società iraniana potrà finalmente spezzare la catena dei sequestri e farsi guida di sé verso una normalità democratica. Oggi, di fronte all'implosione della Repubblica Islamica, è necessario che gli osservatori internazionali esercitino il massimo ascolto e il più profondo rispetto per gli attori locali. Bisogna evitare le facili scorciatoie del passato: la ricerca del nuovo uomo forte o le strategie di regime-change calate dall’alto. La sfida del 2026 risiede nel lasciare che siano la storia e la cultura politica millenaria di questo popolo a guidare il futuro del Paese.






