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Vi è un filo rosso che lega i recenti scontri televisivi andati in onda su TG2 Post e a Piazza Pulita alla più ampia questione della tenuta delle democrazie occidentali. Quando Carlo Calenda, con una puntualità quasi chirurgica, inchioda i suoi interlocutori alle proprie contraddizioni sui rapporti con la Russia o smonta la narrazione “pacifinta” nel salotto di Corrado Formigli, non sta semplicemente facendo spettacolo politico o esercizio di vis polemica. Quegli interventi rappresentano, in forma embrionale e mediatica, l’applicazione pratica dell’unico antidoto liberale contro la propaganda: lo smascheramento pubblico. È in quei momenti, quando l’ambiguità viene spogliata dei suoi artifici retorici e costretta a confrontarsi con i fatti, che si intravede come combattere le moderne quinte colonne.

L’espressione stessa, d'altronde, ha origini militari che meritano di essere ricordate per comprenderne l’evoluzione. Fu pronunciata per la prima volta nell’autunno del 1936, mentre la guerra civile spagnola insanguinava la penisola iberica. Il generale franchista Emilio Mola, marciando su Madrid con quattro colonne di soldati, dichiarò via radio che una quinta colonna di simpatizzanti era già attiva nella capitale, pronta a minare le difese repubblicane dall’interno. Tuttavia, se nel Novecento le quinte colonne agivano nell’ombra fisica della cospirazione, nel XXI secolo esse hanno subito una metamorfosi sofisticata: oggi non piazzano tritolo, o almeno lo fanno molto di rado, ma dinamite cognitiva nelle fondamenta delle democrazie liberali.

La Russia contemporanea ha perfezionato l’uso di queste forze trasformandole in uno strumento di coercizione strategica. Non si tratta più necessariamente di reclutare spie nel senso classico, quanto di coltivare una rete eterogenea di attori all’interno del tessuto europeo: partiti politici, opinionisti e intellettuali che affollano i talk show, i giornali e le piazze. L’obiettivo di Mosca non è l’invasione fisica dell'Europa occidentale, non per ora almeno, bensì la dissoluzione del concetto stesso di Europa attraverso un relativismo assoluto, volto a convincere l'opinione pubblica che la democrazia liberale sia corrotta e ingannevole tanto quanto l’autocrazia. La stessa invasione criminale dell’Ucraina non è tanto una mossa neo-sovietica e imperialista di ampliamento della sfera di influenza territoriale, quanto piuttosto un’operazione politica volta a minare i valori stessi su cui l’Europa occidentale fonda le proprie radici e la propria storia.

Di fronte a un avversario che sfrutta le libertà dell'Occidente per corroderne la tenuta, l’esempio di confronto diretto visto in televisione ci suggerisce la strada: non la censura, che farebbe il gioco del vittimismo avversario, ma una trasparenza radicale. La risposta deve essere liberale e metodica. Se il confronto televisivo “alla Calenda” rappresenta la prima linea di difesa, quella della “verità detta”, la controffensiva necessita di strumenti più profondi per radicarsi nella società.

È qui che serve una profonda riflessione da parte di partiti politici, movimenti sociali e società civile per sviluppare un vero e proprio arsenale nonviolento, liberale e democratico. Una strategia olistica di difesa dello Stato di Diritto che passi dall’uso sistematico di strumenti di partecipazione e controllo: leggi di iniziativa popolare per imporre la trasparenza sui fondi ai partiti, referendum, e soprattutto la “litigazione strategica”, ovvero l’uso dei tribunali per costringere le istituzioni e le piattaforme digitali al rispetto delle regole esistenti. Laddove la propaganda russa conta sull’inerzia e sulla sfiducia, l’arsenale nonviolento deve rispondere costringendo il sistema a funzionare.

Questa trasparenza deve tradursi in norme che illuminino a giorno chi finanzia le opinioni. Ogni euro speso per attività politiche o culturali deve avere un’origine pubblica e verificabile. Se un politico o un opinionista agisce nell’interesse, anche indiretto, di una potenza straniera, l’elettore deve essere messo nelle condizioni di vederlo chiaramente attraverso il tracciamento dei flussi finanziari, esattamente come un conduttore televisivo o un interlocutore preparato svelano le incongruenze di chi difende l'indifendibile. Nel momento in cui la “prostituzione intellettuale” diventa visibile, essa perde il suo potere di influenza occulta.

A questo approccio deve affiancarsi una disobbedienza civile alla disinformazione. Gandhi insegnava la non-collaborazione con il male; oggi questo si traduce nel rifiuto civico di farsi vettori passivi di menzogne, sviluppando una sorta di immunità di gregge cognitiva. E infine, sarà fondamentale l’applicazione rigorosa dello stato di diritto. Le quinte colonne sfruttano spesso le zone grigie della legalità; la risposta deve essere il rafforzamento degli organi di controllo indipendenti nel perseguire crimini finanziari e conflitti d’interesse, garantendo però sempre quel giusto processo che a Mosca è un miraggio.

Le quinte colonne odierne non si nascondono nelle cantine, ma siedono sempre più spesso accanto a noi, nelle istituzioni, nei media e nei corpi intermedi. Il loro scopo è convincerci che il progetto europeo sia fallito. La risposta, sulle orme del senatore Calenda, è quella offerta da chi non ha paura di chiamare le cose con il loro nome in prima serata: una militanza della verità. Rendendo le nostre democrazie talmente trasparenti e resilienti da rendere inefficace ogni tentativo di infiltrazione, potremo vincere questa guerra ibrida preservando l'anima dell'Europa proprio mentre la difendiamo.