Media e politica. La fine del dialogo, la vittoria del prodotto
Istituzioni ed economia

La vittoria di Mamdani mi ha fatto riflettere. Nella riflessione una parola su tutte ha iniziato ad essere il centro dei miei pensieri: intrattenimento. Che bella parola, a chi non piace intrattenersi? A chi non piace passare del tempo in leggerezza, ancora meglio se quel tempo rispecchia esattamente ciò che sei, o le tue aspirazioni, i tuoi sogni, la sete di giustizia, la tua bontà d’animo.
Il problema arriva quando l’intrattenimento diventa politica, quando La Società dello Spettacolo di Debord diventa La Politica dello Spettacolo, in cui le proposte e le idee vengono pensate, programmate e infine create per soddisfare il cosiddetto sentiment. Ed ecco che il consenso viene prima dei programmi, la campagna elettorale diventa permanente con dei picchi naturali prima delle elezioni e la ricerca delle parole chiave da utilizzare si fa primaria rispetto all’analisi e alla proposta politica.
Si pensa al prodotto, al branding, al naming, al packaging, allo storytelling emotivo, alla battuta pronta, alla frase che crea un effetto. La politica diventa un prodotto, una vendita, un consumo, come se stessimo appunto usando qualcosa per poi buttarla via appena il nuovo prodotto sarà venduto meglio o apparirà più performante ai fini del consenso.
“Think different” recitava una famosa campagna pubblicitaria di Apple, per mostrare al mondo il genio controcorrente, da cui sarebbe nata una straordinaria community di compratori che si sono identificati con l'innovazione portata da Steve Jobs, un outsider il cui slogan è più attrattivo e significativo di molti altri che oggi vediamo nei circuiti politici. Lo stesso meccanismo è oggi alla base della comunicazione politica: il leader non vende soluzioni, ma identità. Non promette cambiamento, ma appartenenza.
Oggi un partito, o ancora meglio un leader, si vendono come la melina più famosa della terra: non è un caso che nei giorni successivi alla vittoria di Mamdani (simbolo di una nuova generazione di politici ‘pop’) molti giornalisti e analisti si siano soffermati, più che sul programma, su elementi di contorno: il logo e i suoi colori, lo slogan, la fresca gioventù, la capacità comunicativa. Una pagina Instagram molto seguita, con il logo arancione con la W nel mezzo, ha dedicato un intero reel sulla questione grafica, dicendo che gli adesivi di Mamdani sarebbero rimasti per la città anche dopo la campagna elettorale, in quanto belli e piacevoli. Non posso che darle ragione: in tutta onestà quelle grafiche possono sedurre i giovani, ma anche alcuni quarantenni dal giovane look.
Questo modus pensandi è la conferma che la politica, più che proporre un’idea del mondo, costruisce un’immagine del sé. Il leader contemporaneo non si presenta come interprete di un progetto collettivo, ma come prodotto desiderabile, confezionato per attrarre segmenti di pubblico, testato nei focus group, calibrato su indici di gradimento e algoritmi di engagement.
Come ogni marchio di successo, deve evocare qualcosa di immediatamente riconoscibile: sicurezza, cambiamento, empatia, forza, purezza. E allora ecco che la rappresentazione diventa modus vivendi, e ad ogni respiro sai che c’è una telecamera pronta a catturarlo, a vederne le smorfie, a indagare le debolezze. La politica diventa un prodotto, e la realtà diventa uno strafalcione da inserire nei titoli di coda, dove solitamente si mettono le scene sbagliate dei film.
E come in ogni buona campagna pubblicitaria, l’obiettivo non è convincere, ma sedurre.
Non è dialogare, ma posizionarsi.
La politica, insomma, ha smesso di essere un luogo di confronto e si è trasformata in uno showroom di emozioni prêt-à-porter.
E sento già il ronzio di quelli che leggendo potrebbero dire: adesso te ne sei accorta? Oppure: ci sei dentro anche tu! Ed è un ronzio per niente fastidioso, devo dire, perchè hanno ragione, ce ne siamo tutti accorti da tempo, ma come ricordava Pasolini, la società dei consumi produce un nuovo tipo umano soggetto a una mutazione antropologica, non accorgendosi però della propria trasformazione e accettando la nuova società.
Una mutazione silenziosa, accolta come libertà, anche artistica per carità: ci sono numerosi lavoratori che in una campagna elettorale prestano la loro fantasia per creare un buon prodotto, ma ne dobbiamo essere consapevoli, di prodotto si tratta.
E forse è proprio qui il punto più sottile, e più inquietante: la politica è diventata un’esperienza estetica, non più etica. Non si misura più sulla coerenza delle azioni o sulla profondità delle idee, ma sulla capacità di apparire, di emozionare, di costruire una narrazione piacevole da guardare, da condividere, da vivere come un’estensione del proprio gusto personale. Il “bello” sostituisce il “giusto”, l’immagine prende il posto del principio, e il linguaggio morale lascia spazio al linguaggio del design.
Non si vota più per cambiare il mondo, ma per sentirsi parte di un’estetica del mondo: un insieme di colori, suoni, slogan e atmosfere che ci somigliano abbastanza da non farci sentire soli. E così, lentamente, la politica smette di chiedere impegno e comincia a offrire esperienze, pacchetti emotivi da consumare in tempo reale. Un grande spettacolo di forme che rassicurano, ma non trasformano. Una politica che non si chiede più: “Che cosa è giusto?”, ma soltanto: “Come apparirà?”






