L’attuazione del piano di Trump per Gaza segnerebbe la fine politica di Netanyahu
Istituzioni ed economia

Il piano di pace di Trump per la stabilizzazione di Gaza, nella sua essenza, è una riproposizione di proposte e iniziative diplomatiche già elaborate nel corso degli ultimi due anni e la sua reale efficacia rimane tutta da provare. Il piano delinea un possibile percorso, ma nella sostanza è l’impacchettamento di concetti e soluzioni già da tempo sul tavolo negoziale, che fino a ora avevano trovato scarso sostegno politico.
La parte significativa di questo piano, di fatto, non è rappresentata dai possibili effetti sulle relazioni israeliane con la realtà palestinese e con il mondo arabo, ma dalle conseguenze per la politica interna di Israele. Come già avvenuto con gli Accordi di Oslo del 1993 e il disimpegno unilaterale da Gaza del 2005, le decisioni radicali sul destino dei territori innescano invariabilmente terremoti politici interni. Il Piano Trump non fa eccezione.
I più concreti e immediati effetti dell’accordo potrebbero avvenire non a Gaza, ma a Gerusalemme e Tel Aviv. L’accettazione del piano da parte di Benjamin Netanyahu, infatti, mette il Primo Ministro davanti a un bivio: scegliere tra la sicurezza strategica di Israele e le visioni messianiche e radicali dei suoi alleati dell’ultradestra, rendendo la rottura politica imminente.
Netanyahu ha accettato la linea Trump contro la linea Smotrich, e questa decisione, sebbene tardiva, potrebbe essere il fattore più rilevante e decisivo dell’intera operazione diplomatica. Non so se questo effetto fosse nelle intenzioni originali degli estensori del piano, ma certamente ne è un primo diretto e concreto sbocco.
Per anni, l’agenda politica israeliana è stata tenuta in ostaggio dalle fazioni più radicali dell’ultradestra, la cui visione messianica di annessione e insediamento è incompatibile con la stabilità e l'integrazione regionale. La coalizione di Netanyahu si regge su una fragilissima maggioranza basata sui partiti di ultradestra religiosa e nazionalista come il Partito Sionista Religioso di Bezalel Smotrich e Otzma Yehudit di Itamar Ben-Gvir. L'accettazione dei termini del piano di Trump distrugge il baluardo ideologico di questa destra oltranzista. Con l’accettazione del piano, Netanyahu ha messo nero su bianco l’affossamento di qualsiasi prospettiva di rioccupazione o reinsediamento a Gaza e, cosa più cruciale, ha acconsentito a un “percorso credibile verso l'autodeterminazione e la sovranità palestinese”.
È vero che, poche ore dopo la conferenza stampa alla Casa Bianca, Netanyahu ha tentato di rassicurare la sua base negando che il piano riconosca un diritto esplicito alla statualità palestinese. Tuttavia, questa smentita va considerata meramente retorica; ciò che conta per i partiti messianici non è la sua interpretazione, ma l'esistenza stessa del testo formale che accetta un percorso verso la sovranità, rendendo il voto alla Knesset un banco di prova ineludibile e il centro gravitazionale attorno a cui si svilupperà la possibile svolta del panorama politico israeliano.
L’accettazione del piano rende la rottura con l’ultradestra inevitabile. Il futuro voto di ratifica del Piano Trump alla Knesset diventerebbe, di fatto, un voto di sfiducia implicito, innescando la caduta del governo. Di fronte alla defezione degli alleati estremisti, l'unica salvezza per Netanyahu sarebbe l'appoggio dei partiti di opposizione. Gantz e Lapid, avversari giurati di Netanyahu, hanno già dichiarato la propria disponibilità a superare le divergenze pur di far passare un accordo che garantisca il rilascio degli ostaggi e non precluda le alleanze regionali. L'opposizione percepisce questo sostegno come un duplice imperativo: adempiere a un dovere nazionale e cogliere l'opportunità storica di smantellare l'attuale maggioranza, liberandosi di Netanyahu.
La vera questione che incombe è il prezzo esatto che Netanyahu, già sotto processo in Israele per corruzione, frode e abuso di fiducia e inseguito da un mandato di cattura da parte della Corte Penale Internazionale per presunti crimini di guerra a Gaza, sarà disposto a pagare per la propria sopravvivenza politica. La richiesta più probabile da parte delle forze di opposizione sarà presumibilmente la richiesta vincolante di elezioni anticipate, magari in cambio di qualche forma di immunità giudiziaria per il premier uscente.
In vista delle urne, la pressione per un patteggiamento o una grazia preventiva in cambio del suo ritiro dalla politica si intensificherà. Questo processo mira a risolvere l'instabilità cronica derivante dai suoi molteplici problemi giudiziari e dalla necessità di proteggere la leadership del paese da futuri arresti internazionali.
Insomma, il piano di Trump potrebbe agire da detonatore politico e rendere inevitabile un ricambio della leadership politica israeliana, chiamata a scegliere tra una sicurezza strategica del Paese che si basi sulla stabilità e integrazione regionale, inclusa l’espansione degli Accordi di Abramo, e la visione messianico-millenaristica delle forze radicali di ultradestra.
Il successo di questo nuovo corso dipenderebbe dalla capacità di una leadership meno compromessa di isolare definitivamente le frange estremiste e messianiche, costruendo un consenso interno basato sulla stabilità e sulla realpolitik. Solo liberandosi dal giogo dell'ideologia ultranazionalista, Israele potrà affrontare le complesse sfide del futuro con una strategia di sicurezza sostenibile, volta a raggiungere un orizzonte di stabilità più conforme alle necessità dei prossimi decenni.






