Il saggio di Jean Tulard 'Rossini sotto Napoleone'. L’epopea della libertà prima del silenzio
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Gioachino Rossini iniziò la sua carriera all'apice dell'Impero e visse in un'Italia soggiogata da Napoleone. Quali furono i rapporti del compositore con il padrone d'Europa? Lo storico francese Jean Tulard, nel suo saggio «Rossini sotto Napoleone», analizza questo intreccio.
Rossini nacque il 20 febbraio 1792 a Pesaro, che all’epoca era sotto l’influenza papale, da una famiglia di musicisti. Nel 1792 l’Italia non esiste, politicamente ancor meno. Nonostante i suoi 17 milioni di abitanti, resta, dalle invasioni barbariche, una preda ideale per i conquistatori. Al nord il regno del Piemonte-Sardegna, gli Asburgo di Vienna posseggono Milano; l’influenza austriaca si estende sino al granducato di Toscana e ai piccoli stati di Parma, Piacenza e Modena. Due orgogliose Repubbliche sfidavano Milano; Genova e Venezia.
A sud c’è il regno di Napoli dove i Borboni, imparentati con il ramo francese e spagnolo, estendono la loro autorità sino alla Sicilia. Al centro lo Stato Pontificio. Il prestigio del Papa viene indebolito dalle «Lumières» che arrivano dalla Francia. Nel 1796, Napoleone fu nominato alla guida dell’armata d’Italia: «Popolo italiano veniamo a spezzare le vostre catene» proclama Bonaparte. Rossini è troppo giovane per capire il messaggio ma Pesaro era un focolaio giacobino e il padre del compositore Giuseppe detto «Vivazza» era un fervente sostenitore della Rivoluzione francese e delle idee repubblicane portate in Italia da Napoleone.
Intanto il terrore si impadroniva di Roma. Pio VI si affrettò a firmare il Trattato di Tolentino con la Francia, il 19 febbraio 1797. Le condizioni erano dure: un'enorme indennità, la cessione di Avignone e il Contado Venassino. E questa fu solo una tregua. I francesi aspettavano un incidente che consentisse loro di chiedere di più. Questo si verificò il 28 dicembre 1797, in seguito a una manifestazione davanti all'ambasciata francese, occupata da Giuseppe Bonaparte, fratello del generale. Mentre tentava di intervenire, un altro generale, Duphot, fu ucciso. Berthier, comandante in capo dell'esercito francese, ricevette l'ordine di occupare Roma e arrestare il Papa.
La Repubblica Romana fu proclamata il 15 febbraio 1798. Fu una repubblica effimera, segnata da saccheggi e disordini. Dopo Berthier, gli succedettero a Roma Massena, Gouvion Saint-Cyr e infine Macdonald. Nel 1799 la Coalizione costrinse Macdonald a lasciare Roma e riconquistò Roma. Scattarono i regolamenti di conti e il padre di Rossini fu imprigionato. Un nuovo Papa si installò a Roma: Pio VII. I francesi tornarono nella penisola con la vittoria di Marengo, il 14 giugno 1800. Milano divenne la capitale della Repubblica cisalpina, sotto l’influenza francese. Nel 1802 la famiglia di Rossini si traferì a Lugo in provincia di Ravenna. Rossini mostrò sin dalla più tenera età una forte predisposizione musicale e a 14 anni entrò nell’Accademia filarmonica di Bologna.
La prima opera gli fu commissionata nel 1807: «Demetrio e Polibio». Il committente era il tenore Domenico Mombelli. L'opera non sarebbe stata rappresentata fino al 1812. Il 1807 fu l'anno di Tilsit. Napoleone non aveva più avversari sul continente e poteva ora puntare a colpire il suo ultimo nemico, l'Inghilterra, chiudendo tutti i porti europei alle sue navi, compresi quelli italiani, al fine di strangolarla economicamente. Un anno dopo, nominando Murat re di Napoli, confermò il suo controllo sull'Italia meridionale. Tutto ciò che gli restava da fare nel 1809 era impadronirsi dello Stato Pontificio. Cosa che sarebbe poi stata compiuta. Nel 1810 l’Italia era sotto il dominio francese ad eccezione della Sicilia e della Sardegna.
L’11 maggio 1808 le Marche, che facevano parte dello Stato Pontificio, furono annesse al regno d’Italia e vennero creati tre dipartimenti: il Metauro (Ancona), il Musone (Macerata) e il Tronto (Fermo). Pesaro faceva parte del Metauro. Pio VII di lì a pochi mesi sarebbe diventato prigioniero di Napoleone. È a questo punto che il teatro San Moisé di Venezia commissionò a Rossini la farsa comica in un atto «La Farsa di un matrimonio». Rossini ha 18 anni.
