Se l’operazione che ha portato all’uccisione di Khamenei e alla decapitazione dei vertici del regime iraniano non l’avesse orchestrata Donald Trump, che mostra un dichiarato disprezzo per ogni principio di diritto, non solo internazionale, forse una parte dell’opinione pubblica cosiddetta progressista, in Italia, avrebbe avuto un riflesso meno pavloviano nel denunciare l’illegalità dell’attacco israelo-statunitense.

Forse, ma forse anche no, perché l’ostilità per ogni infrazione del principio di non ingerenza, che per la sinistra pacifista è l’alfa e l’omega del diritto e il crisma della legalità internazionale, avrebbe, ancora una volta, fatto premio su tutto. D’altra parte, la passione per la causa della libertà degli iraniani e delle iraniane non si è mai accesa come per Gaza in quel mondo, a cui le cause appaiono davvero buone solo se sono “anti-imperialiste”, cioè anti-occidentali.

Viceversa, se a decidere e organizzare l’attacco fosse stata una coalizione internazionale, come quella che condusse nel 2011 alla caduta del regime di Gheddafi, i corifei domestici della destra trumpiana, anziché glorificare l’operazione, ne avrebbero denunciato – come successe allora – l’avventurismo e il bellicismo e avrebbero maledetto l’irresponsabile decisione di rompere un equilibrio, che, per quanto crudele, rappresentava pur sempre un ordine, la cui rottura apre le porte a un caos foriero di sciagure.

Visto però che per la destra italiana il rapporto con Trump è grosso modo quello del ciuccio col padrone, questa non ha problemi a farsi portare a spasso dal boss della Casa Bianca tra le più diverse retoriche, ora predatorie, ora umanitarie e quindi a giustificare sia la sua pretesa di inglobare la Groenlandia, “perché serve all’America”, sia la sua operazione militare speciale per “liberare” l’Iran e il mondo intero dalla minaccia iraniana.

Non c’è quindi da stupirsi che l’Italia bipolare non riesca ad avere davanti agli eventi di queste ore un atteggiamento serio, che tenga conto di tutto, quindi dei più che fondati sospetti sul reale disegno di Trump e delle giustificazioni, che, anche sul piano del diritto internazionale, legittimano l’offensiva verso un regime assassino al proprio interno, non meno che al proprio esterno, che dal 1979 costituisce una delle principali centrali ideologiche, finanziarie e militari del terrorismo internazionale, per di più con ambizioni nucleari.

Milioni di iraniani stanno aspettando gli americani come gli italiani nel 1943 e sperano davvero che li liberino come fecero ottant’anni fa con gli europei. Trump e Netanyahu, che stanno apertamente invitando alla sollevazione il popolo iraniano, avrebbero una responsabilità morale e politica enorme, se a questo punto lo abbandonassero, scommettendo su una soluzione “venezuelana” o accettandola come second best. Una responsabilità di cui certamente il primo non avverte né il peso, né il senso e il secondo chissà.

Ma una politica, che non rispetta e onora il desiderio di vita e di libertà di ottanta milioni di persone ha una responsabilità politica e morale altrettanto mostruosa, a maggior ragione se nascosta, come in Italia si fa a sinistra, dietro il latinorum del diritto internazionale violato, o, come si fa a destra, dietro le esigenze di un superiore realismo geopolitico che porterebbe a giustificare, fatto fuori Khamenei, un patto con i suoi vice o qualcosa di analogo.