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Nel mezzo del dibattito su Gaza, tra il rumore delle armi e quello delle narrazioni contrapposte, è emersa nei giorni scorsi una proposta articolata in 20 punti che promette una soluzione per il “giorno dopo”. Un piano ambizioso, dettagliato, che tocca tutte le dimensioni della crisi: dal cessate il fuoco alla liberazione degli ostaggi, dalla ricostruzione infrastrutturale alla governance civile, fino a un vago accenno finale alla statualità palestinese.

Ma dietro la forma apparentemente neutrale e pragmatica di questa roadmap si cela un paradigma già noto: quello della pacificazione imposta dall’alto, della governance “tecnica” come surrogato della rappresentanza politica, e della sicurezza come valore assoluto, purché garantito da chi detiene il potere militare.

Non è un piano negoziato, né un documento congiunto. È un progetto scritto da chi oggi ha la forza sul campo e intende esercitarla anche nel dopoguerra: Israele, gli Stati Uniti, alcuni alleati regionali. In questo senso, non sorprende che la proposta abbia un’impronta fortemente americana — nella sostanza, se non nella forma — e che Donald Trump sia indicato come presidente del futuro “Consiglio per la Pace”, accanto a figure come Tony Blair. Un simbolismo che, da solo, dice molto sull’impostazione dell’intero piano.

Nel dettaglio, la proposta prevede la smilitarizzazione totale di Gaza, il disarmo definitivo di Hamas, il ritiro graduale delle truppe israeliane in cambio del rilascio degli ostaggi, e la creazione di una forza internazionale di stabilizzazione che supervisioni il processo. Gaza verrebbe affidata, nel frattempo, a un comitato tecnico apolitico composto da esperti palestinesi e internazionali, sotto il controllo di un organismo multilaterale. Solo in seguito — e a determinate condizioni — l’Autorità Palestinese potrebbe tornare a governare il territorio.

Ci sono alcuni elementi positivi, difficili da ignorare: una tregua immediata, il rilascio simultaneo di ostaggi e prigionieri, il ripristino dei servizi essenziali, la promessa di una ricostruzione sostenuta da investimenti internazionali. Ma l’intero impianto poggia su un’asimmetria strutturale: Gaza deve smilitarizzarsi e fidarsi; Israele mantiene il controllo del “perimetro di sicurezza”, collabora alla definizione della forza di stabilizzazione e non è tenuto ad alcuna forma di disarmo reciproco. Non è una pace condivisa: è un dopoguerra gestito.

In questo modello, la soggettività politica palestinese è pressoché assente. Hamas è escluso in blocco — senza distinzione tra ala politica e militare — e viene delegittimato come interlocutore a prescindere. L’Autorità Palestinese viene citata solo in vista di un eventuale rientro, subordinato a riforme e garanzie di affidabilità. In mezzo, la società civile palestinese viene trattata come una popolazione da assistere, non da rappresentare. Si amministra, ma non si coinvolge.

È vero però che la controparte palestinese, oggi, non offre alternative politiche credibili. Hamas, con la brutalità dell’attacco del 7 ottobre, si è posto fuori da ogni consesso diplomatico. E al di là del giudizio morale, è evidente che non ha più — se mai l’ha avuta — una strategia di lungo termine per l’autodeterminazione. Ma è altrettanto vero che l’Autorità Palestinese ha fallito nel rappresentare l’unità nazionale: è logorata internamente, screditata, percepita da molti palestinesi come un’appendice amministrativa più che un progetto politico.

Questo vuoto di rappresentanza legittima spiega — ma non giustifica — la proposta di affidare Gaza a un comitato tecnico, sotto supervisione internazionale. È una scelta comprensibile nel breve periodo, soprattutto per riattivare i servizi e garantire la sicurezza. Ma nel lungo termine è una soluzione intrinsecamente instabile: nessun potere imposto dall’esterno può funzionare in assenza di consenso interno. E la neutralità tecnica, in un contesto così politicizzato, rischia di diventare una forma di controllo senza legittimità.

Anche sul fronte della ricostruzione, il piano promette molto, ma dà poco. Si parla di investimenti, zone economiche speciali, “Piano Trump” per la ripresa, ispirazione a modelli del Golfo. Ma l’idea che un trauma collettivo profondo possa essere superato solo con capitale estero e infrastrutture è una forma di tecnocrazia umanitaria che ha già mostrato i suoi limiti altrove. La ricostruzione non può sostituire la politica. E senza una cornice credibile di autodeterminazione, ogni progetto economico rischia di essere percepito come parte di un processo di normalizzazione non condiviso.

Il piano, dunque, non è da respingere in blocco. Ha elementi pragmatici che potrebbero, se negoziati, contribuire alla fine della guerra e a un primo ritorno alla vita civile a Gaza. Ma non può essere considerato un progetto di pace completo. Manca una prospettiva reale di coesistenza politica. Manca il riconoscimento dell’altro come soggetto. E soprattutto manca una domanda chiave: chi decide il futuro dei palestinesi? A chi spetta il diritto di immaginare, discutere e costruire un nuovo ordine?
Finché la risposta sarà data dall’esterno, e sulla base di interessi di sicurezza unilaterali, ogni tentativo sarà destinato a produrre ordine, non giustizia. E senza giustizia, la pace sarà sempre precaria.