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"L'Ue si trova in un momento di svolta in cui il mantenimento dello status quo non è più un'opzione di fronte alle minacce e agli attacchi alla sicurezza europea", dice la risoluzione del Parlamento europeo approvata lo scorso marzo. Si precisa che per l’Europa servono "sforzi realmente innovativi" e azioni “simili a quelle utilizzate in tempo di guerra” di fronte alla “più profonda minaccia militare alla sua integrità territoriale dalla fine della guerra fredda". Diversi decenni di pace hanno fatto dimenticare ai cittadini italiani ed europei che la pace non è gratis? Come i grandi maestri del liberalismo ci hanno insegnato, il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza. E visto il momento di tensione internazionale che stiamo attraversando, andrebbero valorizzate le scelte ponderate ed equilibrate.

Riflettere di ciò con Pietro Serino, già capo di Stato Maggiore dell'Esercito Italiano, è particolarmente proficuo.
La libertà non è gratis. È urgentissimo spiegare all’opinione pubblica che una credibile capacità di difesa, unitamente alla capacità di dialogo, sono le basi per mantenere la pace. L’una sostiene l’altra e senza l’altra non è funzionale al fine che le democrazie si pongono: un mondo in pace dove garantire libertà civili, giustizia sociale, benessere economico e opportunità di crescita agli individui. Farlo non è facile in un Paese, come l’Italia, che 80 anni fa ha vissuto sulla propria pelle le conseguenze dell’uso criminale della forza militare. La Carta costituzionale, con l’art. 11, ripudia l’uso della forza come strumento di offesa e come mezzo per le relazioni tra Stati; altresì, con l’art. 52 legittima l’uso della forza per difendere la Patria, da intendere non solo come territorio, ma anche come istituzioni e principi costituzionali, come è esplicitato nella formula del giuramento militare. Nel Paese manca una cultura della Difesa perché si è colpevolmente deciso di non affrontare un tema difficile e potenzialmente divisivo, lasciando spazio a chi ha propugnato posizioni utopiche e non prive di pregiudizio ideologico.

Le scelte fatte finora sull'Ucraina dell'amministrazione Trump paiono aver contribuito a far prendere coscienza agli europei della necessità di riarmarsi per proteggersi senza gli Usa. Col piano Readiness 2030, miliardi di euro saranno destinati all'acquisto di armi nell'Ue, nel Regno Unito, in Norvegia e in Svizzera. Questo sforzo avvantaggerà le imprese europee dell'armamento, l’occupazione, la ricerca e sviluppo continentale.
La credibilità di uno strumento militare, e quindi il suo potere di deterrenza, è data anche dalla capacità di operare per tempi prolungati e di sapersi adattare a scenari in rapido mutamento. ReArm Europe, poi nominato Readiness 2030, deve puntare a questo obiettivo: dare all’Europa uno strumento militare efficace e resiliente. Non è un caso che l’indipendenza tecnologica e la capacità produttiva sono due aspetti considerati dallo Strategic Compass, la strategia che l’Unione Europea si è data nel 2022 per sviluppare le proprie capacità di difesa e sicurezza. Due obiettivi che significano ricerca tecnologica e lavoro, di cui le economie europee hanno bisogno tanto quanto gli Stati di potenziare la propria difesa. Ed è importante comunicare questo ai cittadini: che Readiness 2030 non è solo spesa militare, ma anche crescita economica.

Riflettendo sulle sfide globali, la rete di comunicazioni satellitari Starlink è al centro di controversie anche a causa delle minacce fatte in alcune circostanze dal proprietario di impedirne l’utilizzo all'Ucraina. Musk ha moltiplicato, nei mesi passati e nel precedente ruolo interno alla amministrazione Usa, gli attacchi contro politici europei. Anche il Governo italiano dovrà decidere cosa fare.
All’interesse nazionale ed europeo giova dare accelerazione alla costruzione di una propria capacità satellitare a bassa latenza per il supporto delle comunicazioni, che potrebbe trovare nuove risorse nell’ambito di Readiness 2030. Le capacità spaziali: comunicazioni, sorveglianza e navigazione sono, unitamente alle capacità cyber, indispensabili per impiegare efficacemente uno strumento militare moderno. In questo campo, la sovranità non può essere ceduta senza grave rischio potenziale. Se oggi Starlink non ha alternative, il suo utilizzo deve essere inteso come gap-filler e non altro. Deve, inoltre, essere trovata una forma contrattuale che offra solide garanzie per il Governo committente.

