Organizzazione mondiale delle democrazie, una ‘provocazione’ radicale sempre più necessaria

“Stati Uniti d’Europa e del Canada” e “Alleanza globale per la democrazia e lo stato di diritto” potrebbero essere i titoli di un aggiornamento necessario del principale progetto transnazionale dei Radicali.
Se paragoniamo complessivamente lo stato attuale della situazione politica internazionale con 10 o 20 anni fa, troviamo sconvolgimenti talmente enormi che, se immaginati allora, sarebbero stati ritenuti assolutamente impossibili, prossimi alla fantascienza.
Ogni giorno sembra di guardare una matassa di fili che si intrecciano e si annodano, che divengono inestricabili nelle loro contraddizioni e nel rischio globale che rappresentano.
Eppure esiste a mio avviso un percorso d’azione politica da tracciare che con Europa Radicale abbiamo l’ambizione grande di contribuire almeno per un tratto, un frammento, un millimetro al giorno, a costruire.
Si potrebbe scrivere un intero libro sull’attualità che diverrebbe vecchio nel tempo della sua scrittura, superato da eventi ritenuti il giorno prima incredibili, nel senso letterale del termine.
Metto qui solo qualche elemento che denota il ritorno prepotente degli imperialismi da est e da ovest (e da sud) e che prefigura dentro le nostre democrazie un disfacimento lento e inesorabile al quale a oggi non sappiamo rispondere come si dovrebbe e sarebbe necessario. Ma al quel dobbiamo rispondere.
Da est
Da oltre un quarto di secolo Putin tenta di riportare la Russia ai fasti imperiali del passato con la sua guerra permanente fatta di armi e invasioni (Cecenia, Georgia, Siria, Crimea, Donbas, Kazakistan, Africa, invasione su larga scala dell’Ucraina). Una guerra, come abbiamo detto fino a non avere più voce, fatta nei nostri Paesi di diffusione di propaganda e disinformatia, fatta con il ricatto energetico utilizzando lo strumento del gas. Dietro questa nuova era imperiale russa si sono accodati a livello internazionale i peggiori regimi totalitari di ogni risma, a partire dalla teocrazia iraniana che fornisce armi e droni fino alla dittatura feroce della Corea del nord che fornisce truppe che combattono sul terreno. Nei nostri Paesi, con ogni evidenza, vi sono canali di propaganda attivi al massimo livello che occupano intere forze politiche, come si dice ora “influencer”, “giornalisti e opinionisti”, “storici”, social e televisioni pubbliche e private. Il sostegno all’Ucraina degli USA di Biden non solo è cessato con l’arrivo di Donald Trump (quello che avrebbe chiuso la guerra in 24 ore) ma lo stesso Trump e l’intera amministrazione americana sono divenute nei fatti complici del despota russo: niente più armi, continue accuse agli Ucraini e al loro Presidente, richieste di cedere territori. L’Ucraina che oggi può e deve essere sostenuta solo dagli stati europei contro il duo Putin-Trump, si sta difendendo con una tenacia e una capacità di resistenza che rimarrà impressa nei libri di storia. Il finale è però tutto da scrivere e dobbiamo dare il massimo contributo per tentare di ristabilire un’oncia di diritto e di giustizia.
Da ovest
Il disimpegno americano era già sul tavolo prima dell’avvento di Trump1 ma in questo ultimo anno e mezzo, con Trump2 abbiamo visto qualcosa che nessuno, credo, avrebbe mai potuto prevedere. Le follie da gangster (lo dico nel senso letterale) del Presidente americano sono state e saranno innumerevoli (dazi, Groenlandia, fine sostegno all’Ucraina, attacco all’Europa, resort di lusso a Gaza, insulti a spaglio, Venezuela, Board of peace, la menzogna come regola…) ma voglio qui approfondire solo il conflitto aperto insieme a Israele contro l’Iran. Un Paese che è il simbolo della incapacità della diplomazia e dell’intero occidente di dare supporto e sostegno a chi da quasi mezzo secolo lotta contro una delle peggiori dittature del mondo, che uccide con il carcere e la pena di morte a decine di migliaia oppositori veri o supposti, che massacra le donne, che reprime la libertà, che spara addosso ai manifestanti. Comprendo appieno le speranze di chi auspica la caduta del regime grazie all’intervento USA-Israele ma serve guardare in faccia la realtà. Trump, al quale non interessa nulla della libertà degli iraniani, tanto meno della democrazia che interpreta come un ostacolo anche per sé, ha aperto un conflitto evidentemente senza avere la minima idea di come condurlo e come portarlo agli obiettivi, posto che fossero chiari oltre quelli di salvarsi dalla vicenda Epstein o provare a recuperare inutilmente qualche consenso a casa propria. Sembra incredibile che sia così ma questo è ciò che mi pare evidente dopo oltre un mese di guerra. Il filo logico si ingarbuglia totalmente nel momento in cui Trump, che è divenuto in sostanza un alleato di Putin, attacca l’Iran che è uno dei principali alleati della Russia. Malgrado questo Trump prosegue a utilizzare guanti di velluto con gli assassini del Cremlino, che ogni giorno bombardano le città ucraine e che sono i principali alleati del regime degli ayatollah che Trump sta tentando di cancellare mentre l’Ucraina con i suoi droni e la sua tecnologia militare protegge i paesi colpiti dalla reazione militare dell’Iran.
Da dentro.
