hannoun bgrande

Non sappiamo se quanti sono stati ieri arrestati con l’accusa di avere costruito una rete fittissima di sostegno e finanziamento internazionale all’attività terroristica di Hamas saranno giudicati colpevoli o alla fine scagionati.

Però non abbiamo bisogno della loro condanna, come non avevamo bisogno della loro incriminazione per sapere che Hamas è il terminale di una lotta transnazionale a quella che nel gergo della geopolitica pro Pal si definisce “Israele globale”, dove lo stato ebraico rappresenta solo la testa del serpente del potere sionista.

La ragione per cui le piazze pro Pal idealizzano Hamas è perché ritengono che la violenza palestinese sia “necessaria” non per propiziare la nascita di uno stato arabo accanto a quello ebraico – che non è mai stato, come è noto, l’obiettivo di Hamas – ma per vendicare l’usurpazione coloniale della terra araba e approssimare la vendetta dei popoli diseredati di tutta la terra, stritolati dalle spire di un potere oscuro, che lo scandalo di Israele rende riconoscibile e in qualche modo universalizzabile.

Insomma, per questi “resistenti” oscenamente coccolati dagli usufruttuari della Resistenza italiana, la Palestina è la terra santa della rivoluzione planetaria e della resa dei conti definitiva con l’imperialismo e il colonialismo occidentale. Questo è lo spirito e il linguaggio delle piazze pro Pal e sarebbe ridicolo scandalizzarsi ora che qualcuno, in questa temperie rivoluzionaria, procurasse i mezzi dello sterminio “necessario” per riattualizzare la lotta contro il nemico sionista.

Se non si capisce (o per meglio dire non si ammette) che la simpatia per Hamas nasce dall’identificazione della questione palestinese non con una causa nazionale araba, ma con una causa nazionale e internazionale anti-ebraica, allora non si capisce (o per meglio dire non si riesce ad ammettere) che la solidarietà anche finanziaria con l’organizzazione jihadista non è percepita (e a dire il vero neppure troppo occultata) come il fiancheggiamento di una cellula terrorista, ma come la partecipazione a una battaglia di liberazione globale.
Di questa vicenda, l’aspetto meno interessante e, a dire il vero, meno scandaloso è quello giudiziario. Che nella fratellanza musulmana italiana ci fossero quinte colonne del regime di Gaza era notorio e che i finanziamenti da loro raccolti siano finiti negli ospedali di Gaza o nelle tasche dei miliziani in travestimento ospedaliero è del tutto irrilevante.

Che tra la solidarietà umanitaria alla popolazione di Gaza e il sostegno militare ad Hamas non ci fosse alcun confine percepito e riconosciuto era evidente dal fatto che praticamente tutte le testate italiane, in due anni di guerra, hanno continuato a pubblicare i bollettini sul “genocidio” del cosiddetto Ministero della salute di Gaza (cioè di Hamas) senza porsi il problema di partecipare, fosse pure passivamente, alla guerra ibrida contro Israele (non contro il Governo Netanyahu, ma contro Israele come Stato genocida).

D’altra parte, non scopriamo oggi che Mohammad Hannoun era l’ospite d’onore delle mobilitazioni pro Pal, mentre dalle piazze della sinistra ufficiale – che fossero quelle del 25 aprile o del Gay pride – gli ebrei venivano cacciati o invitati a starsene a casa.

Perfino nell’ordine di arresto della cricca pro Hamas gli inquirenti si sono sentiti in dovere di precisare (ma che precisazione è?) che “i fatti emersi non possono in alcun modo togliere rilievo ai crimini commessi ai danni della popolazione palestinese successivamente al 7 ottobre 2023 nel corso delle operazioni militari intraprese dal Governo di Israele”, come se si riportasse un giudicato penale definitivo, non un’accusa tutt’altro che provata su di un “reato di Stato”, a dimostrazione del fatto che l’intoccabilità del genocidio è una variabile non negoziabile di qualunque discorso sul conflitto israelo-palestinese. 

Dunque, sinceramente: dov’è la notizia nei verbali di ieri? Peraltro, quello che oggi tutti sembrano avere scoperto dalla indagine della procura nazionale antiterrorismo, Massimiliano Coccia lo racconta da mesi su Linkiesta, ma in Italia gli scandali politici a quanto pare esistono solo quando possono essere visti dal buco della serratura di un caso giudiziario.