de villepen

Il 14 febbraio 2003, nell'aula del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la diplomazia internazionale visse uno dei suoi momenti più alti e drammatici. A prendere la parola fu Dominique de Villepin, allora Ministro degli Esteri francese. Con un discorso appassionato e tagliente, de Villepin pronunciò un rifiuto categorico alla guerra in Iraq voluta dagli Stati Uniti, parlando a nome di «un vecchio paese, la Francia, d'un vecchio continente come il mio, l'Europa, che ha conosciuto le guerre, l'occupazione, la barbarie». Quel discorso non fu solo un atto di coraggio geopolitico, ma la dimostrazione concreta di cosa significhi esercitare la sovranità morale: il potere di dire no.

A distanza di anni, quella stessa visione torna a farsi sentire con forza nel suo libro «Le pouvoir de dire non», Edizioni Flammarion. L'opera non è un semplice esercizio di memoria nostalgica, ma un manifesto politico di stringente attualità, un'esortazione a non arrendersi alle derive del nostro tempo. De Villepin rivolge una critica durissima ai populismi contemporanei, colpevoli di cavalcare le paure collettive, semplificare la complessità e indebolire i pilastri delle democrazie occidentali.

Ed è proprio da questo rifiuto delle scorciatoie populiste e demagogiche che l'autore trae la forza per affrontare la più grande crisi geopolitica europea dei nostri giorni: l'aggressione russa. Per De Villepin, opporsi al populismo e difendere l'Ucraina sono due facce della stessa medaglia. Dire di no alla logica del più forte in Ucraina significa proteggere il diritto internazionale e i valori democratici, gli stessi che i movimenti populisti rischiano di svuotare dall'interno.

Per Dominique de Villepin il populismo amplifica le divisioni, alimenta la rabbia, polarizza le società e indebolisce i governi. Ogni crisi – migratoria, energetica, sanitaria – diventa un pretesto per diffondere lo stesso messaggio: Bruxelles è colpevole, la democrazia è impotente, solo un uomo forte può decidere. Ma questa guerra non si limita agli ambienti diplomatici. Permea ogni coscienza. La leva principale è l'infiltrazione tecnologica attraverso piattaforme, algoritmi e influencer. L'arena politica si è spostata sulle interfacce.

La distorsione, più sottile e perniciosa, è quella della democrazia stessa e del ruolo attribuito al popolo. Quando viene ridotta alla volontà della maggioranza, perde la sua sostanza. È proprio questo dispotismo della maggioranza, sperimentato dalle nostre società democratiche, che Tocqueville aveva previsto, evidenziandone i pericoli: «La maggioranza stessa non è onnipotente. Al di sopra di essa, nel mondo morale, ci sono l'umanità, la giustizia e la ragione; nel mondo politico, i diritti acquisiti».

È qui che entra in scena il despota. Vende soluzioni. Semplifica la realtà. Questo nuovo dispotismo rassicura, allevia, elimina la complessità. Sostituisce la deliberazione con i verdetti, il dibattito con gli slogan, la ricerca con le affermazioni. Non è più un regime di censura, è un regime di saturazione. Troppe immagini, troppe opinioni, troppi dati, finché il significato stesso crolla. Il pensiero non viene messo a tacere: viene reso inudibile. È un autoritarismo senza spari. Non ha bisogno di violenza palese, perché controlla l'attenzione, l'immaginazione, i protocolli e le narrazioni. Non ha bisogno di censurare, perché seppellisce; non ha bisogno di convincere, perché esaurisce. Questo potere prospera sulla degenerazione del desiderio democratico, confinato in un'indignazione fugace e in lotte effimere.

Nel frattempo, le strutture si irrigidiscono, i contrappesi istituzionali si dissolvono, la legge si piega, i servizi pubblici collassano, la sorveglianza prende il sopravvento. Nulla appare brutale perché tutto è graduale, temporaneo, fino al momento in cui è troppo tardi. In Europa, questo fenomeno assume il nome impreciso di populismo. Ma non si tratta semplicemente di una corrente d'opinione, è un desiderio all’ epurazione istituzionale. Si tratta di abolire tutto ciò che ostacola la volontà immediata del popolo, così come immaginata o fantasticata: i corpi intermedi, la giustizia nazionale e internazionale, le comunità locali, l'Europa. È la democrazia svuotata delle sue garanzie, ridotta alla sua forma più cruda e strumentale. Una vulnerabilità interna che si riflette drammaticamente sulla nostra incapacità di leggere i conflitti esterni.

Perché questa non è una seconda Guerra Fredda. Il teatro ucraino e le tensioni globali non vedono contrapposti due blocchi ermetici, bensì due logiche intrecciate, interdipendenti, eppure incompatibili. Mentre l’Occidente si avvita nei suoi cortocircuiti comunicativi, la Cina controlla le terre rare, i porti, le catene di produzione e i dati. L'America controlla la valuta, i brevetti, le alleanze militari e le piattaforme digitali. Eppure, l’ordine globale sta scivolando verso un'arena di tensione permanente tra razionalità imperialiste contrapposte.

