Fanatismo versus universalismo, in Palestina
Diritto e libertà

Spesso si assume che se si crede alla norma “la persona A non deve fare questo alla persona B”, sia necessario anche accettare la norma “la persona B non deve fare questo alla persona A”. Questo perché le norme morali sono considerate valide per tutti. Per la storia umana in realtà questa è l’eccezione, perché l’universalità dei valori è una conquista culturale frutto di millenni di pensiero morale: gli esseri umani di norma ragionano per clan, tribù e famiglie, applicando determinate norme ai membri del gruppo e altre ai non-membri, come argomentato da Henrich in “WEIRD – La mentalità occidentale e il futuro del mondo”.
Esiste un secondo caso in cui l’universalità delle norme morali e l’istinto dell’empatia che permette di immedesimarsi negli altri falliscono: il fanatismo. La conseguenza del fanatismo è la morte dell'idea di universalità dei principi morali e la soppressione dell'empatia. Ne vediamo un esempio proprio nell’attuale guerra tra israeliani e palestinesi.
Quando un palestinese dice che la Palestina dovrà andare dal fiume al mare – facendo contente la sinistra e la destra estreme di tutto il mondo – sostiene la distruzione di una nazione, e la pulizia etnica della regione. Quando un israeliano dice che Israele dovrà andare dal fiume al mare – facendo scontente la sinistra e la destra estreme di tutto il mondo – sostiene la distruzione di una nazione, e la pulizia etnica della regione. Chiunque abbia un minimo di capacità di astrazione morale e di immedesimazione nota che la situazione è simmetrica: se una delle tesi fa ribrezzo, deve far ribrezzo anche l'altra.
Per il fanatico però c’è una differenza fondamentale tra le due norme morali precedenti: le regole che valgono per il suo gruppo non valgono per l’altro gruppo, e viceversa. Il fanatico non è universalista: è tribalista. Il fanatico non empatizza: odia. Per il fanatico pro-Pal la prima norma è giusta e la seconda un genocidio. Per il fanatico messianico-sionista al contrario la prima norma è un genocidio e la seconda è giusta e inevitabile.
Ovviamente ci sono delle differenze: Israele è una democrazia, mentre la Palestina è per metà in mano ad un gerontocrate aggrappato al potere e per metà ad un movimento di fanatici assassini. In Israele due milioni di arabi godono della cittadinanza e dei diritti che ne conseguono, ma difficilmente un ebreo potrebbe vivere sotto controllo palestinese senza rischiare di essere torturato e ucciso. Queste differenze contano: non c’è un modo pacifico e democratico di risolvere il problema Hamas, mentre il problema Otzma Yehudit si potrebbe risolvere (dipende dagli elettori israeliani) pacificamente e democraticamente con un voto.
Rimane il fatto che israeliani e palestinesi sono due popoli, e per l’universalità delle norme morali ciò che vale per i primi deve valere per i secondi, e viceversa. Se non si risolve il problema della fanatizzazione, dopo Hamas ci sarà un’altra Hamas, e prima o poi l’estrema destra israeliana tornerà al potere a imporre il suo cieco odio anti-palestinese.
Come guarire dal fanatismo? Scambiare le etichette, per renderle emotivamente neutrali; bloccare la reazione emotiva che impedisce la ragionevolezza e spegne il senso morale: dannoso ricordare ad ogni tentativo di ragionevolezza quanti morti una parte ha causato all’altra, perché entrambe continueranno a ragionare così per sempre, peggiorando la situazione. Il culto della vendetta è un culto di morte, che sacrifica i propri figli per un ideale disumano di vendetta intergenerazionale. Se una norma vale per A nei confronti di B, deve valere per B nei confronti di A: altrimenti non è una norma universale, ma solo il dispositivo di un conflitto tribale fondato su una mentalità eticamente sottosviluppata.
Se si ritiene che non sia bello che dei bambini vengano violentati e smembrati da orde di bestie assetate di sangue – come Hamas ha dimostrato di essere il 7 ottobre (non che non lo si sapesse da prima) e come dimostra ogni giorno, anche ieri – universalità ed empatia impongono che anche essere minacciati di deportazioni di massa (palese crimine, ma spesso ripetuto dagli estremisti israeliani) non è piacevole. Almeno a questo minimum di decenza morale riusciamo ad arrivarci? Molti – in bancarotta morale da fanatismo – non ne sono all’altezza, sia da una parte che dall’altra.
Chiunque parli di resistenza palestinese il 7 ottobre offende la Resistenza e qualunque nozione di umanità, imprigionando i palestinesi in un ciclo vizioso di odio in cui sono le prime vittime di sé stessi, dei fondamentalisti islamici che li sfruttano, del loro fan club occidentale che li applaude, e degli estremisti israeliani. Il 7 ottobre è stato un crimine bestiale e Hamas merita di essere distrutta. D’altra parte, le prove migliori nei processi per crimini di guerra contro Israele sono le dichiarazioni dei leader dell’estrema destra israeliana oggi al governo come stampella di Netanyahu, politico attaccato al potere quasi quanto Abu Mazen e disposto a tutto per preservarlo.
Il fanatismo va combattuto, altrimenti si diventa mostri. Come Sinwar, come Ben-Gvir. E una società in mano ai mostri non può essere civile, né rimanere democratica a lungo. Il fanatico avvelena anche te. Digli di smettere.