Il degrado democratico di tutti i paesi è sotto gli occhi di tutti; noi in ambito radicale parlavamo di una “peste italiana” che invade l’Europa. Io credo sia qualcosa di molto più grande e pericoloso perché così fosse sarebbe “sufficiente” curare l’Italia per fermare il contagio. Ma così evidentemente non è e non dobbiamo temere di dire che l’analisi era sbagliata: siamo di fronte a un fenomeno ben più grave e ben più grande che interessa l’intero mondo democratico, erodendo principi cardine e scavando la sabbia sotto le stesse Istituzioni. I casi emblematici di USA e Israele sono gli elementi esemplificativi della debolezza delle democrazie che si spostano pericolosamente verso regimi autoritari senza avere al proprio interno gli anticorpi che, fino a pochi anni addietro, sembravano sufficienti. Badiamo bene: la democrazia non è semplicemente il momento elettorale dove i cittadini più o meno consapevolmente scelgono chi mandare in Parlamento, è molto di più, il voto libero è una conseguenza, non una premessa. Separazione dei poteri, limiti invalicabili dei poteri stessi, rispetto della Costituzione e delle leggi da parte innanzitutto delle Istituzioni, sono cardini imprescindibili. In una parola lo “stato di diritto” garantisce la democrazia. Ed è proprio lo stato di diritto che non solo vacilla ma si crepa, perde acqua, rischia di collassare sotto la spinta autoritaria in una sorta di Vajont globale.
Da sud
Quella che finora ho fatto non solo è un’analisi parziale ma di fronte alla complessità di quanto sta accadendo è eccessivamente semplificante; serve tuttavia per dare un contesto nel quale, ad esempio, non può mancare una riflessione sull’altro player globale del totalitarismo che è la Cina, la quale agisce apparentemente da spettatore di fronte ai due imperialismi suddetti ma che rappresenta il più pericoloso degli imperialismi proprio per la sua capacità di espansione lontano dai riflettori, fuori dalla attenzione globale. Taiwan è il simbolo della resistenza a questo espansionismo totalitario ma è solo un elemento non certo sufficiente a descrivere come quel regime sia riuscito a calpestare e cancellare minoranze, diritti, libertà, autodeterminazione, speranze.
E sempre da sud non possiamo non considerare chi vive in una sorta di equilibrio precario tra una parte e l’altra del mondo che è l’India, sulla quale le democrazie europee innanzitutto dovrebbero investire in termini di rapporto, di sfera di influenza, di collaborazione, perché rappresenta la più grande democrazia del globo con tutte le sue terribili contraddizioni; ma occorre costruire legami, ponti, accordi.
Ed eccoci a noi, all’Europa e al che fare. Nel passato i Radicali promuovevano a livello globale la “Organizzazione mondiale delle democrazie e della democrazia” e a livello europeo gli “Stati Uniti d’Europa”. Sono iniziative che non solo non abbiamo mai smesso di alimentare ma sulle quali non siamo stati ad oggi capaci di dare impulso concreto poiché occorrono strade da individuare e governi da coinvolgere. E ovviamente non è facile, è difficilissimo.
Però oggi gli scenari sono cambiati e dobbiamo “aggiustare il tiro”, aggiornare le analisi e provare a costruire proposte, percorsi politici.
Che fare?
L’evocazione (oggi è solo una evocazione) degli "Stati Uniti d’Europa e del Canada" rappresenta a mio avviso non solo una opportunità ma un argine alla deriva statunitense, che potrebbe guadagnare forza e attrattività per altri. Come innescare il processo, come realizzarlo e con che strumenti è il nodo difficilissimo da sciogliere. Di fronte al crollo in corso della democrazia americana e alla crisi profonda della NATO innescata proprio dagli USA (nonché alla totale inservibilità dell’ONU), gli stati europei hanno l’occasione di fare il passo verso la creazione della federazione, partendo dalla necessità della difesa comune che ormai a moltissimi pare finalmente necessaria. E’ con queste premesse che nel congresso di “Casa Europa” del novembre scorso abbiamo individuato la necessità di chiedere alla Presidente del Parlamento europeo di aprire una fase che abbia come obiettivo prioritario la costruzione di un’autentica struttura federale, avviando un processo costituente che in collaborazione con i Parlamenti nazionali nel quadro di assise interparlamentari punti all’integrazione politica attraverso la sovranità condivisa, anche a partire da un numero limitato di Stati data l’impossibilità di farlo all’unanimità. Una prospettiva questa che si affianca alla UE e non la sostituisce; un tentativo difficile ma che credo possa essere tentato insieme a chi con noi condivide questa impostazione.
A livello globale come possiamo dare l’avvio almeno in fase embrionale e progettuale ad una “Alleanza globale per la democrazia e lo stato di diritto”? Partendo dalla vicenda dell’Ucraina e dalla alleanza che si è costruita a sostegno della resistenza ucraina come resistenza democratica si può ipotizzare la nascita di una alleanza permanente che metta al centro la difesa e la promozione dello stato di diritto e della democrazia? Una alleanza fatta da Stati e da gruppi di dissidenti e oppositori ai regimi che lottano per la democrazia nel loro Paese.
Potrebbe essere questo un modo per costruire una riscossa democratica globale contro l’alleanza delle dittature e delle teocrazie? Un modo per dare corpo e nuova vita al metodo nonviolento? Un modo per dare risposta a chi come in Iran o in Russia o in Georgia o in Cina lotta ogni giorno a rischio della propria vita per la libertà? Con chi farlo e come farlo è il tema su cui provare a confrontarsi.
Sono solo frammenti di riflessioni, pennellate confuse di un progetto tutto da immaginare e da costruire anche con l'obiettivo di dare nuova possibilità di cogenza al diritto internazionale.