Questa macchina bellica alimenta anche una pericolosa spirale di proliferazione nucleare. Secondo de Villepin, molti analisti internazionali hanno tratto un'unica, amara lezione dall'attacco russo all'Ucraina: se Kyiv non avesse ceduto il suo arsenale nucleare nel 1994 in cambio di garanzie di confine da parte di Stati Uniti, Regno Unito e Russia, oggi non sarebbe stata invasa. Gli stessi strateghi osservano come, complice l’imprevedibilità diplomatica di Donald Trump, la parola degli Stati Uniti non abbia più lo stesso peso di un tempo.

Per de Villepin l'Europa orientale sembra così intrappolata in una maledizione storica, condannata a tornare ciò che è stata fin troppo spesso: uno spazio di attrito, di scontro e di zone cuscinetto. L'invasione russa dell'Ucraina nel 2022 ha creato un fatto compiuto che scavalca ogni giustificazione di Mosca. La violazione del Memorandum di Budapest del 1994, che garantiva l'integrità territoriale ucraina, e la parallela messa in discussione dell’inviolabilità delle frontiere fanno temere un effetto domino. Il rischio di nuovi focolai incombe sulle altre ex repubbliche sovietiche e sui paesi confinanti come la Polonia.

Ma é negli Stati baltici – dove le minoranze russofone sono ancora significative – che la tensione si fa acuta: territori un tempo inglobati nell'URSS e oggi membri dell'Unione Europea, i Baltici rappresentano la prova definitiva della risolutezza europea, nonché la vera incognita nell'equazione geopolitica di Putin. L'Europa non ha altra scelta che impegnarsi con determinazione sui due fronti vitali per la sua stessa sopravvivenza: la difesa del diritto internazionale e la sicurezza del confine orientale. Questo scenario impone di impedire che l'Ucraina si trasformi in uno stato fallito, un pericoloso vuoto geopolitico nel cuore del continente. Diventa quindi necessario tracciare un percorso graduale di adesione all'Unione Europea, che sappia unire pragmatismo e rigore strutturale respingendo fermamente qualsiasi legittimazione legale di cessioni territoriali imposte senza il libero consenso di Kyiv.

È questo il momento dell’Europa, l’unico vero antidoto per sperare in un mondo ragionevolmente sicuro. Di fronte a un emergente «mondo di imperi», l’Europa può e deve opporre il proprio rifiuto. Per farlo, tuttavia, il primo requisito individuato da de Villepin, è la capacità di trovare in se stessa la forza di arginare i populismi, recuperando fiducia e visione strategica attraverso una chiara tabella di marcia. Il sostegno all'Ucraina è vitale perché interroga la nostra stessa sicurezza, evocando il modo in cui il destino europeo si giocò in Spagna nel 1936. Secondo l’autore, la continuità del supporto a Kyiv e la difesa della sua sovranità contro l’aggressione russa devono procedere di pari passo con la disponibilità a consolidare un cessate il fuoco. La costruzione di una pace duratura e assistita da solide garanzie di sicurezza richiede un quadro multilaterale, coordinato strettamente con i partner europei: solo così si dimostrerà che esiste una strategia europea per affrontare le crisi. Il secondo requisito di questa postura europea risiede nella capacità di dotarsi dei mezzi concreti per raggiungere una vera indipendenza. Un obiettivo che non ammette improvvisazioni, configurandosi come la sfida di un’intera generazione.

L'invasione dell'Ucraina nel 2022 è stata un brusco risveglio, che ha messo a nudo la nostra dipendenza energetica e le nostre carenze militari. Se nel 2014, con la Crimea, il putinismo si è rivelato un progetto di riconquista, il 2022 ha segnato una svolta strategica fondamentale. L'attacco all’Ucraina, lungi dall'essere un'operazione tattica, rivela un'ambizione strutturale: ricostituire l'Unione Sovietica e consolidare, con la forza, una sfera di influenza diretta. Il putinismo non offre un modello; impone il controllo. In questa ideologia della vendetta, la storia funge sia da giustificazione che da carburante.
Per garantire l'indipendenza della difesa europea e per elevarci al livello degli imperi, dovremo accettare una reale condivisione degli oneri. Ciò presuppone una pianificazione comune delle industrie della difesa, la creazione di una capacità di finanziamento sostenibile tramite un debito comune europeo, mettendo in comune gli acquisti per ottimizzare qualità, prezzi e disponibilità.

Dominique de Villepin giudica fondamentale il consolidamento politico della democrazia. L'adesione alla democrazia è già una condizione per l'ingresso nell'Unione, ma in un momento in cui alcuni Paesi potrebbero essere tentati di oltrepassare i limiti, è essenziale considerare il rafforzamento delle libertà individuali. La Corte di giustizia dell'Unione europea potrebbe proseguire la sua evoluzione verso un ruolo di garante di ultima istanza, simile a una Corte suprema europea ristretta, alla quale un cittadino potrebbe appellarsi in caso di controversia con il proprio Stato, per denunciare una violazione degli impegni assunti nell'ambito dei trattati europei. Lo Stato di diritto deve rimanere la bussola comune. Non come condizione tecnocratica, ma come imperativo democratico. Perché senza una magistratura indipendente, senza una stampa libera, senza rispetto per le minoranze, l'Europa non sarebbe altro che un nome.