L’inganno del 9 maggio. La Russia di Putin e l’uso politico della storia
Istituzioni ed economia

Il Cremlino non cerca una tregua: cerca di ridefinire il significato stesso della tregua. La proposta di sospendere le ostilità in coincidenza con il 9 maggio - data fondativa della memoria politica sovietica e putiniana - non è un gesto umanitario, né un’apertura diplomatica. È un’operazione politica costruita per trasformare una pausa militare in uno strumento di legittimazione strategica. In gioco non c’è semplicemente il conflitto in Ucraina.
In gioco c’è la possibilità di imporre una gerarchia tra diritto e storia, tra norme condivise e narrazione nazionale. Mosca non propone di fermare la guerra; propone di sospendere temporaneamente la realtà, chiedendo al mondo di accettare che la memoria - o, più precisamente, la sua versione selettiva e revisionista della storia - possa prevalere sulle regole che disciplinano l’ordine internazionale.
L’Ucraina, in questa dinamica, non è il fine ultimo della politica russa ma il mezzo attraverso cui perseguire un obiettivo più ambizioso: erodere il principio stesso che gli Stati siano vincolati da norme comuni, sostituendolo con un sistema in cui la forza e la narrazione storica determinano la legittimità.
Il primo livello dell’inganno risiede nella natura stessa del 9 maggio. In Russia, la vittoria nella “Grande Guerra Patriottica” non è soltanto un evento storico bensì il fondamento simbolico dello Stato, una liturgia civile che definisce identità, legittimità e continuità politica. Negli ultimi anni, questa memoria è stata progressivamente trasformata da elemento identitario a strumento di mobilitazione e controllo. Quando il Cremlino propone una tregua in quella data, non sta semplicemente evocando il passato. Sta cercando di imporre una cornice interpretativa: quella per cui la Russia agisce oggi come erede morale di chi ha sconfitto il nazismo, e dunque come soggetto dotato di una speciale legittimità storica.
Il problema non è la memoria in sé, ma il suo uso politico. In questo schema, il 1945 non è un punto di riferimento, ma un dispositivo di potere. Serve a costruire una continuità artificiale tra la guerra contro il Terzo Reich e il conflitto attuale, cancellando ogni differenza tra liberazione e aggressione. La tregua diventa così un atto performativo: non serve a fermare la guerra, ma a rileggerla. Qui emerge il nodo più profondo.
L’ordine internazionale contemporaneo si fonda, almeno formalmente, su un principio semplice: gli Stati sono giuridicamente uguali, e la loro sovranità territoriale è inviolabile salvo eccezioni rigorosamente definite. La storia può spiegare i conflitti, ma non giustificarli. La proposta russa rovescia questa logica. Suggerisce che esista una gerarchia tra Stati fondata non su norme condivise, ma su un capitale storico-morale accumulato nel passato. In questa visione, la Russia rivendica una sorta di diritto di prelazione sul presente, basato sul proprio ruolo nella Seconda guerra mondiale.
Non si tratta solo di revisionismo. Si tratta di una vera e propria politicizzazione della storia come fonte di legittimità operativa. Se accettato, questo principio aprirebbe la porta a una moltiplicazione incontrollata di rivendicazioni analoghe: ogni potenza potrebbe invocare il proprio passato per ridefinire i confini del presente. La tregua del 9 maggio, quindi, non è neutrale. È un test: fino a che punto l’ordine giuridico internazionale può essere sospeso in nome di una narrazione storica?
C’è poi un secondo livello, più sottile ma non meno rilevante. La proposta russa non si limita a utilizzare la memoria: tenta di appropriarsi dei linguaggi che dovrebbero limitarne l’azione. Siamo di fronte a una forma di parassitismo simbolico. Mosca non si limita a usare la forza, ma cerca di occupare semanticamente concetti come “pace”, “memoria”, “liberazione”, svuotandoli del loro significato originario e riutilizzandoli in funzione opposta. La tregua, in questo contesto, non è un passo verso la de-escalation. È un dispositivo comunicativo che consente al Cremlino di presentarsi come attore responsabile, mentre continua a perseguire obiettivi incompatibili con qualsiasi ordine stabile. Il silenzio delle armi viene trasformato in uno spazio narrativo: un intervallo in cui la Russia può autorappresentarsi come custode della memoria storica, oscurando la realtà materiale del conflitto. Non è pace. È una sospensione funzionale alla propaganda.
