Hormuz grande

Il consolidamento di un blocco strategico sino-pakistano-iraniano lungo le coste del Mare Arabico e dello Stretto di Hormuz sta ridisegnando i rapporti di forza nell’Asia meridionale in modo più radicale di quanto molti abbiano finora compreso. Mentre la Cina converte la propria influenza economica in un’egemonia valutaria e logistica fondata sullo yuan e su corridoi di transito permanenti, la Russia appare come il vero sconfitto sistemico. Il suo modello di parassitismo estrattivo - per anni alimentato dal drenaggio di tecnologie e proxy altrui - è oggi al collasso, schiacciato dalle proprie contraddizioni e dall’intraprendenza cinese che ha trasformato l’alleato iraniano da riserva russa a hub di transito per Pechino.

L’accordo di cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran non ha soltanto interrotto una spirale bellica dalle conseguenze globali, ma ha agito da catalizzatore per un riallineamento strutturale e l’atto di nascita di un nuovo ordine regionale. Il fallimento dell’opzione militare cinetica – malgrado la superiorità tecnologica americana e israeliana – ha dimostrato la resilienza del regime iraniano, capace di rispondere attraverso la profondità geografica, la disseminazione dei siti missilistici e il ricatto energetico esercitato sullo Stretto di Hormuz. Nel vuoto di iniziativa occidentale si è inserita con prepotenza la mediazione del Pakistan, che ha trasformato Islamabad nel nuovo perno diplomatico della regione, scalzando la tradizionale centralità di attori come l’Oman o il Qatar. Questo dinamismo è il segnale dell’emergere di un blocco amico a guida cinese che salda le coste del Pakistan con quelle iraniane.

Per la Cina, la creazione di questa zona di influenza rappresenta il compimento della Belt and Road Initiative nel suo settore più critico: quello che unisce l’Oceano Indiano all’Asia Centrale. L’integrazione tra il porto pakistano di Gwadar e quello iraniano di Chabahar trasforma la competizione logistica in una sinergia operativa. Mentre Gwadar è il terminale meridionale del Corridoio Economico Cina-Pakistan, Chabahar, a lungo corteggiato dall’India proprio per bilanciare l’influenza di Pechino, viene ora cooptato nella sfera cinese grazie ad accordi di cooperazione trilaterale.

La ferrovia Chabahar-Zahedan, completata con assistenza tecnica cinese, si connette alla rete ferroviaria iraniana e, attraverso i valichi di Sarakhs e Inche Borun, raggiunge Turkmenistan e Uzbekistan, garantendo a Pechino un accesso diretto ai mercati dell’Asia Centrale e, soprattutto, un corridoio energetico e commerciale che bypassa la vulnerabilità dello Stretto di Malacca. Questo percorso, alternativo alle rotte marittime esposte alla superiorità navale statunitense, realizza quel “collo di bottiglia di riserva” su cui i pianificatori cinesi lavorano sin dagli anni Duemila.

Il ruolo del Pakistan nella crisi del 2026 riflette una strategia di neutralità calibrata volta a massimizzare il ritorno economico dalla propria posizione geostrategica, trasformata in una vera e propria rendita di transito. Islamabad ha sfruttato il proprio capitale relazionale con Washington – che rimane un fornitore di assistenza militare e finanziaria, seppur condizionata – e con Teheran – partner nell’eterna partita afghana – per negoziare vantaggi strutturali senza precedenti. Tra questi spiccano il protocollo a “zero pedaggio” per le merci pakistane in transito ad Hormuz e la garanzia di forniture energetiche a prezzi domestici iraniani, ben inferiori a quelli di mercato. Simili concessioni mutano radicalmente la bilancia commerciale di Islamabad, riducendo la dipendenza dal costoso petrolio saudita e liberando risorse per la spesa sociale.