Nell’ultimo vertice atlantico gli Stati membri hanno stabilito che, entro il 2035, ciascuno dovrà destinare alla difesa quote crescenti del proprio Prodotto interno lordo: che valutazioni può fare?
La prima cosa è sgomberare il campo da certa propaganda: la spesa per la difesa decisa all'Aja è 3,5%. Il restante 1,5% sono spese duali, cioè, hanno valore per la difesa in senso ampio, ma un effetto immediato sul sistema paese; potenziare le reti di comunicazioni, ovvero ammodernare una linea ferroviaria, contrastare gli attacchi cyber, solo per fare degli esempi, sono cose che servono al Paese nella sua interezza. Chiarito questo, portare la spesa dall'1,6% al 3,5% in 10 anni è un impegno gravoso, ma di certo non molto diverso da quello preso dal Governo italiano nel 2014 di portare la spesa militare dall'1,1% al 2%. Rispetto, poi, al 2014, la minaccia rappresentata dalla Russia per l'Europa è molto più evidente. Nelle ultime settimane è emerso con chiarezza che l'obiettivo di Putin non è territoriale, ma riguarda la sovranità dell'Ucraina, che vuole ridotta a stato satellite. Se nazioni come la Finlandia e la Svezia hanno abbandonalo lo stato di neutralità è perché hanno visto minacciato il loro diritto di compiere scelte in piena autonomia e preso atto della propensione russa a ricorrere alla forza militare per raggiungere i propri obiettivi politici. Anche per l'Italia esiste un rischio diretto; non è un segreto che i russi stiano spostando asset militari dalla Siria alla Cirenaica, che si aggiungono ad una presenza stabile nell'Africa sud-sahariana. Una vasta area in cui avvengono traffici di ogni tipo che interessano anche il nostro Paese.

Ci sono condizioni per cui l’Italia potrebbe mandare un contingente in Ucraina?
Il problema è a monte. Se Putin otterrà ciò che ha dichiarato volere, cioè un'Ucraina a sovranità limitata, non c'è né ragione né necessità di un contingente militare internazionale. Cosa dovrebbe garantire? Qui il tema è alzare per la Russia il costo della guerra per portarla a negoziare su basi diverse. Si tratta di una possibilità, nell'attuale situazione, molto remota. La guerra o sarà lunga o sarà persa, per cui, parlare di contingenti militari in Ucraina, così come della sua ricostruzione, oggi è un esercizio puramente teorico.

La società aperta è aperta al maggior numero possibile di idee ed ideali diversi e magari contrastanti. La società aperta, pena la sua autodissoluzione, è chiusa solo agli intolleranti e ai violenti. Questa lezione che viene da maestri del pensiero occidentale oggi appare rafforzata o indebolita?
L'importanza di una società aperta ritengo esca rafforzata da quanto sta accadendo a livello internazionale, frutto di una visione antica del cosiddetto ordine mondiale. Il ritorno alle aree di influenza ed a sistemi economici autosufficienti ci sta portando ad una regressione delle libertà ed a un più frequente ricorso alla forza militare, per non parlare della situazione di permanente conflitto nel dominio cyber e nella dimensione cognitiva. Un mondo dove le relazioni tra Stati si basano sui rapporti di potenza porta a dover investire importanti risorse su sistemi militari e di difesa, risorse che potrebbero poter essere indirizzate in modo diverso. Per quanto non privo di difetti e di vulnerabilità, un sistema internazionale basato sui diritti dell'individuo, sul multilateralismo, sul mercato, con economie e catene di valore interconnesse, fondato su società aperte e democratiche, resta migliore di tutte le sue possibili alternative.