Questa operazione sarebbe meno efficace se non trovasse una sponda, implicita o esplicita, nel contesto occidentale. Ed è qui che la tregua del 9 maggio assume una dimensione ulteriore. L’offerta russa funziona come un’esca per un certo neo-cinismo politico che attraversa diverse capitali europee e segmenti del dibattito americano. È un invito a nozze per chi, a Roma, Washington o Berlino, non aspetta altro che un pretesto per dire: “Vedete? Mosca è disposta al dialogo, siamo noi gli oltranzisti”. In un contesto segnato da fatica strategica, pressioni economiche e polarizzazione interna, la prospettiva di una pausa - anche di due soli giorni - può essere facilmente reinterpretata come un’opportunità. Si apre così la trappola transazionale. La guerra viene progressivamente depoliticizzata e trasformata in un problema da gestire, non da risolvere.
L’integrità territoriale dell’Ucraina diventa una variabile negoziabile, un costo da bilanciare rispetto ai benefici immediati: stabilità dei prezzi energetici, riduzione della pressione migratoria, attenuazione del conflitto mediatico. In questo schema, la tregua del 9 maggio offre la copertura perfetta. Permette di presentare qualsiasi apertura verso Mosca come un gesto pragmatico, sottraendolo al giudizio politico e morale. Non si tratta più di scegliere tra aggressione e resistenza, ma tra escalation e de-escalation. Il cambio di linguaggio è decisivo, perché prepara il cambio di politica.
Uno degli effetti più insidiosi di questa dinamica è il ribaltamento dell’onere morale. In condizioni normali, è l’aggressore a dover giustificare la propria azione. In questo caso, la costruzione simbolica della tregua consente di invertire la prospettiva. Chi rifiuta la pausa viene esposto all’accusa di ostinazione, di irresponsabilità, perfino di cinismo. La vittima si trova così nella posizione di dover spiegare perché la guerra non può essere sospesa alle condizioni imposte dall’aggressore.
Il punto, dunque, non è più la tregua in sé ma il precedente che essa stabilisce. Se passa l’idea che un attore possa utilizzare la forza per modificare lo status quo e poi sospenderla temporaneamente per ottenere riconoscimento politico, si crea un incentivo strutturale alla coercizione. La violenza diventa uno strumento razionale di negoziazione, e la sua sospensione una leva per consolidarne i risultati. Accettare questo schema significherebbe riconoscere che il diritto internazionale non è più un vincolo, ma un repertorio opzionale; che la sovranità non è un principio, ma una condizione negoziabile; che la memoria storica può essere mobilitata non per limitare la violenza, ma per giustificarla.
La proposta di tregua del 9 maggio si fonda, in ultima analisi, su un presupposto implicito: che la guerra possa essere sospesa senza conseguenze, come se fosse un evento reversibile, separabile dal contesto che l’ha generata. Ma la realtà non funziona così. Ogni pausa produce effetti materiali, ridefinisce le posizioni sul terreno, altera le aspettative degli attori, modifica il calcolo dei rischi. Una tregua non è mai neutrale. Per questo la questione non è se fermare le armi per qualche giorno sia, in astratto, desiderabile. È se quella sospensione contribuisca a costruire una pace sostenibile o a consolidare una violazione.
Smontare l’inganno della tregua non significa rifiutare la pace come obiettivo. Significa rifiutare una sua caricatura. La pace, se deve avere un significato, non può essere ridotta a un’interruzione temporanea della violenza funzionale alla legittimazione di chi la esercita. Deve implicare un cambiamento nelle condizioni che hanno reso possibile il conflitto. Accettare la logica proposta dal Cremlino significherebbe fare il contrario: trasformare la pace in uno strumento della guerra.
È qui che si gioca la partita più ampia. Non tra Russia e Ucraina, ma tra due modi di concepire l’ordine internazionale: uno fondato su regole, per quanto imperfette; l’altro su una combinazione di forza e narrazione. Il 9 maggio, in questa prospettiva, è un banco di prova. E, come spesso accade nei momenti di transizione, ciò che è in gioco non è soltanto l’esito immediato, ma il tipo di mondo che si consolida dopo.






