Lo sciopero è 'per Gaza'? O per una nuova Guerra Fredda?
Istituzioni ed economia

Sciopero per Gaza. Azione legittima, lo sciopero. Piaga dolorosa, Gaza. E tuttavia, si è pure osservato, non c’è forse dolore in Sudan, dove nel solo 2024, la guerra civile ha ucciso 15.000 persone, ne ha fatte sfollare alcuni milioni, determinando per oltre 4 milioni di bambini sotto i 5 anni, uno stato di malnutrizione acuta (dati ONU)?
Non in Yemen, dove la guerra civile si protrare da otto anni, 370.000 le sole morti indirette, nel 2015 furono censiti 11000, fra omicidi e ferimenti di bambini, in alternativa al loro arruolamento massiccio come soldati (dati UNICEF)?
Non in Congo, non in Siria, dove Assad col suo Protettore Putin in 10 anni ha “prodotto” 550.000 morti (dati ormai ufficiali)?
Non in Iran, dove mentre si lavorava (?) alla bomba atomica, l’intero universo femminile è costretto ad un ordine gerarchico violento e anaffettivo, antiumano, patriarcale per eccellenza?
Certo che il dolore c’è: ma non ricordo in questi casi uno sciopero generale per farlo constare, per riportarlo, almeno per un’ora, sulle nostre tavole. Perciò, che se ne può fare dello “sciopero per Gaza”? Poco, purtroppo: per la semplice ragione che non riesce ad essere per Gaza e i suoi bambini; nè per il dolore, che non contempla distinzioni, preferenze, omissioni; nè per il nutrimento di una coscienza morale e politica volta alla promozione della parola, del discorso, della critica leale, del rimedio al male: che non tollerano arbitrarie limitazioni, pelose dimenticanze (tutti quegli altri conflitti sono ancora in corso, peraltro).
Lo sciopero è per gli scioperanti. Guardiamo agli scioperanti, allora. Al loro monotematismo. Se è frutto di una discriminazione non motivata (e non lo è), esso fonda una ragionevole diffidenza sull’onestà intellettuale con cui il tema “del giorno” (o del mese o del trimestre) viene presentato. Se è, come pare, considerato alla stessa stregua di un “ultimo modello” di un qualche bene di consumo, non se ne può fare alcun debito conto.
La Palestina è vicina, è “ancestrale” e per questo ci tocca più da vicino? Per questo, lo sciopero? Anche ammesso che la speciale attenzione per la Questione Israelo-Palestinese possa vantare fondamenti “storico-spirituali”, questi possono riguardare una sparuta minoranza di osservatori e di cittadini (proprio perché sanno di esserlo: sia osservatori e non partigiani; sia cittadini e non monadi sradicate da ogni legame e tradizione comuni al mondo o, per lo meno, ad una sua precisa espressione, o civiltà che dir si voglia -giudeo/greco/romano/cristiana).
Il resto delle “moltitudini critiche”, è solo alla ricerca di un qualche meme, intercambiabile e, perciò, politicamente e culturalmente irrilevante (in Italia, lungo l’asse DC-PSI-CIA, Tangentopoli, Mafia-Politica-Trattativa, Casta: omettendo di netto, rispettivamente, il terrorismo, l’universo sovietico e i Partiti Fratelli, la Tirannia Giudiziaria e il Cancro Demagogico, variamente giallo-rosso-verde).
Il rilievo internazionale della Questione è certo; ma questo credo possa suggerire considerazioni ulteriori, rispetto alla giustificazione emotiva di una discriminazione.
La prima considerazione, opportunamente, ci richiama alla categoria del Potere e degli Interessi, che retrostanno anche alla speciale rilevanza che viene accordata alla suddetta Questione: la categoria “Potere e Interessi” non esclude la battaglia sulle “fattispecie di reato”, anzi: essendo quella di genocidio, a differenza che quella di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità, dotata di un impatto emotivo definitivo; inoltre, favorisce un giudizio onnicomprensivo sulla qualità genocida, digitalmente asserita, di ciascun israeliano, e di ciascun essere umano che non si attenga a questa evocazione finale (secondo una dicotomia rivoluzionario-controrivoluzionario di staliniana memoria, o fedele/infedele, di ancor più risalente attossicamento).
Se non ci fossero interessi e potere (di cui Hamas è solo un esponente visibile), ad esempio, si sarebbe osservato che un titolo di reato, per essere affermato, richiede la decisione di un’autorità giudiziaria competente (altrimenti, perché mai istituire una Corte Penale Internazionale?).
Ma non lo si è osservato, e si è passato sotto silenzio che il Rappresentante Speciale dell’ONU, non è un’Autorità Giudiziaria, ma un organismo politico, con tutte le implicazioni che ne vengono: non escluse le opache frequentazioni e le “tutele” di una Parte del conflitto, ampiamente documentate e non smentite, nè smentibili. Ad es: sono state indicate, pochi giorni fa, quali “partner-chiave” del Rappresentante Speciale, tre ONG: Al-Haq, che preme per rimuovere Hamas dalla lista nera europea, Al Mezan, che organizzava eventi con Yahya Sinwar -già capo di Hamas, colpito a morte nell’Ottobre 2024- e costringeva gli ostaggi a scrivere messaggi sulla sua carta intestata, e PCHR, che celebra la lotta armata, come pure la seconda (questo schieramento sarebbe comprensibile se il Rappresentante Speciale non dovesse risultare “indipendente”, come da Statuto ONU: non lo è, proprio perché dovrebbe esserlo). Che Trump possa facilmente sciorinare queste univoche circostanze, costituisce ulteriore demerito a carico di chi gli fornisce così ghiotti argomenti, e pretende pure di essere tenuto per suo oppositore.