Il successo diplomatico ha inoltre portato all’attivazione, nell’aprile 2026, di nuovi corridoi di transito che collegano ufficialmente il Pakistan all’Uzbekistan attraverso il territorio iraniano, integrando finalmente le infrastrutture del CPEC nel tessuto connettivo regionale. Il tratto Quetta-Taftan, ammodernato con fondi cinesi, si salda ora alla rete stradale iraniana verso Zahedan e Mashhad, permettendo alle merci pakistane di raggiungere i mercati dell’Asia Centrale senza dipendere dal turbolento Afghanistan. Questo corridoio sta ora diventando un’arteria portante per l’esportazione di prodotti tessili e agricoli pakistani verso le repubbliche ex-sovietiche, dove la domanda è in forte crescita.

Tuttavia, la mediazione pakistana è stata anche una necessità esistenziale: Islamabad ha assorbito perdite economiche dirette stimate tra i 4 e gli 8 miliardi di dollari a causa del conflitto, tra interruzioni delle catene di approvvigionamento, fuga di capitali e danni alle esportazioni verso il Golfo. La stabilizzazione dell’area è quindi vitale per proteggere le rimesse dei lavoratori pakistani negli Emirati, in Qatar e in Arabia Saudita – un flusso annuo che sfiora i 30 miliardi di dollari e costituisce il pilastro del conto corrente del Paese. Senza quelle rimesse, la già precaria stabilità macroeconomica del Pakistan, sostenuta a fatica dai prestiti del FMI e dal supporto cinese, collasserebbe.

In questo scenario, la Cina opera come garante finanziario e acquirente di ultima istanza. Sebbene il commercio bilaterale tra Cina e Iran abbia subito una contrazione significativa nel 2025 a causa delle tensioni regionali e dell’incertezza economica, Pechino continua a considerare Teheran un partner essenziale per diversificare le proprie fonti energetiche. La crescente presenza cinese in Medio Oriente riflette una strategia pragmatica ma ancora condizionata dal confronto con Washington. L’Iran fornisce già oltre il 10% del petrolio importato dalla Cina, pagato prevalentemente in yuan attraverso conti di deposito presso banche cinesi, ma il dato tecnicamente più rilevante è l’emergere dello yuan come una vera e propria “valuta di corridoio”.

L’Iran, infatti, ha iniziato a condizionare il transito nello Stretto di Hormuz al pagamento di tariffe portuali, pedaggi e servizi logistici in valuta cinese o tramite stablecoin ancorate allo yuan. Sta nascendo così un ecosistema finanziario resistente alle sanzioni statunitensi, in cui le transazioni politicamente esposte vengono regolate al di fuori della rete SWIFT e della giurisdizione del dollaro. Le piattaforme di blockchain sviluppate congiuntamente da istituti finanziari iraniani e cinesi permettono la compensazione in tempo reale di crediti e debiti commerciali, creando una zona di regolamento protetta che riduce l’esposizione al rischio sanzionatorio secondario.

Questa pratica non mira a sostituire il dollaro come moneta di riserva globale – un obiettivo che la Cina stessa considera prematuro e destabilizzante – ma a garantire la fluidità di un circuito di transazioni critico per la sicurezza energetica cinese, senza dover coinvolgere le grandi banche commerciali statali cinesi che, esposte al mercato statunitense, evitano di violare le sanzioni primarie. Pechino mantiene una postura cauta, beneficiando della diffusione dello yuan nell’energia ma evitando lo scontro frontale con il sistema del dollaro attraverso le sue istituzioni principali. È una strategia di “dedollarizzazione selettiva” che trasforma il corridoio sino-iraniano in un laboratorio di sovranità monetaria.

La stabilità di questo blocco non è soltanto il prodotto di calcoli geopolitici esterni, ma dipende dalla trasformazione interna del regime iraniano verso uno Stato-caserma, sul modello pakistano, in cui la componente militare sta progressivamente fagocitando le residue strutture civili e clericali. La morte di Ali Larijani ha eliminato l’ultima figura in grado di mediare tra il clero sciita e i vertici militari. La sua sostituzione con il generale Mohammad Baqr Zolghadr come Segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale sancisce la definitiva militarizzazione del potere.

