what if analysis grande

Nelle prime elezioni repubblicane italiane, quelle dell'aprile 1948, la Democrazia Cristiana di De Gasperi ottenne quasi il 48% dei consensi contro il 31% del Fronte Democratico Popolare, l'alleanza tra PCI e PSI guidata da Palmiro Togliatti e Pietro Nenni. Fu una vittoria netta, non un testa a testa, nel senso che, sul piano dei numeri, quel voto non fu mai davvero in bilico. Eppure, la posta in gioco, a monte, non aveva nulla di scontato.

Era la prima elezione della Repubblica dopo la rottura dell'unità antifascista, si votava nel pieno di una Guerra Fredda già avviata, sotto la pressione di una Chiesa visceralmente anticomunista e di aiuti Marshall esplicitamente condizionati all'esito del voto. Un Paese entrato nel blocco sovietico invece che in quello atlantico avrebbe significato un'Italia diversa in ogni sua articolazione istituzionale, economica e sociale: niente NATO nel 1949, un'altra ricostruzione, probabilmente un'altra Costituzione materiale.

Oggi il 1948 viene raccontato quasi sempre come una tappa obbligata, il primo mattone di una storia che doveva prendere quella strada. Non ci si sofferma mai abbastanza a immaginare cosa sarebbe realmente successo se quella distanza fosse stata più ridotta, se il Fronte avesse guadagnato quei punti percentuali che nella propaganda del tempo sembravano tutt'altro che impossibili, da ultimo imponendosi come vittorioso: differenti collocazioni internazionali, diverse alleanze, ramificazioni di sicurezza tutte da definire.

Si tratta di un esercizio che è la cultura politica italiana a proporre raramente: pensare per scenari, per "what if", per storie alternative che non si sono avverate ma che erano effettivamente sul tavolo del percorso storico. Pur non essendo, ovviamente, un difetto solo nazionale, in Italia assume una forma particolarmente acuta, figlia della formazione socioculturale e appunto politica. In psicologia cognitiva si chiama hindsight bias: una volta che un evento si è verificato, la mente lo ricostruisce come se fosse stato l'unico esito plausibile fin dall'inizio, cancellando la percezione di quanto le alternative fossero possibili nel momento in cui si decideva.

È lo stesso meccanismo che porta, con il senno di poi, ad affermare "si sapeva che sarebbe andata così" davanti a eventi che, nel momento in cui accadevano, erano tutt'altro che definiti. Un vizio di fondo, per il quale la storiografia ha un correttivo, ossia la storia controfattuale, la ricostruzione rigorosa dei "mondi possibili" che non si sono realizzati, nella misura di quanto fosse ampio o risicato il margine tra ciò che è stato e ciò che sarebbe potuto succedere.

È un esercizio che richiede metodo, che non deve sfociare nella percezione onirica da fantapolitica, ma analizzare tecnicamente gli scenari sulla base delle condizioni reali del momento. Ed è esattamente la prassi che manca nella lettura pubblica della storia politica italiana, dove prevale una narrazione teleologica, ossia si deduce che le cose siano andate come dovevano andare e il resto bollato come ipotesi oziosa, da studiosi o addetti ai lavori.

Il punto da tenere a mente, però, è che la problematica non concerne solo la classe politica o il mondo dell'informazione. Riguarda piuttosto l'elettorato stesso, che fa fatica a vedere oltre. È qui che il problema italiano straborda, diventando strutturale. Un corpo elettorale abituato a valutare la politica sull'ultimo miglio (l'ultimo scandalo, l'ultimo sondaggio, l'ultima settimana di campagna) e quasi mai sulla traiettoria di medio periodo, tanto meno sui rischi evitati per un soffio, ci dice infatti che non soltanto i cittadini non riflettono sul passato in termini controfattuali, ma che non riescono a farlo nemmeno rispetto al presente, quando i rischi sono ancora aperti e le decisioni ancora reversibili.

Si finisce per riconoscere la gravità di uno scenario solo dopo che si è materializzato, molto meno mentre è ancora evitabile. Dove la scuola, il giornalismo politico e il dibattito pubblico dovrebbero allenare la capacità di leggere e interpretare gli scenari, in Italia questa funzione semplicemente non viene esercitata, non esistendo un suppletivo credibile. Il risultato è un elettorato che sbatte contro le conseguenze invece di anticiparle.

E non serve nemmeno tornare al Novecento per vedere questo meccanismo all'opera: è in corso in questo momento, col sostegno di Italia (e intera Europa) all'Ucraina. Le discussioni politiche e nella società civile tendono a considerare la possibilità di un progressivo disimpegno (meno armi e meno sostegno finanziario, a sostegno di una non meglio precisata pressione diplomatica) come una variabile meccanica, quasi contabilmente didattica, scissa dalle sue conseguenze sistemiche.

Manca quasi del tutto la domanda controfattuale che dovrebbe accompagnarla: cosa significherebbe, per l'Ucraina, quindi per l'Europa e per l'Italia stessa, un esito in cui l'aggressione territoriale russa venisse di fatto convalidata dall'assenza di conseguenze? Il precedente storico più immediato è quello di Monaco 1938. Ossia, la convinzione che cedere territorio in cambio di pace fosse una scelta prudente, rivelandosi invece, nel giro di pochi mesi, un incentivo all'escalation, a passo spedito verso il baratro.

Non è un parallelo applicabile simmetricamente - i contesti sono ovviamente diversi, sotto molteplici dettagli - ma la struttura logica dell'errore è la stessa. Si valuta cioè il costo immediato di un sostegno (che sia economico, politico o di rischio) senza mettere sulla bilancia il costo, molto meno visibile ma potenzialmente decisamente più elevato, di un precedente che indebolisce lo strumento della deterrenza, in quella fase e in ogni conflitto successivo.

È esattamente il tipo di rischio che l'elettorato italiano, per i motivi già visti, tende a percepire solo a cose fatte, quando lo scenario peggiore, se si realizza, non sarà più un'ipotesi da discutere ma fatto compiuto da gestire. Sarebbe a questo punto comodo scaricare la colpa sull'inadeguatezza della classe dirigente, su qualità dell'informazione e polarizzazione dei media.

Ma la radice è da intendere collettivamente proprio perché parte dal basso, da un corpo elettorale che non chiede possibili scenari, non li premia, spesso nemmeno li tollera, perché richiedono di ragionare nell'incertezza invece che nell'andatura già architettata. Ed è un elettorato che, non richiedendoli, finisce per condizionare la politica stessa a non offrirli - in un adattamento reciproco che si autoalimenta. E chiaramente una classe dirigente che non viene premiata per l'analisi degli scenari smette, semplicemente, di proporla.

Il 1948 ci ricorda che la storia italiana è passata più volte, e più da vicino di quanto si racconti, accanto a esiti radicalmente diversi da quelli che conosciamo. Il presente ce lo mostra di nuovo, ogni volta che si discute di Ucraina, come se il rischio peggiore fosse un'astrazione da rimandare a domani. Ma imparare a vedere, prima che accadano, gli scenari che si sarebbero potuti evitare è in realtà la modalità per smettere di scoprirli sbattendoci contro, che in politica significa spesso oscillare verso il disastro.