Groenlandia a stelle e strisce grande

Esiste una legge non scritta della politica che lega il destino delle democrazie liberali a quello delle antiche polis greche: ogni alleanza nata per difendere la libertà dal "barbaro" tende, per una sorta di gravità imperiale, a trasformarsi in un sistema egemonico dove il leader smette di essere protettore per farsi esattore. I classicisti riconosceranno il parallelo tra la Lega di Delo e i processi politici che oggi scuotono la NATO.

Tutto cominciò con un atto di liberazione. Nel V secolo a.C., dopo aver guidato la resistenza greca e sconfitto i Persiani a Salamina e Platea, Atene si propose come lo scudo delle polis libere contro il pericolo orientale. La Lega di Delo nacque come una symmachia difensiva: un patto tra eguali per prevenire il ritorno del totalitarismo persiano. Allo stesso modo, dopo il 1945, gli Stati Uniti, avendo abbattuto il nazismo e identificato nel comunismo sovietico il nuovo pericolo esistenziale, crearono la NATO come alleanza difensiva. In entrambi i casi, l'egemone non si impose con la forza ma venne invocato come garante di un ordine di libertà.

Tuttavia, Tucidide ci avverte, la posizione di Atene passò ben presto da protettore a padrone, dall'hegemonia all'arché, attraverso la sostituzione del contributo militare degli alleati con il phoros, il tributo monetario. Delegando ad Atene (o a Washington) la costruzione delle triremi (o la supremazia militare e la deterrenza nucleare), gli alleati hanno finanziato la propria sottomissione. Chi paga per la propria sicurezza non è più un partner, ma cliente di un servizio di protezione che rischia, nelle mani sbagliate, di divenire racket mafioso.

L'evoluzione di questa nuova architettura trova non solo la sua dottrina nella nuova National Security Strategy (NSS) di Donald Trump per il 2026, che dichiara esplicitamente la fine della simmachia in favore di un Realismo Transazionale dove la sicurezza è un servizio a canone variabile ma anche la sua prassi nella definizione della sovranità danese sulla Groenlandia un intralcio alla sicurezza americana nell'Artico, rompendo il tabù della sacralità dei confini tra alleati. La Groenlandia diventa la Potidea del XXI secolo: un tempo alleata, oggi pedina strategica che l'egemone reclama per sé.

Se l'America può disporre di un territorio europeo a suo piacimento, la NATO ha cessato di essere uno scudo comune. Per la Casa Bianca, l'Europa è ormai una proprietà privata dell'egemone, una riserva di risorse e basi di cui disporre liberamente per convenienza politica o calcolo geopolitico.
In questo vuoto di autonomia strategica si innesta la dinamica della politica interna italiana, dove il rapporto con l’Atene americana ha generato diverse forme di vassallaggio, proprio come nella Lega di Delo: Meloni si trova nella posizione dei delegati di Chio o Lesbo, città che scelsero la via della lealtà estrema, sperando che la loro solerzia le risparmiasse dall'umiliazione.

La premier scommette sulla lealtà del vassallo privilegiato aspettando istruzioni che non arrivano e restando schiacciata tra il dovere di apparire affidabile e la realtà di un egemone che la percepisce come un semplice comprimario logistico. A sostegno di questa deriva si muove un apparato intellettuale d'area che giustifica l'erosione della sovranità continentale.

Le analisi di Mario Sechi, che arrivano a sostenere la legittimità della presa americana sulla Groenlandia in nome della realpolitik, ricordano da vicino la retorica di Eupemo, ambasciatore ateniese che per giustificare l'ingerenza della sua città negli affari delle polis minori, spiegava brutalmente come la sicurezza dell'impero richiedesse il controllo dei punti strategici, e che non vi fosse spazio per l'indipendenza quando era in gioco la stabilità dell'egemone. Come Eupemo, Sechi si fa araldo di un realismo cinico dove la sottomissione è presentata come l'unica scelta razionale per i deboli, trasformando l'imperialismo in una necessità logica. Giustificare il controllo di un egemone su un territorio europeo significa accettare che l'alleanza sia diventata il braccio operativo di una dottrina che vede nel continente solo una piattaforma di proiezione.

Dall'altra parte, Matteo Salvini cavalca la stasi strategica con il metodo dei frondisti Eubeii, sempre pronti a destabilizzare l'egemonia ateniese ammiccando ai nemici esterni per ottenere vantaggi domestici. Salvini utilizza il silenzio di Washington per logorare il lealismo trumpiano di Meloni, trasformando il caos internazionale in una rissa permanente sulla leadership del sovranismo in salsa italiota.

La storia della Lega di Delo ci insegna che quando l'egemone smette di proteggere e inizia a esigere, e quando gli alleati preferiscono il vassallaggio alla costruzione di una reale forza autonoma, il naufragio è inevitabile. Senza una strategia europea che vada oltre la mera reazione agli umori di Washington, l'Italia e l'Europa finiranno per scoprire la brutale verità contenuta nella lezione di Tucidide nel Dialogo dei Meli: un confronto dove non c'è spazio per il diritto o la giustizia, ma solo per la forza. Agli abitanti di Melo, che invocarono invano la neutralità e la giustizia, gli ateniesi risposero: il forte compie ciò che può e il debole subisce ciò che deve.