Questione di metodo. Perché la coalizione di centrosinistra non può permettersi primarie senza programma
Istituzioni ed economia

Quando Giuseppe Conte, a Piazza Asiago, ha affermato che il nodo politica estera per il campo largo sarà sciolto con le primarie ("lo faremo decidere agli italiani"), ha certificato il caos regnante verso il cammino di possibile sintesi delle forze di opposizione.
Se le ambizioni di governo della coalizione erano state rilanciate intestandosi la vittoria referendaria di marzo, quattro mesi e mezzo dopo la mancata convergenza sul posizionamento internazionale italiano definisce quelle aspirazioni come fortemente velleitarie, vanificandole.
Negare, come ha fatto Conte, l'imprescindibile sostegno a Kyiv (ovviamente e in primis militare) rinforza quella stessa ambiguità attiva da mesi, se non da anni, utilizzata ora come strumento nelle mani di chi, come l'ex premier, sa di essere minoranza numerica ma in vantaggio di consenso personale. Allo stesso modo chi propone di rinviare il posizionamento internazionale italiano al voto delle primarie sta, di fatto, trasformando una competizione interna in un referendum su questioni che dovrebbero essere fondamentali pre-condizioni di coalizione.
Quanti richiedono invece che il programma venga scritto prima della consultazione interna sono in larga parte bloccati dalla propria inerzia, non riuscendo ad avviare quel processo proprio perché in balia della (maggioritaria) rincorsa continua ai pentastellati.
Un padre nobile di un centrosinistra da cultura di governo come Arturo Parisi, riformista doc, segnala da tempo l'urgenza di accelerare, con una formula arguta nella sua efficacia esemplificativa: "le diarchie hanno sempre avuto vita breve e quasi sempre sono sfociate in un dramma". Insomma, una proposta alternativa al governo Meloni che non sciolga in tempo utile i propri nodi programmatici arriva debole alle politiche del 2027.
Altro che primarie - ben oltre l'esito. E scrivere prima e assieme il programma non vuol dire produrre un documento di sintesi generico, costruito per accontentare tutti (esercizio che il campo largo ha già tentato più volte di avanzare, almeno nelle intenzioni di tanti). Significa piuttosto affrontare, con largo anticipo rispetto al voto di selezione del leader, differenti ordini di scelta che vengono oggi rinviati in maniera scientifica e sistematica.
Conte parlando di "punti non negoziabili" da fissare anticipatamente, cita esplicitamente il sì alla difesa comune europea (valido un po' per tutte le sensibilità, nella sua formula multiforme) ma il no al riarmo dei singoli Stati e alla cosiddetta "economia di guerra"; nel merito dell'invasione dell'Ucraina la sua posizione (incentrata appunto sullo stop agli invii di armi, invocando una quanto più generica e fumosa richiesta di "svolta negoziale") resta distante dalla linea sostanzialmente ufficiale (c'è da augurarsi ancora tale) del Pd, assalito e lacerato dai distinguo.
Fiducia e credibilità, prima di coalizione e poi di governo eventuale, saranno giocati però, internazionalmente parlando, proprio su questo punto - e sin dal giorno zero. La mancanza di una discussione interna antecedente alla selezione della leadership rischia, in assenza di programma realmente condiviso, di generare una distorsione plebiscitaria, ancorata alla notorietà personale e perciò volutamente ristretta, esattamente ciò che accadde quando ad esempio Schlein vinse le primarie del Pd essendovisi iscritta solo pochi mesi prima - come ricordato sempre da Parisi.
Ancora, il campo largo resta monco di quella gamba di centro con la quale costruire, in ogni caso, una fondamentale convergenza - utile alla stessa componente riformista, che potrebbe raccogliere in seguito i risultati del sostegno a un eventuale profilo maggiormente centrista. Il punto decisivo resta che il timing in politica conta moltissimo, e quel che la cronaca politica quotidiana rischia di far perdere di vista è proprio il tempo.
Ogni settimana che passa senza un accordo di programma è un periodo in cui la distanza tra il voto delle primarie e il voto delle politiche 2027 si accorcia, riducendo lo spazio per digerire le fratture emerse durante la competizione interna e per ricostruire un fronte possibile davanti agli elettori. Le primarie che eleggono un leader senza aver prima sciolto i nodi di merito aprono una fase di leadership precostituita, spostandola pericolosamente a ridosso del voto vero, quello che decide chi governa.
E nessun metodo di selezione, pur nella pluralità di leadership presentate ed emerse, per quanto partecipativo, può supplire all'assenza di una visione comune su Ucraina, difesa europea, collocazione comunitaria e alleanze internazionali. Alla base, esiste anche un problema di sicurezza nazionale, oltre qualsivoglia posizione: ne va anche della chiarezza verso un elettorato che, nel caso in cui passasse la linea dell'abbandono nei confronti dell'Ucraina, potrebbe decidere a quel punto di non partecipare proprio alle primarie, sciolta l'incertezza, rivolgendosi a quel punto sicuramente altrove.
Chi vince le primarie senza che questi punti nevralgici siano stati superati precedentemente non può comunque e in alcun caso ereditare una coalizione pronta a governare, raccogliendo piuttosto le medesime problematiche, aggravate dal fatto di doverle affrontare con la risentita illegittimità di una vittoria interna ma parziale sulle spalle, con fette di comunità ferite dal mancato confronto. Il campo largo ha ancora a disposizione una finestra temporale, stretta ma esistente, per invertire la sequenza: scrivere il programma sui punti che oggi lo dividono, consegnando solo successivamente agli elettori delle primarie la scelta dell'interprete giudicato migliore per realizzarlo.
Il pericolo, se questo slot si chiude, è quello di arrivare al 2027 con un vincitore di primarie mal preparate e insieme una coalizione ancora da costruire, con la responsabilità di aver scelto i momenti possibili per iniziare a farlo.






