L’onda politica che travolge l’Europa non è nera, ma rossobruna
Istituzioni ed economia

Le elezioni in Sassonia-Anhalt, stravinte dall’ultradestra, ci impongono soprattutto una cosa. Quella di non leggere questo evento, che è insieme storico e sconvolgente, con gli occhiali del Novecento, dell’antifascismo del Novecento e della sociologia del Novecento, come se Alice Weidel fosse una specie di Hitler redivivo, ingentilito nella veste femminile. Come se il 44,6% degli elettori della Sassonia-Anhalt fosse costituito da operai proletarizzati dalle politiche deflazionistiche di Brüning e non classe media colpita da ansia di declassamento e, come in tutta Europa, vittima della propaganda populista orchestrata da Russia Today. Naturalmente vi sono cause sociali anche molto profonde legate alla riunificazione, ma il punto è un altro.
L’onda politica che ha travolto il Land tedesco, e che tocca percentuali terrorizzanti anche negli altri Länder della ex-DDR, rappresenta il primo capitolo elettorale della guerra ibrida lanciata contro l’Europa dalla Russia di Putin per il 2027 (si vota in Francia, Italia, Spagna, Polonia, Estonia, Finlandia e Grecia), che procede in parallelo con i missili e i droni su Kyiv e Charkiv: un capitolo che prevede un massiccio investimento sui rossobruni e i nerobruni di ogni risma e di ogni sfumatura, perché per lo zar un ballottaggio tra onda nera e onda rossa è in effetti una sfida win-win, in cui l’unica a perdere è sempre l’Unione Europea.
L’emergere, anche in Italia, di movimenti populisti a destra e a sinistra – da una parte Vannacci, che è il Salvini di un tempo ma meno straccione e più pericoloso, dall’altra una sinistra che insegue antagonismo, antisionismo e falso pacifismo, avviata verso una versione cattocomunista della France Insoumise – è esattamente ciò contro cui le forze europeiste sono chiamate ad alzare un cordone sanitario, un Iron Dome democratico, unendosi in quella grande coalizione di partiti costituzionali che in Europa già rappresenta la maggioranza a sostegno di Ursula von der Leyen.
I socialisti, i liberali, i popolari non sono condannati a governare insieme per natura o per comando divino, e in tempi di pace è anche giusto che si contendano il potere; ma oggi, ovvero in tempi di guerra, in gioco è la tenuta stessa dell’Unione, e l’urgenza primaria è difendere la libertà, la democrazia e lo stato di diritto in un continente che non solo li conserva, ma ne fa, insieme con gli Stati Uniti e pochi altri paesi, il proprio manifesto, dove gli oppositori non vengono ammazzati con il polonio, dove gli omosessuali non vengono impiccati alle gru e dove i governi si cambiano senza guerre civili.
La recessione democratica ha raggiunto dati allarmanti: circa il 74% della popolazione mondiale vive oggi sotto regimi autocratici o sistemi ibridi, mentre solo il 7% dell'umanità risiede in una democrazia liberale pura. Gli anni Novanta sono passati da un pezzo, e la profezia di Fukuyama è stata smentita dalla sostituzione dell’Unione Sovietica con il Global South a guida cinese, tenendo in vita il fascino sempreverde dell’antioccidentalismo per una parte dell’elettorato europeo e per larga parte degli intellettuali progressisti.
Così, oggi la sfida non è più quella, anche durissima, tra Prodi e Berlusconi, tra due visioni antitetiche di società, ma è ben altra e ben peggiore, e coincide, sulla lunga distanza, con la sopravvivenza stessa dell’Unione Europea come incarnazione della democrazia liberale nata sulle macerie dei totalitarismi. Una sfida tra chi è veramente per l’Europa e chi lo è per finta o solo a parole, per non dire di chi fa bottino di voti sostenendo esplicitamente di volersene disfare.
La dice lunga della distopia italica il fatto che i tentativi di costruire un’alternativa a un modello bipopulista suscitino al più sarcasmo e supponenza, anche per via dello scarso riscontro degli elettori, che hanno introiettato e accettato da decenni di essere trattati non da cittadini liberi ma da tifosi di calcio. Evidentemente, dalla politica e dalla stampa è stato ritenuto molto più serio passare l’estate del Cefalù a discutere del proprio ombelico e delle vongole sgusciate, mentre la Russia scatenava sull’Ucraina la campagna di bombardamenti aerei più aggressiva dall’inizio del conflitto.
Così le questioni vitali, quelle che davvero toccano i nostri destini, vengono costantemente nascoste sotto il tappeto: l’Ucraina è per il Campo Largo quello che il neofascismo di Vannacci è per il centrodestra. Ma ignorare i problemi non fa sì che i problemi magicamente scompaiano: come dimostrano le elezioni in Sassonia-Anhalt, essi verranno prima o poi a bussarci alla porta, vestiti di rosso, di nero, o di mezzo rosso e mezzo nero.
È questo l’unico, vero obiettivo politico che, nella nostra epoca, ha davvero senso e dovrebbe unire tutte le forze di buona volontà: evitare di ritrovarci a scegliere, in tutti i paesi europei, tra Jean-Luc Mélenchon e Marine Le Pen, tra l’AfD e Sahra Wagenknecht, tra Conte e Vannacci, ovvero incubi senza risveglio, senza neppure la possibilità di scegliere il male minore.






