Di Elsa Fornero e delle riforme che portano il suo nome, a partire da quelle delle pensioni, per gli amici è meglio non parlare e per i nemici è facilissimo parlare male, ben oltre i limiti dell'offesa e della denigrazione personale. Character assassination: il "metodo Fornero" come variante democratica del "metodo Boffo".

ELSA FORNERO

Di quanto ha fatto da Ministro, chiamata di corsa da Monti nell'esecutivo di necessità per sgombrare il Paese dalle spoglie putrefatte del non-governo berlusconiano e sbarrare la strada alla troika ormai alle porte, chi vuole mostrarsi magnanimo parla per lo più come di cose molto cattive e, ça va sans dire, piene di errori e alla fine anche utili - servivano i piccioli ed Elsa li ha trovati - ma comunque indifendibili.

Chi invece la attacca a testa bassa, arrivando a organizzare manifestazioni squadriste sotto la casa dei suoi genitori, approfitta della manifesta intoccabilità di questa paria della politica, e si permette di tutto, visto che nessuno, o ben pochi, nella società dell'informazione o della politica che conta oggi alzerebbe un dito per difendere l'onore di Fornero-al-Cimitero. Con Monti, di cui evidentemente condivide, oltre a una generosa onestà, anche le impuntature di carattere e una patologica ingenuità politica, Fornero è il simbolo di un periodo difficile, che la maggioranza degli italiani vuole, secondo tradizione, non superare, ma rimuovere, addebitando la responsabilità del male a chi era stato chiamato precipitosamente a rimediarvi.

La sua riforma previdenziale porta tutti i segni degli irrecuperabili ritardi delle non riforme e degli avanti e indrè che per un ventennio si erano susseguiti, dacché Scalfaro e Bossi avevano nel 1994 fatto cadere il primo governo Berlusconi proprio sulle pensioni. Quando Fornerò arrivò al Ministero del Welfare, l'Italia era un Paese già finito nella trappola di un sistema non del tutto raddrizzabile, che per essere reso sostenibile in termini finanziari rischiava di diventare insostenibili in termini sociali (e viceversa). E intanto, sul Titanic della previdenza pubblica si continuava a ballare e a suonare allegramente e un pensionato su due continuava ad andare in pensione d'anzianità mediamente a poco più di 58 anni e l'età media di pensionamento effettivo aveva di poco complessivamente superato i 60 anni (Inps - Rapporto Annuale 2010).

La stessa vicenda "esodati", oggetto di numerosi provvedimenti correttivi, si è gonfiata fino a diventare sinonimo della pretesa non solo insostenibile, ma illegittima, della pensione anticipata come ammortizzatore di ultima istanza per tutti i lavoratori disoccupati che, secondo la disciplina pre-Fornero, già sarebbero stati in pensione.

Monti e Fornero hanno messo uno specchio davanti al default previdenziale - la vera autobiografia morale della nazione - e l'ennesimo esorcista della politica italiana, Salvini, ora vuole romperlo. Il referendum abrogativo della Lega è il martello che presta agli elettori e che la stessa CGIL non si fa scrupolo di maneggiare minacciosamente. Non è detto che l'operazione non riesca, visto che per scongiurare la vittoria del Sì al referendum, se non ci pensa la Consulta a dichiararlo inammissibile, servirebbe qualcuno disposto a sostenere le ragioni del NO, cioè a difendere la riforma Fornero.

Per quello che ha fatto e per come l'ha fatto - in perdita totale, senza nessun guadagno se non quello di una vita a rischio e di una reputazione macchiata - se davvero è il tempo, come tutti dicono, per una donna al Quirinale, Elsa Fornero avrebbe l'identikit giusto, anche nei difetti, per rappresentare un Paese con un senso onesto della propria storia e dei propri errori. Quel Paese, evidentemente, non è l'Italia, ma sarebbe meraviglioso se qualche "pazzo" - qualche politico, intellettuale o opinion maker di nome - si azzardasse cavallerescamente a tanto, per restituire a Elsa Fornero, con una battaglia persa, almeno un pezzo dell'onore perduto.