Oltre la Nakba. Perché la sovranità si costruisce col realismo e non col vittimismo
Istituzioni ed economia

L’anniversario della Nakba, che cade oggi, impone al dibattito pubblico una riflessione capace di superare gli schieramenti precostituiti per analizzare le vere radici di una crisi che è, prima di tutto, politica e istituzionale. Continuare a leggere il 1948 attraverso le lenti del massimalismo ideologico significa infatti condannare un intero popolo a un’eterna e sterile rivendicazione. Il trauma storico non si onora cristallizzandolo in un vittimismo militante, ma disinnescandolo: guardando in faccia le responsabilità taciute di quelle élite regionali e di una certa governance multilaterale che, per decenni, hanno preferito sacrificare la costruzione di uno Stato palestinese sull’altare del proprio cinismo politico e antisionista.
Il 1948 fu una tragedia reale, ma fu anche il prodotto di una precisa scelta politica: il rifiuto del piano di spartizione approvato dalle Nazioni Unite nel novembre 1947 da parte della Lega Araba e delle élite arabe dell’epoca, che considerarono inaccettabile qualsiasi forma di compromesso territoriale con il nascente Stato ebraico, preferendo la scommessa bellica dell’annientamento reciproco. Oggi, la narrazione della Nakba si è trasformata in una prigione identitaria, una memoria immobile che impedisce alla causa palestinese di emanciparsi dal ruolo di “eterna vittima”.
Il dogma del “Diritto al Ritorno” rappresenta oggi il principale ostacolo logico e politico a qualsiasi soluzione a due Stati. In un sistema di diritto, lo status di rifugiato dovrebbe essere una condizione transitoria volta all’integrazione o al reinsediamento, non un titolo nobiliare al rovescio tramandato per generazioni. Mantenere milioni di persone in un limbo giuridico sotto l’egida dell'UNRWA non è un atto di solidarietà, ma un cinico calcolo per mantenere aperta una ferita in funzione antisraeliana.
Il fallimento di questo modello di assistenza perpetua è scolpito nelle pagine del Rapporto Colonna, l’indagine indipendente pubblicata il 22 aprile 2024 su mandato delle Nazioni Unite. Sebbene il documento sia nato per fare luce sulla complicità di alcuni dipendenti dell’Agenzia nei massacri del 7 ottobre, le sue conclusioni hanno offerto una sferzata impietosa a tutto il sistema: denunciando una sistematica assenza di neutralità politica e l’inefficacia cronica dei controlli, il rapporto ha certificato il tramonto di un’entità ormai permeata da logiche faziose. Eppure, nonostante la gravità di quanto emerso, abbiamo assistito al sistematico esercizio di insabbiare e silenziare queste conclusioni pur di proteggere la sopravvivenza burocratica dell’ente. L’esempio più evidente è stato il rapido ripristino dei finanziamenti da parte di numerosi donatori internazionali poche settimane dopo il rapporto; una mossa che ha svuotato di peso politico le raccomandazioni sulla necessità di una riforma strutturale, preferendo finanziare lo status quo pur di non affrontare il collasso del paradigma assistenziale.
È lo stesso anacronismo che ha caratterizzato per anni l’UNIFIL in Libano: una missione che, nella sua inerzia, ha finito per fungere da scudo allo status quo delle milizie armate e alla occupazione manu militari delle istituzioni pubbliche da parte di Hezbollah. Ma la storia sta presentando il conto: la decisione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU di sciogliere finalmente l’UNIFIL entro la fine di quest’anno segna – forse - la fine dell’era delle missioni eterne e improduttive. Smantellare queste infrastrutture, che anziché risolvere i problemi finanziano la propria perpetuazione, è l’unico modo per interrompere la paralisi strategica che tiene in ostaggio interi popoli.
