L’identità europea che Trump e Putin stanno costruendo per noi
Istituzioni ed economia

Ragionando di identità europea, tema che sarà sempre più decisivo per il futuro politico italiano e dell’intero Continente, è interessante fermarsi a riflettere con riguardo a chi o cosa, almeno negli ultimi decenni, abbia fatto di più per rafforzare il sentimento di appartenenza comune degli europei.
Probabilmente, i più indicati come vincitori sarebbero Donald Trump e Vladimir Putin – forse quest’ultimo non nel nostro Paese, ma probabilmente in gran parte degli stati membri dell’Unione. A dirlo è Theresa Kuhn, politologa e direttrice dell’Amsterdam Center for European Studies, tra le voci accademiche più autorevoli sulla questione identitaria comunitaria. Da vent’anni Kuhn studia le modalità di formazione (e sfaldamento) del senso di appartenenza europeo. Il suo verdetto più recente, affidato ad Oliver Grimm in un’intervista per il Mattinale Europeo, è piuttosto netto. L’identità europea, oggi, è significativamente più robusta di quanto non fosse due decenni fa, e questo quasi esclusivamente come riflesso difensivo. "Vediamo che l’identità europea si rafforza quando esiste una chiara minaccia esterna", ha dichiarato.
Le grandi crisi che avrebbero potuto mettere in discussione il progetto europeo (Brexit, le crisi migratorie, l’invasione russa dell’Ucraina) lo hanno invece rafforzato. Mentre le crisi apparentemente "interne", come quella dell’euro o la pandemia, lo hanno indebolito. Il meccanismo è in apparenza piuttosto semplice: quando la minaccia arriva da fuori, gli europei si stringono attorno alla bandiera, seguendo esattamente la lezione di Jean Monnet. Quando invece la crisi mette a nudo le fratture tra Stati membri, dal conflitto Nord-Sud durante la crisi del debito passando per gestione dei flussi migratori, l’identità europea si indebolisce, perché smette di essere un "noi contro loro" mutando in un "noi contro noi stessi" de facto. In buona sostanza, non si è ancora arrivati al punto di un progetto condiviso capace di entusiasmare i cittadini, ma siamo già dentro l’epoca della generazione di sentimenti di difesa nei confronti della minaccia identitaria.
Un esempio efficace citato da Kuhn è quello della vaccinazione. Nelle settimane in cui il Regno Unito, già fuori dall’Unione, aveva iniziato a vaccinare mentre l’Ue lavorava ancora per gestire la partita pandemica, il sostegno all’Europa è calato misurabilmente. Bastava un confronto sfavorevole con un vicino per insinuare il dubbio che fuori dai ventisette si potesse fare meglio, magari accelerando i processi.
Un punto da sottolineare sembra ora: se l’identità europea vive prevalentemente di minacce esterne, cosa succede quando quelle minacce cambiano forma? Il progressivo disimpegno americano dalla sicurezza europea ad esempio non è, in senso stretto, una minaccia esterna nel modo in cui lo è un’invasione. Si tratta piuttosto di un abbandono, una sottrazione di garanzie, che causa insicurezza senza offrire un avversario chiaro e riconoscibile, una paura attorno alla quale costruire più facilmente coesione, che dunque può fungere da collante identitario. Se però il filo comune dell’identità europea resta il timore di qualcosa fuori dai propri confini, l’Unione rischia di scoprirsi debole proprio nei momenti in cui, paradossalmente, ne avrebbe più bisogno: quando deve decidere di riarmarsi, di allargarsi, di ricercare un’autonomia strategica che non dipenda più né da Washington né da altri, se non dalla volontà politica delle proprie opinioni pubbliche e dal coraggio dei suoi leader.
Esiste poi un secondo livello, ancor più "scomodo", che rischia di essere ignorato da chi guarda al rafforzamento dell’identità europea. Kuhn è stata chiara: un’identità europea più forte non significa affatto un’Europa più cosmopolita. In uno studio condotto insieme a una sua dottoranda, ha chiesto a un campione di cittadini di descrivere l’europeo tipico - e, soprattutto, chi non lo è. I risultati restituiscono un’immagine a due facce. Da un lato, un legame valoriale solido con i diritti umani, la democrazia e uno stile di vita aperto e libero. Dall’altro, quando si domanda cosa non è europeo, la risposta si sposta bruscamente al terreno della religione e del luogo di nascita: l’islam, in particolare, viene descritto ricorrentemente come una religione intollerante, incompatibile con l’idea stessa di europeismo.
È esattamente questo doppio binario (apertura nei principi, parziale chiusura nei fatti) a essere stato intercettato e amplificato dalle destre europee, che hanno trasformato la retorica dell’"Europa fortezza" da posizione marginale a elemento sempre più stabile di campagna e caratterizzazione politica. Se l’identità si definisce più per esclusione che per adesione a principi condivisi, può diventare con più facilità un vettore di quella retorica securitaria che il sovranismo ha sempre saputo maneggiare meglio di competitor politici e differenti case ideologiche.
Un’ultima notazione, parziale ma non trascurabile, riguarda chi questa identità europea la vive davvero, nei fatti e nella simil quotidianità. Le ricerche di Kuhn sul transnazionalismo - condotte in anni precedenti, ma tuttora valide - mostrano che a sperimentare concretamente l’Europa come area di vita ordinaria, tra studio, lavoro e mobilità oltre confine, resta una minoranza relativamente giovane, istruita e benestante. Per la maggioranza dei cittadini l’identità europea, per quanto rafforzata dalle crisi degli ultimi anni, resta un’esperienza mediata: qualcosa che si percepisce attraverso i canali di informazione, i dibattiti e l’eventuale idealismo, più che tramite l’esperienza diretta. La solidità dell’europeismo, inteso come sentimento comune, varia perciò moltissimo a seconda di chi la osserva, e da quale latitudine.
Rimane, alla fine, l’immagine più efficace usata da Kuhn per descrivere cosa sia oggi, davvero, l’identità europea. Più che euforia, lubrificante. Una riserva di buona volontà, oltre l’afflato ideale, che permette alle istituzioni di funzionare quando i motivi razionali per stare insieme non bastano da soli. La domanda che l’Europa dovrà porsi, da subito e nei prossimi anni, è se questo bottino aureo - costruito in gran parte da chi all’Europa si oppone e opporrà - sia sufficiente a sostenere le scelte strutturali che si pongono davanti. O se invece, esaurita la spinta della paura, non rischi di rivelarsi troppo sottile per reggere il peso delle decisioni da compiere. Ed è proprio qui, in questo spazio, che è fondamentale il subentro della politica, creatrice e creativa, con la volontà di persone di spessore di imprimere innovazioni e salti della storia, nel cammino verso il richiamo urgente di un massiccio protagonismo comunitario.






