follastradaFino a qualche tempo fa schifavo letteralmente la mimosa. Più che un dono mi sembrava un segno di discriminazione, un gesto retorico che metà del mondo fa con noia e in maniera automatica all’altra metà. Tiè.

Oggi invece credo che l’otto marzo un senso ce l’abbia. Perché non è una data, ma un impegno quotidiano, determinato dal fatto che un tema di genere – e di salario, dato che gli uomini guadagnano in media circa 170 euro in più al mese delle donne, a parità di lavoro – resta e restano quindi anche le ragioni per sfidarlo. A partire dalle abitudini dentro casa – dove, dati OCSE alla mano, i virtuosi mariti italici il ferro da stiro in mano praticamente non ce l’hanno mai. E allora il cambiamento non parte solo dalla cucina – dove tanti uomini fanno i MasterChef la domenica – ma dalle nostre scelte di vita. Come?

Per esempio non rinunciando a lavorare, se non perché decidiamo, liberamente, di non volerlo fare più. Altrimenti, accendiamo il computer, usciamo di casa, trucchiamoci per il meeting, ogni mattina. Anche con i figli piccoli. E anche se costa fatica, soldi spesi per la baby sitter o per l’asilo nido, qualche diavolo per capello. I nostri figli, e le nostre figlie, soprattutto, devono infatti vederci impegnate nei lavori non-domestici tanto quanto il loro papà.

Devono guardarci mentre ci vestiamo per una riunione importante, mentre tentiamo un sorpasso cantando nel traffico, mentre stiamo parlando su Skype con un cliente con addosso la giacca, a vista, e i pantaloni della tuta, celati sotto alla scrivania. E devono pure sapere, i figli, che un sabato sera, o una domenica, e magari anche un venerdì, proprio come fa papà per andare allo stadio, noi abbiamo un appuntamento irrinunciabile con una amica, andiamo a prenderci un aperitivo un pochino alcolico o partecipiamo all’attesissimo workshop di yoga al parco, per fare la posizione dell’albero in mezzo a quelli veri, di alberi.

Solo così, infatti, i bambini sapranno che gli adulti sono esseri umani senzienti in grado di scegliere cosa fare e solo così, i piccoli, saranno motivati a conquistare da grandi e per loro stessi una delle più grandi fonti di libertà personale: l’autonomia economica. Mamma guadagna ed è felice, i bambini la imitano e si impegneranno nella ricerca della propria unica dimensione personale e professionale.

Come mamma di maschio, poi, sento una responsabilità in più. Sono convinta che non basti credere nella formula giuridica del femminicidio e pensare che la violenza di un uomo verso una donna sia una offesa nei nostri confronti, di tutte. L’aggressività si impara – o disimpara- da piccoli. Se siamo mamme meno nervose – e per esserlo bisogna anche diventare meno monotematiche, alias il punto di prima -, meno irascibili, mai violente – perché una donna si tocca solo con un fiore, ma un bimbo piccolo, se non vuole, manco con quello – loro saranno persone più gentili e calme. Capaci anche di controllare il normale e umano scatto d’ira.

Dovremmo insegnare ai nostri piccoli ad accettare la rabbia e ad imparare a gestirla. Magari contando fino a tre, sedendosi sulla sedia camomilla – come la chiamano le maestre, un posto solitario e silenzioso dove restare a guardare le brutte emozioni, per riconoscerle e capire che passano, scivolano via e magari non lasciano neanche un segno, a differenza di uno schiaffo sul viso. È difficile, lo so. Lo è ogni giorno per me. E tante volte vorrei proprio comportarmi male, male, malissimo. Ma ci ripenso. Perché la calma è un dono da fare ai nostri piccoli e, di nuovo, alle persone che incontreranno nella vita.

Ci sono poi due motivi, attualissimi e meno declinati al futuro, per dare ancora un senso, oggi, all’8 marzo. Il primo riguarda parecchie di noi ed è una roba quotidiana. Finché donne che amano altre donne non avranno gli stessi diritti di quelle che la sera si accoccolano a un uomo, qualcosa non va. E, sinceramente, senza aggiungere altro, è assurdo – piccolo alert, sempre sui figli e sulle figlie: e smetterla con la domandina di rito sul fidanzato o la fidanzata all’asilo? Ripeto: all’asilo? I bambini non sanno bene che cosa sia, la/o cambiano spesso, un po’ come un pannolino, e non è detto che sia sempre di sesso diverso dal proprio.

L’altro motivo per riconoscere valore all’8 marzo, invece, è da brividi. Secondo l’Unicef ogni anno 700 milioni di donne si sposano in età minorile, rinunciando a una normale crescita fisica e mentale. Una su tre ha meno di 15 anni. Mentre addirittura 70.000 muoiono di parto e di complicazioni legate alla gravidanza. Non so se serve scioperare per loro, scendere in piazza oggi, allarmarsi una tantum. Non so. Mi resta il dubbio che dovremmo ricordarcene sempre. Provando a vivere nel rispetto degli altri, nella costante denuncia di ogni abuso e nel tentativo di insegnare lo stesso approccio ai nostri figli.


Post scriptum.

Un altro regalo – questo personalissimo, eh – per le bambine: meno rosa e meno principesse per tutte! Che noia! Non che non debbano proprio esserci – sono cresciuta con il mito di Cenerentola, una roba di cui non andare per forza fierissima - ma la varietà non guasta. E allora non raccontiamo alle bambine solo favole piene di donne salvate da qualcuno, che sanno farlo benissimo da sole. Largo alle maschere da super eroe, vigile del fuoco, medico, cuoca, esploratore, autista di formula uno, astronauta e Peter Pan. Così, per provare tutte le declinazioni di se stesse.