ponte stretto grande

La relazione della Direzione Investigativa Antimafia del maggio 2025, relativa alle attività del 2024, ci ha mostrato due cose: anzitutto il quantitativo dei beni sequestrati o confiscati alle maggiori cosche mafiose, pari a circa 250 milioni di euro, e poi quali mercati siano più suscettibili d'interesse da parte delle mafie, con un’attenzione particolare verso le grandi opere.

Ogni sequestro però arriva da un ricavo: pensiamo solo al narcotraffico, che fa incassare alla criminalità organizzata circa 17 miliardi all’anno. La relazione indica i business a più alta redditività, dove le mafie stanno concentrando i proventi.

Il narcotraffico è visto come il principale motore di cassa in particolare per la ’ndrangheta, la cui ascesa è “spinta dai soldi della droga” poi riciclati al Centro-Nord. I giochi e le scommesse (anche online) sono un settore ad alta redditività con pervasiva infiltrazione (sale scommesse, slot, piattaforme, società schermo). Ci sono ovviamente anche gli appalti pubblici e i fondi PNRR / grandi opere, con mire su infrastrutture e filiere (sanità, rifiuti, lavori ferroviari; allerta anche su Milano-Cortina e grandi cantieri).
Poi le frodi fiscali/IVA (es. filiera carburanti), business a margini elevati e riciclaggio a valle.

Bisogna inoltre considerare che i beni sequestrati e confiscati non indicano la misura della ricchezza delle mafie, rappresentandone solo una minima parte, ma dell'efficienza delle politiche di contrasto. Anche se di difficile quantificazione, il "fatturato" complessivo della criminalità organizzata in Italia ammonta ad almeno 40 miliardi di euro all'anno e questo la pone al quarto posto tra le "potenze economiche" nazionali per ricavi, dopo Enel, Eni e Generali.

Ci chiediamo spesso cosa potrebbe fare lo Stato se le mafie non occupassero e drenassero una parte consistente della nostra economia. La risposta, però, difficilmente arriverà nel breve termine. Finché non taglieremo la testa al narcotraffico legalizzando le droghe, il principale motore di cassa resterà attivo e continuerà a finanziare altri settori, inquinando il mercato e infiltrando l'economia reale.

La Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze per il 2025 indica che nel 2024 sono state effettuate 9.943 operazioni di polizia per contrastare il mercato della cannabis e dei suoi derivati e che i prodotti della cannabis rappresentano il 79% delle sostanze sequestrate. Delle 46 tonnellate sequestrate, il 62% era costituito da marijuana e il 38% da hashish. Mentre le operazioni antidroga finalizzate a contrastare il mercato della marijuana sono state 2.378.

Nel 2023, secondo le stime prodotte dall’Istat, la spesa per il consumo di sostanze stupefacenti in Italia ha raggiunto 17,2 miliardi di euro: il 38% è legato al consumo di derivati della cannabis, mentre il 28% riguarda la cocaina.

Se la cannabis e i suoi derivati fossero legali in Italia, ci sarebbero circa 13.000 operazioni di polizia e antidroga in meno e ci si potrebbe concentrare su crimini a maggior impatto economico e sociale. Per fare questo, sarebbe necessario un salto culturale in tema di sostanze stupefacenti: non più una dinamica di repressione, ma di prevenzione, in particolare riguardo alla salute dei cittadini.

Per ottenere risultati, occorre spostare l’asse dalle sole misure repressive a strategie di prevenzione e salute pubblica basate su evidenze, incluse gli interventi di riduzione del danno, come raccomandano OMS/UNODC e le linee europee.

Parte dei soldi che oggi vanno nelle tasche delle mafie sarebbero un legalissimo gettito fiscale, utile non solo per la prevenzione, ma per finanziare altre spese sociali. E ci sarebbero più risorse per attivare i controlli sulle grandi opere, da sempre nel mirino delle mafie, che sono in grado di aggiudicarsi direttamente gli appalti con società prestanome o di "entrare in società" con gli aggiudicatari mediante attività estorsive.

La DIA infatti sottolinea la particolare attenzione che hanno avuto nei confronti delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026. Nel 2024 sono stati adottati 50 provvedimenti interdittivi antimafia da parte delle Prefetture lombarde che hanno dato testimonianza circa il pericolo di infiltrazione e/o di condizionamento nei più svariati settori, con una particolare prevalenza a quelle connesse alle grandi opere. 

Sebbene le attività di indagine condotte sul territorio e concluse nel corso del 2024 non abbiano fornito risultanze investigative che appurino l’attuale operatività di compagini criminali di tipo mafioso, non sono mancati episodi in cui sia stata riscontrata la modalità mafiosa, almeno allo stato attuale delle indagini.

Le mafie hanno radici talmente profonde in Italia che il loro metodo ha finito per sopravvivere anche fuori dai clan: basta adottarne i principi di base, anche individualmente. Esistono dunque pratiche e routine che generano potere mafioso, anche quando attori esterni imitano stili criminali senza far parte di un’organizzazione.

Il Ponte sullo Stretto non compare nella relazione, ma Il 26–27 maggio 2025, a margine della presentazione della Relazione, il direttore della DIA Michele Carbone ha dichiarato ai media che la DIA “vigilerà sugli appalti del Ponte sullo Stretto”. Nelle settimane successive altri dirigenti DIA (es. Beniamino Fazio, Catanzaro) hanno rilasciato interviste sull’alta esposizione del progetto a interessi mafiosi: anche queste sono dichiarazioni esterne alla relazione. Nella relazione risulta invece che gli appalti siano uno dei principali vettori d’infiltrazione e la DIA mostra di aver alzato i controlli, così come evidenzia un incremento delle interdittive.

Se i Giochi e il Ponte sono la vetrina, la partita vera si gioca nella filiera. Possiamo continuare a spegnere incendi (sequestri, confische, interdittive, arresti, processi, condanne), oppure cambiare l’aria dei cantieri: white-list dinamiche su tutta la catena, KYC sui beneficiari effettivi, tracciamento di mezzi e rifiuti, protocolli ANAC che “corrono” alla velocità delle varianti. E sul versante dei soldi, tagliare la linfa: riallocare parte delle 9.943 operazioni oggi assorbite dalla cannabis verso i traffici più pericolosi e la corruzione; rafforzare le confische secondo gli standard UE; restituire i beni alle comunità. È così che si passa dalla cronaca all’economia legale. Il 2026 non è un traguardo: è un test di sistema.