Quanto ci costa la situazione di illegalità, sovraffollamento e degrado delle carceri italiane? E quanto ci costerà a partire dal 28 maggio, data in cui scadrà l'ultimatum della Corte di Strasburgo per il rientro nella legalità? Il governo italiano minimizza, ma potrebbe trovarsi a pagare molto più di quanto creda, in termini sia di soldi che di reputazione. Ecco perché.

Bonfante maggio sito

Quanti sono in Italia i detenuti sottoposti ad un regime di reclusione compatibile con la Convenzione Europea per i Diritti Umani? Quanti i detenuti costretti invece al trattamento disumano e degradante per il quale siamo stati condannati dalla Corte di giustizia europea?

La risposta sta in un numero, che non è solo un numero ma che significa anche soldi. Quel numero viene fuori calcolando il rapporto tra capienza legale e popolazione effettiva delle carceri italiane - rispettivamente 48.309 e 60.197, secondo i dati pubblicati dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria (Dap) il 2 aprile scorso, solo dopo le pressioni e uno sciopero della fame della segretaria di Radicali Italiani, Rita Bernardini, che chiedeva appunto trasparenza.

Quel numero è 12.000, detenuto-potenzialmente-da-risarcire in più, detenuto-potenzialmente-da-risarcire in meno. Potenzialmente, quindi, parecchi soldi. Bene, prepariamoci a pagarli, perché dal 28 maggio quei detenuti che, in virtù della sentenza Torreggiani - apri-pista di Strasburgo alla via risarcitoria - denunceranno l'Italia, otterranno ragione.

Ad un mese dalla esecuzione della sentenza della Cedu, le denunce già sporte contro l'Italia sono circa 4000. Il ministro Orlando, tuttavia, non teme un "effetto valanga", o meglio assicura di volerlo impedire attraverso "un sistema che eviti l'avvio di migliaia di denunce per detenzione contro la dignità umana".

Il sistema Orlando non prevede né indulto né amnistia, ma una serie di misure - peraltro o già avviate dai governi precedenti (riduzione della custodia cautelare, "svuota-carceri", pene alternative), o imposte dalla Corte Costituzionale (abrogazione parziale della Fini-Giovanardi) - per dimostrare a Strasburgo il cambiamento di verso nel trend torturatorio italiano.

Il numero dei detenuti diminuisce, aumentano di conseguenza i metri quadri pro-capite: in senso contabile – ragiona il responsabile dell'amministrazione della giustizia italiana - i potenziali ricorrenti alla Corte europea sono destinati a ridursi. Queste misure però - riconosce lo stesso Ministro - "hanno effetti piccoli" sebbene "strutturali".

Il prossimo 28 maggio saremo quindi ancora nella stessa situazione verificata già lo scorso marzo da una delegazione del Parlamento europeo a Rebibbia e Poggioreale. Il gruppo - composto dall'On. Juan Fernando Lòpez Aguilar, Presidente del Comitato sulle libertà civili del PE, l'On. Frank Engel e l'On Kinga Göncz, e dai colleghi italiani Salvatore Iacolino, Roberta Angelilli e Salvatore Caronna – ha denunciato la mancanza di rispetto degli obblighi internazionali da parte dell'Italia, confermando come i progressi nella gestione penitenziaria non abbiano sanato affatto la sostanza del problema: nelle carceri italiane si continua a torturare la gente.

I paesi che hanno sottoscritto la Convenzione Europea per i Diritti Umani sono tenuti a preservare i cittadini sottoposti alla propria giurisdizione dal rischio di venire consegnati ad un paese torturatore. Ebbene, nella lista dei paesi torturatori ci siamo anche noi.

Le Royal Courts of Justice di Londra, l'11 marzo scorso, hanno respinto la richiesta del Tribunale di Firenze per l'estradizione di un cittadino somalo, processato e condannato in Italia alla detenzione. Lord McCombe, estensore della sentenza, ha spiegato il perché del suo no: "le assicurazioni fornite in questo caso sono insufficienti a persuadermi che, se l'appellante dovesse esser estradato verso l'Italia, egli non sarebbe a rischio di esser esposto alle condizioni che violano i suoi diritti come prescritto dall'articolo 3 [dalla Convenzione europea]."

Una sentenza dovuta, seguita dopo meno di una settimana da una seconda. Il 17 marzo, infatti. il giudice Howard Riddle, Senior District Judge (Chief Magistrate) della Westminster Magistrates' Court, nega l'estradizione in Italia del boss mafioso Domenico Rancadore, arrestato nel Regno Unito ma processato a Palermo. I motivi sono gli stessi della sentenza precedente, e gli stessi di una terza sentenza che seguirà di lì a poco, stavolta in Svizzera: nelle carceri italiane si pratica la tortura, l'estradizione non può essere concessa.

Cosa significa questo? Significa - sottolineano Emma Bonino e Marco Pannella nella memoria inviata il 10 aprile scorso al Consiglio d'Europa - che "l'ordinamento giudiziario del nostro paese continua a eseguire e amministrare pene e sentenze, o misure custodiali, che sono da ritenersi tecnicamente illegali perché erogate in piena conoscenza dei trattamenti inumani e degradanti che aspettano coloro che verranno ristretti nelle carceri italiane."

Evitiamo quindi di giocare con i numeri, piuttosto diamo loro un senso.

Non torturare non significa solo garantire ai detenuti tre metri quadrati - che non si possono negare più nemmeno ai maiali, ai quali invero se ne riservano sei - ma anche condizioni essenziali di salubrità. Aria, acqua, servizi igienici, lavoro, studio, movimento fisico. Ecco, calcolandolo così, istituto penitenziario per istituto penitenziario, il numero di detenuti che ricorrendo alla Cedu vedrebbero riconosciuto il diritto al risarcimento per i trattamenti disumani e degradanti subiti nelle nostre galere, scopriremmo che i 12.000 potenziali sono effettivamente molti di più, e che sanare lo stato di criminalità della giustizia italiana alla fine conviene, anche solo economicamente, molto di più che fingere sia tutto ok.

L'illegalità dello Stato italiano comminatore di reclusioni criminogene non è un accidente della sorte, non riguarda solo les toilettes delle galere: è una più complessa, generale ed ormai strutturale incapacità sistemica ad amministrare giustizia.

L'Italia è unfit ad eseguire sentenze di condanna e predisporre pene detentive essendo essa stessa pre-giudicata. Uno Stato pregiudicato ma a sua volta giudicante, eppure – qui il paradosso - condannato a reiterare il reato ogni volta che in suo nome viene emessa una sentenza con pena detentiva.

Dissimulare la propria responsabilità, per lo Stato, è più facile che per il cittadino comune: allo Stato basta occultarla nella palude impenetrabile dell'amministrazione e rigirare le acque perché sembri quello che non è. La puzza di tortura, però, non è di quelle che si possano contenere, quindi viva l'Europa che su cose così, sui Diritti Umani, non prevede l'opzione 'turarsi il naso'.

@kuliscioff