ferro di cavallo grande

La teoria del ferro di cavallo è un modello teorico secondo cui gli estremi dello spettro politico – estrema destra ed estrema sinistra – non costituiscono gli opposti di un asse politico lineare, ma margini curvi che si avvicinano finendo per toccarsi, risultando accostati come le estremità di un ferro di cavallo. Più ci si distanzia dal centro, più si ha evidenza di posizioni sovrapponibili e in continuità tra estrema destra e sinistra.

Evitando generalizzazioni storiche che condurrebbero a una serie di aderenze e conformità, a livello concettuale e metodologico, dei grandi movimenti politici estremistici (nel caso di specie, antidemocratici e autoritari) e volendosi limitare alla storia politica italiana strettamente contemporanea – diciamo degli ultimi dieci, quindici anni – quella che a dire il vero non è una teoria politologica consolidata offre lo stesso parecchi spunti in questa direzione, con dovute e ovvie proporzioni.

Le posizioni più radicali di offerta politica hanno trovato una coerenza sostanzialmente speculare nella generale visione del mondo, spesso inconsapevolmente: dalle questioni internazionali più rilevanti ai portamenti assunti in politica estera, passando per l'attribuzione di colpe presunte, creazione di nemici intestini e ricettario di strumenti salvifici in politica interna.

Rivolgendoci dunque esclusivamente al futuro e alla competizione democratica nazionale, il 2026 che è iniziato impone adesso una riflessione che si fa sempre più assillante verso le politiche del 2027. Un fondamentale da cui iniziare a costruire pare sempre più essere la convergenza al centro, una quadratura che può essere la risposta alla presenza di opposti estremismi ancora saldi. Ciò si inserisce all'interno delle lotte di resistenza civico-intellettuale contro il mai domato bipopulismo, ancora imperante.

Il ferro di cavallo della politica italiana odierna sta infatti bloccando il Paese, imponendo uno stop alla crescita, anche educativa-culturale e di miglioramento concreto delle condizioni di vita delle persone.

Con questo non si intende, per chi scrive, porsi per forza al di fuori degli schieramenti, in una concorrenza che presupponga cioè il rifiuto, aprioristico, del bipolarismo, comunque tutto da coniugare. Piuttosto, significa evidenziare che i ruoli di maggiore responsabilità e guida dei processi di evoluzione del sistema politico lo hanno i partiti di maggioranza relativa, in particolare se dentro le coalizioni.

Immergendoci nella circostanza effettiva, a livello di offerta oppositiva il Pd deve ancora imparare ad addomesticare le pulsioni degli alleati, in primis Cinque Stelle, senza complessi di rincorsa, fronteggiando quei problemi sempre sulla propria identità sociopolitica. Il passaggio dovuto per un pragmatismo riformista finalmente maggioritario non può non essere quello di superare le consuetudinarie debolezze culturali: il che che significa non avere paura e vergogna delle proprie idee, relegando a impossibile l'appaltare la propria lettura delle cose del mondo, con immoderato riformismo e drastica nettezza.

Se fare sintesi tra anime diverse all'interno di un contenitore più ampio è qualità pregevole - che diviene necessità a seconda di precise regole del gioco - perseverare nell'abdicare alla propria funzione, in nome di una non meglio identificata vocazione minoritaria, ingessa tutto il Paese e lo inibisce sul piano dell'avanzamento politico.
Se il Partito Democratico non sarà in grado di realizzare questa operazione di confluenza, l'alternativa prospettica è salutare le inclinazioni da antioccidentalismo superficiale dei compagni di strada più massimalisti, quantomeno per ritrovarsi come soggetto politico finalmente maturo.

Per quanto concerne invece il centrodestra di Governo, se Fdi e soprattutto Meloni si sono rivelati responsabili – almeno a tratti, in ogni caso piuttosto inaspettatamente – nel limitare gli istinti più radicali, innanzitutto quelli dei cugini leghisti, sia lei come premier che il partito come timoniere hanno proseguito e si prolungano negli scivoloni - si vedano la gestione dei rapporti con Trump, così come l'ambiguità e la scarsa visione dimostrata in Europa, a favore di un più saldo e coraggioso cammino di integrazione.

L'insistenza nella condivisione di intenti con leader come Orbán (da ultimo, si veda l'endorsement meloniano nello spot delle estreme destre continentali a sostegno della rielezione del premier ungherese) segnala uno sgusciamento al ribasso verso la destra-centro, in una impostazione di fondo che si macchia di incongruenze, a livello di scelte così come di retaggio.

Dal vittimismo del muscoloso machismo degli alleati legisti, per i quali la difesa degli ucraini davanti all'invasore non è però da tempo una priorità (esattamente come per gli altri "cugini" pentastellati - già), passando per le eccitazioni messianiche da nazionalismo minuto, il sovranismo resta vivo, nella folkloristica tutela nostalgica di un corporativismo cognitivo tanto celebrativo quanto fuori dai caselli dei tempi odierni.

Così come accade per la rigidità conformistica di una certa parte di sinistra, inebriata dai propri stessi luoghi comuni moralistici, in preda alla degenerazione del rigorismo ideologico rossobruno - con un'arroganza travestita da conoscenza a fare da sfondo, che si carica dietro componenti di mancata comprensione davanti ai nuovi imperialismi, insostenibilità di spesa e debito pubblico, ecologismo ascientifico e scarsa attitudine tecnologico-industriale - esibire dati posizionamenti e proposte agli elettori non è serio, non è prudente, e alla lunga nemmeno paga.

Si può pensare di offrire troppo peso a certe posture, viste le loro dimensioni puramente "elettoralistiche", tutto sommato contenute. Il problema è però più ampio e riguarda gli ostacoli di una forma mentis che resta ed è diffusa trasversalmente all'interno di tutto il Paese e di cui certe forze politiche si fanno solo vettore di consenso.

Il sentimento, incanalato dalle forze politiche più estreme, per proposte di politica pubblica e concezioni generali (populo-nazionaliste, o comparabili sfumature da falso progressismo), si presta a sospese non-soluzioni o scelte nocive, di cui si pagheranno o pagherebbero i costi nei giorni a venire. Ecco che un pilastro centrale e centrista, come proposta, senso pratico di realtà e in grado di propagare "normalità" politica è una priorità.

Superare insieme, con partiti e forze politiche responsabili che sappiano guidare i processi, chi, imperterrito, continua a giocare con paura e convinzione ideologica, può essere la grande partita della società civile italiana da qui al 2027, per una pedagogia della formazione politica utile al futuro presente e prossimo dei cittadini.