Questa paralisi è stata cinicamente alimentata da una certa intellighenzia occidentale. Sotto le mentite spoglie dell'attivismo umanitario e di azioni performative come la Freedom Flotilla, si nasconde una campagna politica il cui vero scopo è la delegittimazione e la negazione stessa del diritto di Israele a esistere. Questo romanticismo militante finisce per negare i diritti e la soggettività dei palestinesi reali: li si sostiene solo finché recitano la parte dei perfetti martiri del terzomondismo, ignorando deliberatamente che essi sono oggi ostaggio di un regime teocratico e violento come Hamas, il cui statuto fondativo invoca apertamente la distruzione di Israele e l'uccisione degli ebrei. Il risultato è il sacrificio della verità storica sull'altare della faziosità ideologica, in quella che è a tutti gli effetti una profonda crisi della ragione analitica. Una cecità tipica di certa sinistra, mossa da un antiamericanismo travestito per cui i diritti umani sembrano essere violati solo “all’ombra delle stelle e strisce”, mentre le torture di Hamas o gli orrori della prigione iraniana di Evin vengono cinicamente derubricati a trascurabili incidenti della storia.
Tuttavia, un’analisi politicamente onesta sarebbe incompleta e miope se ignorasse le gravissime responsabilità israeliane nel progressivo collasso del paradigma dei due Stati. Negli ultimi vent’anni, la crescita degli insediamenti in Cisgiordania, la frammentazione territoriale palestinese e l’illusione della destra israeliana di poter amministrare indefinitamente il conflitto attraverso la sola deterrenza militare e il blocco economico di Gaza, hanno svuotato qualsiasi prospettiva politica credibile. La disastrosa strategia di isolare Gaza e utilizzare Hamas come contrappeso per indebolire il nazionalismo palestinese laico si è rivelata catastrofica, rafforzando l’attore più radicale del sistema e culminando nel disastro del 7 ottobre, che ha segnato il fallimento definitivo dell’idea che il conflitto potesse essere semplicemente gestito, senza affrontarne la dimensione politica.
L’antitesi plastica a questo doppio fallimento mediorientale è rappresentata dall’esperienza dei curdi. Pur partendo da condizioni storiche di oppressione ancor più radicali, i curdi non hanno mai scambiato la propria sopravvivenza con il culto del martirio permanente o con l’odio ideologico verso l’Occidente. Hanno compreso che la sovranità si costruisce attraverso alleanze strategiche, pragmatismo e un rigoroso realismo politico. Abbandonando la chimera del separatismo conflittuale e delle illusioni rivoluzionarie per abbracciare modelli di autonomia confederale e amministrazione multilivello, sono diventati i garanti ultimi della stabilità. Dal quasi-Stato di Erbil in Iraq, capace di attrarre investimenti, alle forze SDF in Siria, i curdi hanno saputo navigare le complessità del Medio Oriente, trasformandosi da minoranza perseguitata in attori indispensabili, dimostrando che la statualità non emerge dal rifiuto sistemico e dal nichilismo vittimistico, ma dal compromesso e dalla capacità di garantire sicurezza e prevedibilità politica ai propri vicini.
Di fronte all’attuale catastrofe mediorientale si deve avere il coraggio di dire che la Nakba non si supera cancellando il 1948 o coltivando l’illusione del collasso israeliano, ma accettando la realtà ineludibile del 2026: Israele esiste e continuerà a farlo. Occorre sostituire il simbolismo della chiave – l’illusione del ritorno alle case perdute – con la concretezza della politica, nella consapevolezza che la sovranità palestinese non passerà mai per la distruzione di Israele, ma per la capacità di offrirgli garanzie di sicurezza tali da rendere l’occupazione un costo politico insostenibile per Gerusalemme stessa.
Nessun popolo ottiene la sovranità restando prigioniero della propria catastrofe fondativa. Se la sinistra europea e il mondo arabo vogliono davvero onorare la sofferenza del popolo palestinese, devono smettere di alimentare l’illusione di un passato che non torna e iniziare a pretendere una classe dirigente capace di liberarsi dall’ideologia massimalista per trasformare la memoria in istituzioni e il conflitto in un compromesso storico per un futuro che sia, finalmente, post-catastrofico.






