L'olio di palma continua ad attirare l'attenzione della politica. Questa volta sono stati alcuni parlamentari del Movimento 5 Stelle ad avere presentato un'interrogazione ai ministri della salute e dell'agricoltura per chiedere l'attivazione di una campagna di sensibilizzazione alimentare volta a ridurre l'uso e il consumo di questo ingrediente.

olio di palma

Le argomentazioni sono quelle di sempre: l'olio di palma sarebbe ottenuto da coltivazioni a forte impatto ambientale, e soprattutto farebbe male alla salute. A riprova di questo non si citano studi scientifici (non sia mai) ma reportage televisivi e soprattutto la campagna del Fatto Alimentare, che ha lanciato una raccolta di firme per sostituire nell'industria dolciaria l'olio di palma, un grasso saturo, con... il burro, che è anch'esso un grasso saturo.

In realtà, come ha spiegato a Strade Elena Fattore, responsabile Unità valutazione di rischio degli inquinanti ambientali dell'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, "i grassi saturi sono contenuti in tutti gli oli vegetali, e nel burro e negli altri grassi animali sono contenuti in misura ancora maggiore. L'olio di palma ha una composizione intermedia; se il problema sono i grassi saturi, bisognerebbe eliminarli tutti. (...) Dalle nostre ricerche e dalla valutazione della letteratura sull'argomento non ci sono evidenze scientifiche per sostenere che l'olio di palma sia dannoso. Evidentemente ci sono altre motivazioni, che non sono scientifiche".

Ricerche, quelle del Mario Negri, i cui risultati sono stati capovolti nelle ricostruzioni giornalistiche del Fatto Alimentare, tanto da indurre la stessa professoressa Fattore ad inviare una lettera di protesta al giornale. La sicurezza alimentare è una cosa seria: si possono fare scelte informate solo quando si dispone di informazioni corrette. Contribuire a diffondere allarmi non supportati da adeguate evidenze scientifiche non avvicina, ma anzi allontana l'obbiettivo, senz'altro condivisibile, di una sana educazione alimentare.

Se dal punto di vista della salute ci sono pochi dubbi sull'infondatezza delle accuse all'olio di palma, l'argomento ambientale è senz'altro più complesso. Ma proprio in virtù di questa complessità, come abbiamo già spiegato, non si può parlare della presunta "insostenibilità" dell'olio di palma se non lo si confronta con le sue alternative: le palme da olio sono molto più produttive di tutti i possibili sostituti (13 a 1 il rapporto con la soia). Per soddisfare la stessa domanda di oli vegetali che riesce a soddisfare la coltivazione della palma, avremmo bisogno di (molta) più terra coltivabile. A questo proposito, ad esempio, lasciano a bocca aperta le dichiarazioni di Chiara Campione (Greenpeace):

"Tutti gli altri oli vegetali hanno un impatto sicuramente inferiore sull'ambiente, anche se l'olio di soia ad esempio è uno di quei prodotti che, in Brasile, ha messo in moto la deforestazione dell'Amazzonia, ma non è minimamente paragonabile all'effetto di un impianto di olio di palma. Mettiamola così: non c'è niente di più dannoso per la foresta di una piantagione di palma da olio".

In sostanza, per Greenpeace sarebbe più sostenibile abbattere 13 ettari di foresta tropicale per sostituirla campi di soia, una coltura erbacea, piuttosto che un solo ettaro per metterci palme, ovvero altri alberi? Siamo seri, per favore. Il problema dello sfruttamento delle risorse dei paesi in via di sviluppo non andrebbe affrontato con tanta leggerezza e, soprattutto con questo atteggiamento paternalistico.

Per finire, i parlamentari grillini lamentano l'impegno lobbistico degli industriali dolciari a difesa dell'uso dell'olio di palma, svelando (anche qui lo "scoop" è del Fatto Alimentare) un investimento in comunicazione di (udite udite!) 55.000 euro. Non esattamente la somma che uno si attenderebbe a sostegno di un coacervo di interessi, a sentire il Fatto Alimentare, Report e compagnia, che andrebbe dalle multinazionali del legname a quelle del cibo passando per quelle dei biocarburanti. Anche qui: siamo seri, per favore.