Nel 1810, il regno era al suo apice, ma la mancanza di una storia condivisa impediva lo sviluppo di un senso di identità nazionale. Grazie all'organizzazione amministrativa, al Codice Civile (che divenne la base della legislazione), allo sviluppo economico e alla vita di corte, l'influenza francese stava erodendo quella di Vienna, sforzandosi di conquistare la nuova borghesia. Ma la cultura rimaneva profondamente italiana. Il giovane Rossini lo aveva capito. Per lui, Napoleone era lontano, a Parigi o sui campi di battaglia.
Nel 1814, l’Austria occupa Milano, il 28 aprile. E Rossini da che parte sta? Rimpiange Eugène de Beauharnais sotto il cui regno ha fatto i suoi esordi a Venezia e alla Scala? L'indipendenza e l'unità dell'Italia, a cui gli italiani un tempo erano molto legati, l'antico sogno dei patrioti di Pesaro, tutto ciò gli commuove l'anima?
Wagner e Verdi nacquero nello stesso anno, il 1813, proprio mentre il Grande Impero stava crollando. Non ne avrebbero conservato alcun ricordo. Donizetti e Bellini iniziarono la loro carriera troppo tardi, e il compositore Carl Maria von Weber si considerava prima di tutto tedesco. Beethoven strappò il frontespizio della sua Sinfonia Bonaparte e la ribattezzò Sinfonia Eroica nell'agosto del 1804. Napoleone ebbe come musicisti ufficiali solo Lesueur e Spontini, entrambi oggi in gran parte dimenticati. E Rossini? Iniziò la sua carriera all'apice dell'Impero e visse in un'Italia soggiogata da Napoleone. Mentre l’Europa si ridisegna, Rossini compone.
Tulard sottolinea come il compositore pesarese non pianga la fine del Regno d’Italia napoleonico per motivi ideologici, ma semmai per la perdita di un sistema di mecenatismo teatrale ben oliato. Quando gli austriaci entrarono a Milano, Rossini si adattò rapidamente ai nuovi padroni e compose persino una cantata celebrativa per il governatore austriaco di Bologna. Il 5 maggio 1821 Napoleone muore a Sant’Elena e nel 1823 viene pubblicato il suo memoriale. Balzac, Stendhal, Dumas, ammiratori di Rossini, misero la loro penna al servizio della leggenda ma non sembra siano riusciti a trasmettergli la loro passione.
Il successo travolgente ottenuto in quegli anni pose le basi per la sua successiva consacrazione parigina. La fama di Rossini raggiunse l’apice la sera del 3 agosto 1829 con la prima del «Guglielmo Tell». A soli 37 anni, era considerato dai parigini «il più grande compositore del mondo». Eppure, al culmine della gloria, al direttore del teatro che gli chiedeva quale sarebbe stata la sua prossima opera, il Maestro rispose seccamente: «Non ce ne sarà una».
Rossini abbandonò i palcoscenici nel 1830, chiudendo l’era aperta in età napoleonica. Seguì un lungo silenzio, interrotto solo dal magnifico Stabat Mater nel 1842 e da un canto funebre per Meyerbeer nel 1864 prima di spegnersi nel 1868. Per Tulard l’ultimo capolavoro rossiniano è un’opera patriottica. Un omaggio segreto a quella stagione di libertà e rivoluzione che aveva scosso la sua terra d’origine. Rossini fu contemporaneo di Napoleone e non comprese nulla, o finse di non comprendere, di quell’epopea che scosse l’Europa.
Ma il «Guglielmo Tell» é la redenzione, l’omaggio a questo capitolo della storia di un compositore che si era compromesso con sovrani reazionari. Rossini comprende, tuttavia, che dopo questo capolavoro non può tornare alle amabili vocalizzazioni de «La scala di seta» e «L’Italiana in Algeri». Ha pagato il suo debito con il padre, questo patriota un tempo imprigionato per le sue idee: il patriottismo del «Guglielmo Tell» per Tulard é monumentale, solenne, aristocratico nella sua grandezza morale; appartiene a una stagione romantica e ideale che credeva ancora nell’eroismo tragico. Attraverso la vicenda leggendaria dell’eroe svizzero contro il tiranno Gessler, Rossini supera la dimensione del dramma individuale per farsi interprete di un’epopea corale.
Il vero protagonosta dell’opera è il popolo, colto nel momento del risveglio della coscienza nazionale e della solidarietà collettiva. Per Tulard il legame tra Rossini e l’impero napoleonico trova qui un punto di svolta ideale: l’opera non é più la celebrazione del potere costituito o dell’ordine imperiale, ma l’espressione di quell’anelito di libertà, autodeterminazione e ribellione all’oppressione che l’Europa post-napoleonica e della restaurazione stava drammaticamente covando. Con il 1830 e l’avvento della monarchia borghese di Luigi Filippo, quel mondo svanisce. Il trionfo del pragmatismo mercantile e della nuova classe sociale esige distrazioni diverse: il grand opéra spettacolare di Meyerbeer o la satira disincantata di Offenbach. Ora Rossini può tacere.






