foreste

Siamo arrivati alla Conferenza sul clima di Parigi, un evento che sta attirando l’attenzione di tutto il mondo soprattutto dopo la drammatica strage di pochi giorni fa nella capitale francese che ne aveva addirittura messo a rischio lo svolgimento. Tra i tanti temi relativi al cambiamento climatico e all’impatto delle azioni umane sull’ambiente, a Parigi si parla anche di foreste, dei polmoni verdi del nostro pianeta.

A lungo il tema della deforestazione, tra esigenze di sviluppo economico dei paesi in via di sviluppo e necessità di difendere l’ambiente, è stato trattato con toni allarmistici. Sul tema specifico la Fao, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura, ha da poco pubblicato il “Global Forest Resources Assessment 2015”, una mappa dello stato di salute delle foreste e di come è cambiato negli ultimi anni. Analizzando come le cose stanno andando negli ultimi 25 anni, dal 1990 al 2015, la Fao dice che tutto sommato il bilancio è positivo e ci sono stati miglioramenti tangibili. Anche se la superficie globale di foreste continua a ridursi, in un contesto in cui la popolazione mondiale e le esigenze di terra, cibo e risorse aumentano, il tasso di riduzione è diminuito più del 50%. Il rallentamento è stato considerevole.

Un po’ di cifre per capire le dimensioni della questione. Nel 1990 la superficie terrestre coperta da foreste era pari a 4.128 milioni di ettari, dopo 25 anni quest’area si è ridotta a 3.999 milioni di ettari. Si tratta di una perdita netta di 129 milioni di ettari, poco più del 3%, con un tasso medio dello 0,13%, che può sembrare poco ma in realtà rappresenta una superficie pari a quella del Sud Africa. Il dato positivo è che la deforestazione, nonostante la vertiginosa crescita della popolazione, del pil e dei consumi negli ultimi 15 anni, si è fortemente rallentata passando da un tasso dello 0,18% nel 1990 a uno dello 0,08% negli ultimi 5 anni.

Se la media a livello globale è questa, la situazione regionale è molto varia. Perché se da un lato le perdite maggiori di foreste sono avvenute in Sud America e in Africa, continenti dove la deforestazione continua anche se a tassi ridotti, in altri continenti ci sono addirittura segnali in controtendenza: ad esempio in Nord e Centro America, Oceania, Europa e Asia la superficie forestale negli ultimi cinque anni è in aumento, e in Asia addirittura con i ritmi più alti del mondo, doppi rispetto all’Europa. Da notare che il 67% della superficie totale di foreste è concentrato in 10 paesi e un dato per certi versi sorprendente, ovvero che sono i paesi ad alto reddito ad avere la maggior parte di foreste, seguiti dai paesi a medio reddito e infine da quelli a basso reddito.

Ci sono poi alcuni dati interessanti che ci riguardano da vicino. Uno è quello dell’Italia, in cui le foreste sono aumentate dai 7.590 milioni di ettari del 1990 ai 9.297 del 2015, con un tasso di crescita superiore alla media europea. E l’altro è quello della Malesia, un paese interessante per quanto riguarda la coltivazione della palma da olio, di cui spesso ci siamo occupati. Abbiamo visto che da molte parti, quando non reggono gli argomenti che riguardano la salute, si invita a boicottare l’uso dell’olio di palma per questioni ambientali, perché aumenterebbe la deforestazione. I dati della Fao che riguardano la Malesia, che è uno dei maggiori produttori mondiali di palma da olio, ci dicono che la superficie forestale negli ultimi 25 anni è rimasta più o meno costante e anzi, dopo 15 anni di calo è tornata a crescere negli ultimi 10 anni per riassestarsi sui livelli del 1990, e adesso occupa oltre il 67% della superficie totale del paese.

Lo stesso discorso non vale per l’altro grande produttore di olio di palma, l’Indonesia, che invece dopo il Brasile è il paese che ha perso più foreste negli ultimi anni in valore assoluto. Ma ancora una volta si tratta della conferma che non ha senso prendersela con alcune coltivazioni o con alcuni prodotti, quando invece l’atteggiamento più utile, quello critico, ci dovrebbe portare in generale a distinguere e a sostenere i metodi certificati e sostenibili, quelli che riescono a garantire lo sviluppo economico e la tutela dell’ambiente.

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