I bambini come assoluto morale e come strumento politico. Gaza, Ucraina e dintorni
Istituzioni ed economia

"Il vostro silenzio sarà studiato dai vostri nipoti”.
Proposizione stentorea, che stamattina si legge in un manifesto fra quelli che accompagnano lo sciopero generale. Rilanciato da Giuseppe Conte. Il sottotesto è: chi tace sulle vittime civili a Gaza assume una responsabilità morale per quelle morti. Accusa peraltro diffusamente ribadita dall’universo politico oggi sceso in piazza.
Maneggiare categorie morali agendo politicamente è condotta malamente scivolosa. Il contesto politico vive di relatività, di relazioni, di reazioni. Postula diversità, come fra due guerre, Gaza e Ucraina, pour cause: diversità fra i vari terreni di scontro, fra i soggetti coinvolti, gli interessi implicati, le prospettive ragionevolmente prevedibili, e così via.
Noi Opinione Pubblica, a nostra volta, posti di fronte a un concetto morale in un contesto politico, dobbiamo tentare una mediazione fra l’uno e l’altro: fra concetto morale e contesto politico della guerra, della pace, come di ogni altra condizione o azione umana.
Un “mediatore” potrebbe essere costituito dai bambini. Che sono un assoluto morale. Bene in sè. Del resto, nei richiamati testi e nei sottotesti di questo sciopero, a favore della Flotilla appena intercettata, e di ogni Flotilla futura, campeggia l’innocenza violata, il soccorso impedito a chi, inerme, patisce incolpevole di tutto.
L’inerme per eccellenza è il bambino, appunto. Ma i bambini, essendo un assoluto, ci sono anche in Ucraina. Per stare ai due conflitti variamente bellici, fra i circa 100 in corso, che più occupano l’attenzione italiana. Sotto le bombe ce ne sono tra 300 e 400 mila a Gaza, circa 2.2 milioni (cioè sette volte di più) in Ucraina.
Indico le cifre perché stiamo supponendo una mediazione fra il “politico” e il “morale”: e il politico si alimenta del relativo, dello spazio-tempo: e dei numeri, che del relativo sono l’espressione più nota e riconoscibile (anche senza scomodare Einstein). Ma sul piano morale, l’altro polo della nostra evocata mediazione, il bambino è e rimane un assoluto. Perciò, per il nostro sommesso ragionamento, ne basta uno.
E dovrebbe bastare a chiunque. Se bastasse, la mediazione avrebbe trovato una via. Ma così non è e sappiamo anche questo. Non ci sono flottiglie o carovane per i bambini ucraini; non talk show in cui si discuta dei bambini-ragazzi/soldato e dei bambini-vittime; non il basso continuo contro chi i bambini uccide in quella guerra “slava”. Cautele, sguardi evasivi o, è lo stesso, denti digrignanti, quanti ne vogliamo.
Quanto alla mobilitazione, alla militanza, invece, niente di paragonabile al movimento propal. Come mai? Perché prevale il contesto politico sul concetto morale, destituendo di fondamento l’intera postura che si vorrebbe umanitaria verso i bambini palestinesi; per lo meno, per quanti, e sono moltitudine, tengono i piedi in due staffe morali, riuscendo nell’antiumano compito di disconoscere l’assoluto di un bambino.
Così il concetto morale, mentre viene scandito e esibito, si trasforma in “qualcosa di politico”, in un interesse, mascherato però.
Si tratta di movenze risalenti, rodate. Impastate di ambiguità. Il bambino/non-bambino, presente/assente, è come la pace, che si può invocare in nome di un assoluto in un luogo (la concordia e l’amore fra i popoli), al tempo stesso in cui la si nega, perché Resistenza, perché rivolta contro l’oppressore, in un altro.
Ci conosciamo tutti, in Italia, come è stato acutamente osservato. La “pace” come strumento, come inganno, richiama ogni sorta di meschinità partigiana, ogni specie e sottospecie di fanatismo fazioso, di cui, sin dalla opposizione fra interventisti e neutralisti nella I Guerra Mondiale, non ha finito di nutrire equivoci, viltà, interessi più o meno opachi e obliqui.
“Finta” patria nazionale contro “vera” patria internazionale, si disse allora. Crepasse pure la prima, perché contava solo la seconda. Dopo il 1945, altro giro: la pace “borghese” aspettasse, perché c’erano conti da regolare coi fascisti, e si sparó ancora. Pochi anni dopo, dato che si era determinato uno squilibrio atomico, “Partigiani per la pace”, proclamò Stalin, contro i “guerrafondai” (alleati fino ad un quarto d’ora prima).
Costruita la bomba “rossa”, occorreva difendersi dal “capitale armato”, e ne venne il maggiore arsenale atomico del pianeta, che tuttora è vivo e lotta insieme a noi. Durante, il Vietnam senza Mao, e “compagni che sbagliano” e “Boia chi molla”, da cui vengono i vari “Campi Larghi” e “Cultori della Ridotta in Valtellina” così volenterosi verso i bambini di Gaza e così distratti verso quelli ucraini. Fino allo sciopero di oggi (nonostante l’umanità sia un “legno storto”, anche in Italia, confidiamo in una replica pro-Ucraina).
Perciò, il nostro esperimento volto alla mediazione politico-morale, non può procedere. Nondimeno, seguiteremo a invocare ogni pace possibile, anche quando sembra impossibile. Ma per chi disconosce l’assoluto morale che è in ogni bambino, avendo persino l’improntitudine di invocarne l’innocenza, di assumerne una sorta di tutela a compartimenti stagni, solo il gesto evangelico dei calzari: volgersi in direzione opposta, e scuoterli, perché non ne resti nemmeno la polvere.






