Il ritorno dei dazi. Quando la storia non insegna e il mercato paga
Istituzioni ed economia

Nel corso della storia, pochi strumenti hanno mostrato la propria ambiguità economica e morale quanto il dazio. Dall’Impero romano a Washington, da Atene a Pechino, tassare gli scambi è stata una pratica tanto antica quanto dannosa. L'amministrazione Trump, con la sua guerra commerciale contro la Cina e l'imposizione di barriere doganali su acciaio, alluminio, e altri beni, e con l’annunciato varo di dazi generalizzati del 10% su tutte le importazioni, con percentuali più alte per alcuni paesi: 34% per la Cina, 24% per il Giappone, 20% per l’Unione Europea e 10% per il Regno Unito, ha riportato in auge una logica mercantilista che la storia economica aveva già ampiamente smentito. Ma per comprendere quanto sia deleterio questo ritorno al passato, occorre guardare proprio a quel passato.
I dazi imposti dal premier americano — come quelli discussi da Biden nei confronti di settori strategici — vengono presentati come strumenti per proteggere l’industria degli States e salvaguardare l’occupazione. In realtà, si traducono in una tassa sui consumatori, un freno all’innovazione, un incentivo alla rendita e un invito alla rappresaglia commerciale. Nulla che possa dirsi “nuovo”: si tratta della stessa logica che guidava il portorium romano, imposta su merci che attraversavano certi confini dell’Impero, o la pentekoste ateniese, il 2% sul valore delle merci importate al Pireo. Non per incentivare la produzione locale, ma per finanziare burocrazie e guerre.
Ad Atene, tuttavia, il tributo sul commercio non ha impedito a Pericle di comprendere che la potenza di una città non risiedeva nella chiusura, ma nell’apertura. Sotto la sua guida, la capitale dell’Ellade divenne centro di scambi, idee e libertà: un porto che accoglieva piuttosto che respingere. La sua visione anticipava l’intuizione che solo se gli uomini sono liberi di commerciare, possono anche essere liberi di pensare e creare.
A Roma, come ha ricordato Cicerone, le imposte commerciali erano gestite da pubblicani — appaltatori privati — che spesso abusavano del loro potere per estorcere più di quanto dovuto. Non diversamente, oggi le gabelle sul commercio estero sono diventate uno strumento con cui governi e gruppi di pressione manovrano l’economia a proprio vantaggio, dietro la maschera del patriottismo economico. Quelle moderne non tutelano il “popolo”, ma solo determinati produttori ben connessi con il potere politico.
Il punto centrale è che ogni dazio è un ostacolo alla cooperazione volontaria. Dove c’è libero scambio, le persone cooperano perché hanno un interesse comune a farlo. Dove ci sono restrizioni tariffarie, lo scambio viene distorto, il prezzo viene gonfiato, l’efficienza compromessa. Frédéric Bastiat, in uno dei suoi più celebri paradossi, ironizzava sul fatto che se il commercio con l’estero è un male, allora anche il commercio tra città dovrebbe essere limitato, e ancor più quello tra quartieri. «Se è utile proteggere Marsiglia dalla concorrenza di Genova, - ha infatti scritto - perché non proteggere anche Parigi dalla concorrenza di Marsiglia?» La logica del dazio, spinta all’estremo, si rovescia nel protezionismo universale, ovvero nella fine della civiltà commerciale.
Gli antichi, nella loro ignoranza economica, potevano essere giustificati. Il sovrano egizio che imponeva tributi doganali lungo il Nilo lo faceva per alimentare una struttura di potere che si reggeva su coercizione e rendita. Ma ai nostri giorni, dopo secoli di teoria economica e dati empirici, non abbiamo più scuse. È stato dimostrato che le società più aperte al commercio sono anche quelle più prospere, dinamiche e libere. La globalizzazione, pur con i suoi difetti, ha tolto dalla povertà centinaia di milioni di persone. Le misure doganali, invece, generano scarsità artificiale e bloccano l'accesso a beni più convenienti e di qualità.
Lo stesso Ludwig von Mises del resto ha ammonito: «Tutto quello che una tariffa doganale può ottenere è deviare la produzione da impieghi in cui la produttività per unità di investimento è più elevata a impieghi in cui è più bassa. Essa non aumenta la produzione, la riduce», pure sottolineando che «La filosofia del protezionismo è una filosofia di guerra. [...] I provvedimenti protezionistici mirano a danneggiare gli interessi degli altri popoli; e realmente lo fanno».
E che il dazio danneggi anche l’economia nazionale, lo aveva già spiegato chiaramente ed esaustivamente Adam Smith, secondo cui: «ogni individuo [...] non intende promuovere l’interesse pubblico, né sa quanto lo stia promuovendo; egli è condotto da una mano invisibile a perseguire un fine che non rientrava nelle sue intenzioni» e che «non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro desinare, ma dal fatto che essi hanno cura del proprio interesse». Dazi e restrizioni rompono questa catena di interdipendenza spontanea, creano scarsità e ostacolano il benessere collettivo.
Il caso americano è solo l’esempio più vistoso. Ma anche l’Unione Europea si muove lungo una china pericolosa: dai dazi sulle auto cinesi elettriche ai nuovi controlli “verdi” alle frontiere, come il Carbon Border Adjustment Mechanism, si assiste a un ritorno della dogana come strumento di pianificazione. Si chiama “transizione ecologica”, ma si traduce in dirigismo commerciale. Senza contare, che di fronte alla nuova iniziativa del presidente Usa, Bruxelles ha dichiarato di essere pronta a reagire “senza linee rosse”, valutando ritorsioni tariffarie e restrizioni all’accesso delle imprese americane al mercato interno.
Ursula von der Leyen ha infatti parlato di un “piano forte” per tutelare l’economia continentale. Sulla medesima linea anche il Primo Ministro australiano, Anthony Albanese, che ha presentato un piano in cinque punti per mitigare l'impatto sulle esportazioni australiane. Le misure includono il rafforzamento delle normative anti-dumping e investimenti per aiutare i settori colpiti a trovare nuovi mercati internazionali.
Dinanzi a tutto ciò, la lezione dell'antichità – com’è indiscutibile – viene dimenticata: che gli oneri sull’interscambio servono più ai signori del potere che ai cittadini.
La libertà commerciale non è un lusso da concedere in tempi buoni, ma un fondamento della prosperità. Come il commercio ha civilizzato il mondo antico, così può ancora oggi civilizzare un mondo confuso e incerto. Occorre però un coraggio politico che si opponga al consenso facile del protezionismo. È il momento di riscoprire il senso autentico della cooperazione pacifica tra popoli: il libero scambio.
Come ha pure rilevato il citato Bastiat: «Lo scambio, o commercio, è l'economia politica; è la società nella sua interezza, poiché è impossibile immaginare una società senza scambio o uno scambio senza società», mentre per l’economista Otto T. Mallery: «Se le merci non attraversano i confini, lo faranno gli eserciti». Ogni ulteriore commento è superfluo.
