Il Mezzogiorno riparte. Ora la politica non lo soffochi
Istituzioni ed economia

Il Mezzogiorno cresce più del Centro-Nord. La notizia è vera, anche se le dimensioni del vantaggio invitano alla prudenza. Secondo la stima preliminare del Pil e dell’occupazione territoriale pubblicata dall’Istat il 26 giugno 2026, nel 2025 il Pil italiano è aumentato in media dello 0,5 per cento, mentre al Sud la crescita è stata dello 0,6 per cento. Un solo decimo separa le due aree e lo stesso Istituto avverte che le stime, ancora preliminari, potranno essere riviste. Sarebbe quindi grottesco parlare di miracolo. Più significativo è il dato sull’occupazione: gli occupati sono aumentati dell’1,5 per cento nel Mezzogiorno, contro l’1,1 del Centro, lo 0,9 del Nord-ovest e lo 0,8 del Nord-est.
Il segnale merita attenzione perché arriva da un territorio che parte da condizioni più difficili e possiede energie spesso soffocate da un ambiente ostile. Il Sud non è privo di imprenditori, lavoratori capaci o occasioni economiche. È gravato da tasse elevate, procedure interminabili, infrastrutture carenti, giustizia lenta e regole che rendono rischioso perfino aprire un’attività, assumere, costruire, affittare un immobile o ampliare un’azienda.
I numeri dell’Istat smentiscono l’idea di un Mezzogiorno destinato a vivere soltanto grazie alla spesa pubblica. La crescita del valore aggiunto meridionale nel 2025 è venuta soprattutto dal commercio, dai pubblici esercizi, dai trasporti e dalle telecomunicazioni, saliti dello 0,9 per cento. I servizi finanziari, immobiliari e professionali sono cresciuti dello 0,7, l’agricoltura dell’1 per cento e l’industria dello 0,4. Nell’occupazione, gli aumenti più consistenti hanno riguardato i servizi finanziari, immobiliari e professionali, con il 2,8 per cento, e gli altri servizi, con il 2,4.
Dietro queste categorie vi sono persone che vendono, producono, investono, rischiano, cercano clienti e rispondono a bisogni reali. La crescita nasce da milioni di decisioni decentrate, non da una stanza ministeriale. Nessun funzionario possiede le informazioni necessarie per stabilire quali imprese debbano nascere, quali attività abbiano futuro o dove convenga impiegare capitale e lavoro. Il mercato scopre queste possibilità attraverso tentativi, errori, profitti e perdite. Lo Stato può rendere il processo più facile oppure ostacolarlo.
Per decenni ha scelto la seconda strada. Il Mezzogiorno è stato trattato come un problema da amministrare, con fondi speciali, incentivi temporanei, crediti d’imposta, enti intermedi, tavoli, cabine di regia e programmi straordinari. Ogni intervento prometteva la svolta; ciascuno lasciava altra burocrazia e una nuova domanda di risorse. Si è alimentata l’illusione che lo sviluppo potesse essere acquistato con denaro pubblico, mentre la vera ricchezza veniva scoraggiata da un sistema nel quale chi intraprende deve chiedere permesso quasi per respirare.
La spesa può sostenere per qualche tempo la domanda, finanziare cantieri e produrre statistiche favorevoli. Lo sviluppo duraturo richiede capitale privato, produttività, imprese solide, risparmio, innovazione, certezza dei contratti e convenienza a restare sul territorio. La verifica decisiva arriverà quando si ridurranno i flussi eccezionali, termineranno molti cantieri del Pnrr e scadranno gli incentivi. Se il Sud continuerà a crescere grazie ad attività capaci di reggersi sui clienti, avremo una trasformazione autentica. Se tornerà a fermarsi appena si chiude il rubinetto pubblico, sarà stata soltanto una parentesi contabile.
Anche il dato occupazionale va letto con intelligenza. Più occupati rappresentano un progresso concreto, perché il lavoro amplia l’autonomia delle persone e riduce la dipendenza dalla politica. Tuttavia, un aumento dell’occupazione superiore a quello del Pil può segnalare una produttività debole: cresce il numero di chi lavora, mentre la ricchezza prodotta aumenta molto meno. Per consolidare il risultato servono investimenti, tecnologie e un ambiente nel quale sia conveniente far crescere le aziende. Un’economia fondata su attività fragili, protette o dipendenti da agevolazioni resta vulnerabile.
Il compito della politica dovrebbe essere assai più modesto di quello che abitualmente si attribuisce. Occorre abbassare il prelievo sul lavoro e sulle imprese, ridurre autorizzazioni e adempimenti, accelerare la giustizia civile, garantire tempi certi per i pagamenti pubblici, liberalizzare i servizi e rendere più semplice recuperare immobili e aree inutilizzate. Servono proprietà sicura e contratti rispettati. Dove il capitale teme vincoli mutevoli o decisioni amministrative imprevedibili, gli investimenti si spostano altrove.
Assumere deve tornare a essere una scelta economica ordinaria, non un salto nel buio. Le imprese meridionali sopportano gli stessi contratti nazionali, gli stessi contributi e gli stessi obblighi, spesso con costi logistici superiori e infrastrutture peggiori. Invece di compensare ogni svantaggio con un nuovo bonus, sarebbe più utile eliminare alla radice una parte dei costi creati dalla legge.
Il risultato del 2025 contiene una buona notizia e un avvertimento. La buona notizia è che l’area meridionale del Paese può crescere e creare lavoro. L’avvertimento è che uno 0,6 per cento resta insufficiente a colmare divari accumulati in decenni. Proprio per questo bisogna smettere di considerare il Sud un laboratorio permanente di assistenza. Ogni sovvenzione rafforza il potere di chi distribuisce; ogni libertà restituita rafforza chi produce.
Il Mezzogiorno non ha bisogno di essere guidato da Roma verso un futuro deciso nei ministeri. Ha bisogno che Roma smetta di impedirgli di costruirselo. Meno intermediazione politica, meno fiscalità, meno burocrazia e più libertà d’impresa produrrebbero risultati più solidi di qualunque piano straordinario. I dati Istat aprono uno spiraglio. Per allargarlo occorre fidarsi delle persone, della proprietà e del mercato, anziché riconsegnare il Sud ai professionisti della spesa pubblica.






