Le immagini provenienti dalla parata militare di Pechino per l'ottantesimo anniversario della vittoria sul fascismo e militarismo in Asia sono state un promemoria visivo che la storia non è solo un resoconto del passato, ma uno strumento potente nelle mani di chi detiene la narrativa del futuro. Le lunghe colonne di mezzi corazzati, i droni futuristici e i missili balistici non hanno solo mostrato la crescente forza militare della Cina, ma hanno anche cercato di riscrivere la storia, approfittando di un processo politico-filosofico più che geopolitico iniziato ventiquattro anni fa, con gli attacchi dell'11 settembre 2001, che hanno spinto l'Occidente a intraprendere una ritirata progressiva da se stesso, aprendo la strada a un nuovo disordine globale.

Dopo il trauma dell'11 settembre, l'Occidente, guidato dagli Stati Uniti, ha imboccato un sentiero oscuro. In nome della “war on terror” il multilateralismo è stato accantonato in favore di un unilateralismo pragmatico, che ha portato a guerre non solo lontane, ma anche difficili da giustificare. L'invasione dell'Iraq, senza un chiaro mandato internazionale, ha eroso la credibilità morale di chi per decenni si era posto come difensore del diritto internazionale. A livello interno, la stessa paura ha giustificato un'erosione progressiva dei diritti civili, con leggi come il Patriot Act che hanno normalizzato la sorveglianza di massa, trasformando il cittadino in un potenziale sospetto. Le varie ondate migratorie che hanno colpito l'Europa hanno spinto maggioranze politiche deboli e governi senza prospettive ideologiche ad affidarsi ai grandi e piccoli macellai e satrapi di Mosca e Istanbul per sopravvivere alle prossime elezioni.

Questo disimpegno dai valori liberali ha avuto conseguenze devastanti anche a livello politico interno. La sfiducia nelle élite e nelle istituzioni tradizionali, incapaci di garantire la sicurezza in un mondo che si sentiva sempre più globalizzato e minacciato, ha fornito il terreno fertile per il nazionalismo e il populismo. Movimenti come la Brexit e lo slogan "America First" non sono stati solo una reazione alla crisi economica, ma una risposta diretta a un senso di perdita di controllo e identità.

Mentre l'Occidente era impegnato in guerre interminabili e in una crescente polarizzazione interna, la Cina ha consolidato la sua ascesa. La parata militare di Pechino ne è stata la prova più eclatante. Ma al di là della dimostrazione di forza, ciò che dovrebbe colpire di più è la riscrittura faziosa della storia. La narrativa ufficiale ha presentato la Cina attuale, guidata dal Partito Comunista, come il protagonista assoluto della vittoria sul Giappone nel 1945.

La verità storica è ben diversa: la lotta principale fu sostenuta dalla Repubblica di Cina di Chiang Kai-shek, oggi Taiwan, il cui ruolo è stato convenientemente cancellato dalla memoria collettiva ufficiale in favore di quello dei comunisti cinesi, che in quel conflitto fu decisamente marginale. La parata ha inoltre incluso leader di nazioni il cui ruolo nella Seconda Guerra Mondiale fu ambiguo o addirittura assente.

La presenza della Turchia, che rimase neutrale per quasi tutto il conflitto, della Russia - l' Unione Sovietica entrò in guerra contro il Giappone solo negli ultimi giorni del conflitto - o della Corea del Nord, emersa solo a guerra finita, ha dimostrato come la parata non fosse una commemorazione, ma un'esibizione di potere e di primazia politica, per unire nazioni e leader, anche nostrani, che condividono il disprezzo per l'ordine internazionale a guida occidentale e sono pronti a creare realtà alternative per promuovere autoritarismo e politica di potenza alternativa allo stato di diritto e al multilateralismo di stampo liberale.

La parata di Pechino ci ricorda che la forza non si misura solo in termini di economia o missili, ma anche e soprattutto nella capacità di controllare la narrazione storica e di proiettare un'alternativa ideologica. L'Occidente, un tempo custode di valori universali, si è ritirato da questo ruolo, lasciando un vuoto che altri sono pronti a riempire.