La separazione delle carriere non è una svolta epocale, ma necessaria
Diritto e libertà

In un paese normale (questa formula non mi piace ma è l’unica appropriata per descrivere la situazione), non ci sarebbe stata alcuna levata di scudi per l’approvazione della legge costituzionale sulla separazione delle carriere fra magistratura giudicante e magistratura inquirente.
Con l’entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale (riforma che risale al 1988) che introduceva nel nostro ordinamento il processo di tipo accusatorio, vale a dire un processo dove le parti, accusa e difesa, si trovano in piano di parità davanti al giudice terzo, non era più accettabile che il giudice si trovasse a dover rendere conto del suo operato a un organo, l’attuale CSM, dove è rappresentata la pubblica accusa.
Eravamo di fronte a un’autentica stortura, resa ancora più evidente dall’art. 111 della costituzione che sancisce il principio del “giusto processo”, che ha potuto perpetuarsi fino ad oggi - scusate la brutalità - solo perché la politica dal 1992, per convenienza o per timore, è stata letteralmente ostaggio delle procure.
Cosa prevede la riforma? In estrema sintesi:
1) vengono previsti due distinti organi di autogoverno, uno per la magistratura inquirente e uno per la magistratura giudicante, in luogo dell’unico CSM che oggi decide sulla carriera dei magistrati e sull’attribuzione degli incarichi direttivi. Il giudice non sarà più nella condizione di essere a sua volta giudicato dal pubblico ministero e potrà decidere dei processi senza temere potenziali ripercussioni sulla sua carriera.
2) La competenza sulle sanzioni disciplinari passa a un’alta corte dove comunque i magistrati restano in maggioranza.
3) Il potere delle correnti, causa prima delle degenerazioni venute alla luce con lo scandalo che ha visto coinvolto il dottor Palamara, viene decisamente ridimensionato con la previsione del sorteggio, sia per la componente togata sia per la componente laica.
È la soluzione di ogni problema della giustizia? No, e nemmeno pretende di esserlo, ma è il necessario completamento del quadro ordinamentale affinché i cittadini che si trovano a dover affrontare un processo sappiano di trovarsi di fronte a un giudice effettivamente terzo e indipendente rispetto alla pubblica accusa.
È una riforma epocale? Non userei questo aggettivo, lo ritengo inappropriato per un provvedimento che, come ho detto, è banalmente nella logica delle cose e di epocale ha solo il ritardo trentennale con il quale viene approvato dal parlamento. Non essendo stato raggiunto il quorum parlamentare dei 2/3, i cittadini verranno chiamati a confermare con un referendum la legge costituzionale oggi approvata in ultima e definitiva lettura.
Sarà uno snodo importante per la nostra democrazia e la campagna referendaria è già caratterizzata da mistificazioni e appelli di ogni genere. In particolare, i pessimi talk show televisivi fanno a gara per ospitare famosi pm per raccogliere, senza contraddittorio alcuno, la loro contrarietà alla riforma (a proposito: fateci caso, in prima linea ad avversare la riforma, almeno in televisione, non sono i giudici ma i rappresentanti della pubblica accusa. Non è che, sotto sotto, questi ultimi temono di perdere una parte del proprio potere?).
Lasciamo da parte un attimo i sospetti e veniamo alle critiche che abbiamo sentito ripetere in questi giorni. Il principale argomento è che la riforma rappresenterebbe un attacco all’indipendenza della magistratura. È agevole rispondere che, al contrario, con la previsione di due distinti CSM, verrà rafforzata l’indipendenza dei giudici, non più condizionati dalla pubblica accusa nelle loro decisioni.
Un altro argomento è che la riforma mira a collocare il PM alle dipendenze del potere esecutivo. Ipotesi suggestiva, alla quale ricorrono con disinvoltura i PM che monopolizzano le trasmissioni televisive, ma che si scontra inevitabilmente con la realtà dei fatti. Il quadro costituzionale che garantisce l’indipendenza della magistratura nel suo complesso resta infatti invariato e ogni futuro tentativo di porre il PM alle dipendenze dell’esecutivo sarebbe vanificato dalla corte costituzionale in quanto contrario alle previsioni dell’art. 104.
Assai curioso è poi l’argomento per il quale la riforma sarebbe inutile perché già adesso vige una separazione delle funzioni in virtù della quale il passaggio da pm a giudice (e viceversa) è estremamente raro. Come ho spiegato, siamo davanti a una palese mistificazione con la quale si cerca di ingannare i cittadini. Il punto essenziale della riforma non è impedire il passaggio di un magistrato da una funzione all’altra, ma evitare che il giudicante debba sentirsi, anche solo potenzialmente, condizionato nelle sue decisioni dal collega che rappresenta la pubblica accusa. Non mi importa che pm e giudici prendano insieme il caffè al bar, ma vorrei che i primi non siano nella posizione di determinare la carriera dei secondi.
Non lasciatevi fuorviare dagli appelli che famosi magistrati, con l’autorevolezza che deriva loro dalle frequenti comparsate televisive, rivolgono agli elettori senza mai essere interrotti dai conduttori dei talk show e senza mai subire un effettivo contraddittorio di fronte a chi è in grado di tenere loro testa (e, badate bene, di fronte a molte argomentazioni, basterebbe uno studente del terzo anno di giurisprudenza). Avete l’occasione, al prossimo referendum di avere una giustizia più giusta, non lasciatevela sfuggire.