La seconda considerazione, connessa alla prima, riguarda “il riflesso condizionato” di un assetto politico mondiale formalmente venuto meno (La Guerra Fredda), e che pure seguita a produrre effetti: oggi, “lo sciopero per Gaza”.
C’è, semmai, una Nuova Guerra Fredda (ma fredda per chi?); rispetto alla quale forse bisognerebbe riguardare anche quella speciale rilevanza israelo-palestinese di cui stiamo scrivendo. C’è la Cina, c’è un Nuovo Medio Oriente: perciò, di nuovo interessi e potere.
È di qualche giorno fa, l’accordo, rilevantissimo, fra Arabia Saudita e Pakistan, che dispone di armamenti nucleari, in condizioni di mutualità analoghe a quelle del famoso art. 5 NATO, che manifesta ufficialmente un drastico ridimensionamento dell’influenza statunitense nell’area, fin qui unico Mediatore riconosciuto.
Lo sciopero sta proponendo a qualcuno di prendere il suo posto, visto che senza mediazione, nessuna pace, in nessun tempo, in nessun luogo, è stata, è, e sarà mai possibile? Bene. E come? E chi? C’è, ancora, una sorta di Quinta Colonna Nichilista, che predica il suicidio dell’Occidente, bianco, patriarcale, eccetera: l’Iran non è “bianco”, perciò non interessa, come non interessano gli altri 30 paesi dell’Africa e del Medio Oriente, ma anche dell’Asia e dell’America Latina, liberi, perché “non bianchi”, di compiere, fin qui, 200 milioni di Mutilazioni Genitali Femminili (per la nota faccenda della madre sembra incinta: il “suicidio” consiste nel trasformare un legittimo rilievo critico, culturale e politico, in un Dogma, e nella conseguente fuoriuscita dal corso storico, sempre reversibile e relativo, verso uno metastorico, e così irreversibile e assoluto).
C’è, correlativamente, una evidente possibilità di accordo e connessione fra questa cd Quinta Colonna e finanziamenti, condizionamenti: qualcuno la chiama Guerra Ibrida, “Narrazione”, o, più tradizionalmente, Propaganda. Anche perché “le casematte” da cui muove l’invito al “suicidio” (Campus universitari più o meno prestigiosi, Think Tank, Istituzioni pubbliche e private) costano un botto e, come sappiamo, non esistono pasti gratis (avere lasciato anche questo elementare rilievo nelle mani di Trump, costituisce una ulteriore e grave colpa dei suoi sedicenti oppositori).
Insomma, l’importanza internazionale della Questione medio-orientale (di cui quella palestinese è solo un epicentro) meriterebbe inquadrature più ampie di quelle consuete; solo così, la manifestazione di una pubblica opinione, riuscirebbe utile, prima ancora che credibile. Altrimenti, resta l’inestinguibile sensazione di una perniciosa confusione.
Ma la confusione non è mai casuale, dove ballano Potere e Interessi; nè è invisibile, la confusione, se solo osserviamo quanti “destri” stanno con i “sinistri” e viceversa: peraltro, secondo linee di storia ampiamente sperimentata (ma sempre nascosta, e che risalgono ormai ad oltre un secolo fa, con il collante del Nemico Comune, più o meno liberale, ricco e cosmopolita, o deracinè).
In tutto questo, scompare Nethanyau, il suo crimine politico, e dei suoi alleati politici; scompare l’assenza, temo criminalmente originaria, di un piano del governo israeliano per il post 7 Ottobre (se non c’è alcun piano, tutti i piani sono possibili); che è l’argomento politico primario, su cui si dovrebbe puntare per sconfessare l’abominio dí Netanyhau; come pure scompaiono le spaccature interne ad Israele: solo a partire dalle quali si può seriamente pensare di strappare Nethanyau dalla sua fortezza pseudo-unanimistica (per dirne una, i vertici dei Servizi Segreti israeliani hanno disatteso ogni collaborazione per l’operazione in Qatar, che infatti è fallita, visto che ha colpito figure sostanzialmente di secondo piano; a parte le decine di migliaia di manifestanti, che settimanalmente vanno per le strade, compulsivamente ignorati dai “monotematici” di cui sopra: per inciso, esponendosi in termini incomparabili rispetto agli scioperanti in Italia).
E invece niente: le immagini, il commento proiettile per proiettile, mentre “bande armate”, come le definisce l’UNICEF, nella sua stessa dichiarazione, sono “responsabili della razzia del 99% degli aiuti umanitari destinati a Gaza”, oggettivamente favoriti dai posti di blocco israeliani. Lo sciopero. Gli interessi. Il Potere. Trova le differenze.






