Giorgia Meloni, la politica modesta di una leader vincente
Istituzioni ed economia

Dopo più di tre anni di governo e guardando alle recenti e rilevanti scelte, è utile tirare le somme della statura di Giorgia Meloni come leader, in Italia e all'estero, tra leggi di bilancio, capacità di ripresa italiana e soprattutto difficili scenari di politica internazionale.
In politica interna, Meloni ha goduto di una stabilità per certi versi sorprendente, caso più unico che raro per la storia nazionale, superiore anche a quella di paesi europei con una tradizione politica ben più consolidata sotto questo aspetto. Dopo questo lasso di tempo, sembra pacifico affermare che non sia stata capace di metterla a frutto: l'assenza pressoché totale di riforme strutturali per l'Italia ne è la dimostrazione principale, dove la stabilità si è troppo spesso tramutata in galleggiamento, arrivando al complessivo immobilismo di tutto il centrodestra.
Il portato dell'inerzia, dovuta forse anche a una coalizione che pur nella sua innegabile coesione formale rimane divisa per quel che riguarda posizionamenti, retaggio culturale e ricette concrete (con le insofferenze che si colgono anche lato comunitario, nella distanza degli stessi gruppi europei di appartenenza, diversi per i tre partiti di governo), sta nel medio periodo rivelando una fragilità politica di fondo.
La prudenza dell'esecutivo e della premier si riverbera nei numeri, indicandoci che siamo a trentadue mesi di produzione industriale negativa su trentasei, a una manovra magra, con la pressione fiscale che sale così come il costo della vita, senza introdurre iniziative di ampio respiro, investimenti e incentivi produttivi.
Però è in particolare con i comportamenti in Europa delle ultime settimane che la debolezza di Meloni è emersa in tutta la sua prorompenza. Resta contraria al superamento del principio dell'unanimità in sede di Consiglio europeo, e quindi favorevole al mantenimento del potere di veto, principale freno che blocca l'autonomia strategica comunitaria e le decisioni politiche dell'Unione. Rimane riluttantemente "volenterosa", ma non troppo, sempre un passettino indietro ai "volenterosi" in prima fila, mostrando una scarsissima ambizione nel superare i (pur) istituzionalizzati limiti di governance che non permettono di disegnare un'Europa forte, basata su principi federali che mirino al protagonismo Ue nelle grandi partite internazionali.
Ancora, ci sono le titubanze davanti al Mercosur, trattato commerciale capace di dare vita a un'area di scambio che coinvolgerebbe 700 milioni di persone, occasione per le imprese e ossigeno per un paese esportatore come il nostro, soprattutto nella folle fase storica del ritorno del pesante dazio commerciale. Ciò per sole finalità di calcolo e capitalizzazione elettorale, o almeno per allontanare le inimicizie, in primis degli agricoltori, ancora oggi la categoria più sussidiata del Continente.
Poi c’è il capitolo del mancato utilizzo dei 200 miliardi di asset russi congelati per il sostegno all'Ucraina, sintesi di assenza di coraggio politico, tipica di chi sceglie di non voler puntare ad essere un grande leader internazionale. La barra dritta dell'accordo sulla concessione del prestito da 90 miliardi per gli ucraini è, in questo contesto, compromesso da minimo sindacale (comunque vitale, perciò rilevantissimo) che ha in realtà i suoi lati positivi anche in una prospettiva da debito comune e in quanto a soluzione "creativa", tratto distintivo della storia unionale, nel solco della cooperazione rafforzata.
Si è permesso cioè a ventiquattro stati su ventisette di deliberare il debito e assumerne gli oneri, garantiti dal bilancio dell'Unione, aggirando in questo modo il vincolo dell'unanimità. Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca, i tre stati restii, hanno votato l'accordo, mantenendo però la possibilità di avvalersi della clausola dell'opt-out, che appunto concede, nel caso di specie, di non partecipare al prestito per Kyiv.
Intendiamoci: in quanto a limiti Meloni è in buona compagnia, a livello europeo il problema di leadership e di classi dirigenti all'altezza dei tempi è diffuso in gran parte dei paesi membri, inclusi purtroppo, almeno a fasi alterne, quelli che dovrebbero trainare il processo europeo: chi per debolezze interne e chi per delegittimazione e gelosie nazionali su differenti capitoli, lì dove i veti incrociati à la carte subentrano, inquinando il campo.
Però Meloni non ha mai utilizzato le relazioni costruite e quanto a disposizione per tracciare una rotta verso l'integrazione più stretta, per rompere cioè quelle barriere burocratico-apolitiche che rallentano le decisioni o addirittura non le permettono. Nello stesso tempo, non ha messo in discussione le barriere interne alla politica nazionale, non solo per migliorare le condizioni di vita degli italiani, ma anche per crescere come capo di Governo.
Restando alla politica internazionale, nel suo ruolo di equilibrista tra le due sponde dell'Atlantico si è per forza di cose ridotta a impaludarsi nel mezzo, tra due fronti che oggi appaiono poco compatibili in quanto a proiezioni e "protezioni" politico-valoriali. Con questo non si vuole dire che l'alternativa (che resiste nel non esistere) a Meloni sarebbe stata migliore; significa solo sottolineare quanto poco, nonostante piroette, ripensamenti e mutazioni ontologiche di postura istituzionale abbia raccolto.
La Presidente del Consiglio sembra in ogni caso un'altra politica rispetto alla Meloni di opposizione: il fino al 2022 agguerritissimo animale politico di razza, con tratti da antitutto, fa oggi della prudenza il suo marchio di fabbrica, in quella che ormai è la tenaglia Usa-Ue, come in quella tra il tiepido Tajani e il chiassoso quanto inamministrabile Salvini, sotto incessanti conflittualità che mostrano come posizioni unitarie dell'Italia siano difficili da comporre.
In soldoni, l'Italia non fa politica, in sede comunitaria e internazionale come a casa propria, o la fa in modo estremamente deludente. Tra elementi di disturbo ed imbarazzo, fuor di guerra ibrida e vettori disinformativi, resta importante pure sottolineare come Italia abbiamo fornito poco più di 2 - fino a un massimo di 3 - miliardi l'anno di aiuti complessivi all'Ucraina. Il che ammonta a 28 euro pro capite per il supporto militare, senza trasparenza sul materiale bellico inviato, ma con sufficiente chiarezza per poter dire che siamo ben lontani dagli stati membri che hanno più contribuito.
Nella Strategia di sicurezza nazionale trumpista l'Italia è inoltre additata tra i paesi europei più vicini all'attuale amministrazione americana, nel tentativo (esplicitato) di allontanarli dalla stessa Unione. All'incertezza che assale il destino dell'Italia serviranno non balbettanti colpi a cerchi e botti sovrane, ma precise scelte di campo, con parole sempre più chiare e nette alle quali dovranno seguire policy precise e sguardo lungo, nell'inevitabile presa di coscienza che l'interesse nazionale va di pari passo con quello comunitario e anzi nella consapevolezza che si difende solo all'interno di quest'ultimo.
Non più, possibilmente, restando chilometri indietro, ma cercando di imporsi tra gli esecutivi guida, in maniera energica e sostanziosa, da centro politico. Il solo faro di Sergio Mattarella non basterà più, per stare al passo con le necessità della storia.