Zolghadr, veterano dei Pasdaran e già comandante delle forze di sicurezza interne, gestisce ora la crisi operativamente, coordinando la repressione interna e la proiezione esterna, mentre la nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, resta in una totale invisibilità pubblica. Questa assenza non è una debolezza, ma una deliberata strategia politica: i Pasdaran usano l’ombra del figlio del defunto Khamenei come un ancoraggio metafisico per giustificare un potere che non ha più alcun mandato popolare – le elezioni parlamentari del 2024, con un’affluenza sotto il 40%, hanno già certificato il divorzio tra popolo e sistema e le manifestazioni soffocate nel sangue dell’inizio del 2026 ne hanno segnato la definitiva pietra tombale. L’IRGC, che controlla ormai oltre il 30% dell’economia iraniana attraverso fondazioni parastatali come Bonyad-e Mostazafan e Khatam al-Anbia, si è trasformato in un conglomerato cleptocratico che usa la teologia come scudo.

La Russia di Putin emerge come il principale perdente di questo riassetto, vedendo sgretolarsi il proprio modello di influenza in Medio Oriente. Per anni, Mosca ha esercitato sull’Iran una forma di parassitismo strategico, drenando gli arsenali tecnologici di Teheran – droni Shahed, missili balistici Fateh, componentistica per missili ipersonici – per alimentare la guerra in Ucraina, in cambio di una protezione diplomatica rivelatasi illusoria. La Russia non si è presentata per l’Iran quando l’alleato ne aveva più bisogno, confermando la natura asimmetrica e opportunistica del legame bilaterale. La promessa russa di un’assicurazione permanente tramite il veto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU è crollata di fronte alla realtà di un Iran costretto a negoziare il proprio destino tramite la mediazione pakistana, senza che Mosca riuscisse a incidere minimamente sulle condizioni del cessate il fuoco.

La Russia non ha più una politica autonoma nel Golfo Persico e nel Mare Arabico ma si limita a tallonare la Cina, abdicando a qualsiasi margine di iniziativa propria. La fotografia più recente di questo default strategico russo è stata scattata il 7 aprile 2026 al Palazzo di Vetro, quando la risoluzione del Bahrein sulla sicurezza nello Stretto di Hormuz, sostenuta da undici membri del Consiglio, è stata affondata dal veto congiunto di Russia e Cina. In un contesto globale in cui le decisioni vincolanti passano attraverso altri canali – la deterrenza militare, gli accordi bilaterali, la monetizzazione delle rotte – il veto russo ha smesso da tempo di essere uno strumento di protezione per trasformarsi in un riflesso condizionato, privo di reali conseguenze sul terreno e facilmente rimpiazzabile da quello cinese, qualora gli interessi di Pechino divergessero da quelli di Mosca. La definitiva perdita della base siriana di Tartus e la contestuale riduzione della presenza navale russa nel Mediterraneo al livello più basso dall’inizio della guerra ucraina hanno trasformato la proiezione di potenza di Mosca in una presenza incapace di incidere sugli equilibri regionali.

Mosca non ha più alcuna carta da giocare: né la leva del veto, rivelatasi inutile e inefficace, né l’affidabilità come protettore, ormai sostituita dall’ombrello cinese. L’unica funzione residua che la Russia può ancora ambire a ricoprire nello scacchiere compreso tra il Mare Arabico e lo Stretto di Hormuz è quella, poco gloriosa, di gregario di Pechino.
Un Iran reintegrato nei circuiti globali grazie alla stabilità dell’asse sino-pakistano diventerebbe, inoltre, il principale concorrente della Russia sul mercato del gas europeo.

I giacimenti di South Pars, condivisi con il Qatar, rappresentano la più grande riserva mondiale di gas naturale. Qualora le sanzioni venissero allentate o bypassate grazie ai meccanismi valutari sopra descritti, Teheran potrebbe canalizzare il proprio gas verso i mercati europei e asiatici, spezzando definitivamente il ricatto energetico del Cremlino. La Russia vedrebbe la propria rendita energetica erosa da un concorrente con costi di estrazione inferiori e una posizione geografica più flessibile. In questo scenario, Mosca rischia di essere declassata a junior partner della Cina.